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Newsletter Culmine e Fonte n. 5/2016 articoli

Newsletter Culmine e Fonte n. 5/2016

Sommario:

 

LITURGIA DELLA PAROLA

a cura di Sua Ecc.za Mons. Luigi Benigno Papa

 

DECIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
1Re 17,17-24; Gal 1,11-19; Lc 7,11-17

1. La ripresa del tempo liturgico ordinario ci pone di fronte a una problematica profondamente umana di cui facciamo tutti ogni giorno esperienza: quella della morte. La volontà di vivere e di rimanere in vita quanto più a lungo possibile, il desiderio di vita che è radicato nel cuore di ogni uomo si infrangono di fronte al potere della morte, di quella provocata dagli uomini, amici del terrore o della guerra, e di quella che ineluttabilmente arriva nella vita di ogni uomo e alla quale nessun vivente può sfuggire. Solo Colui che con la sua morte ha vinto la morte può dire una parola e può dare una risposta al dramma del dolore che provoca la morte.
La liturgia della parola, con le tre letture bibliche, trova la sua sintesi nella fede in Gesù, Signore della vita, che noi professiamo nella celebrazione eucaristica di ogni domenica, Pasqua della settimana. Con il dono della sua vita offerta in sacrificio, Gesù ha sconfitto la causa della morte, il peccato, e perciò è l’unico capace di vincere la morte e di donare la vita. Non soltanto quella che è un semplice ritorno alla vita intramondana nella condizione di mortalità in cui si era prima, come nel caso del figlio della vedova di Zarepta, della vedova di Nain e di Lazzaro, ma anche il dono di una vita nuova nella fede che è un’autentica “risurrezione” come, in maniera eccezionale, è accaduto a Saulo sulla via di Damasco e come avviene in ogni battezzato rigenerato nella vita di figlio di Dio, partecipe della sua vita nel tempo e coerede della gloria divina al di là della morte fisica.
Al di fuori del tempo pasquale mai come in questa domenica la liturgia della parola e la liturgia eucaristica sono tematicamente unite nell’affermazione della vittoria della vita sulla morte.
L’episodio di Elia che ridona la vita al figlio della vedova di Zarepta (prima lettura), è una prefigurazione profetica della risurrezione del figlio della vedova di Nain, che non a caso è stato interpretato come segno messianico di Gesù (Lc 7,22). Ma la risurrezione del “figlio unico” di Nain (Vangelo) è profezia della risurrezione del “Figlio Unigenito Gesù”, primogenito della nuova creazione che è causa di quella autentica risurrezione spirituale che è avvenuta in Saulo che, da feroce persecutore della Chiesa di Dio, è diventato il più grande apostolo del Figlio di Dio incontrato sulla via di Damasco e che gli ha cambiato radicalmente la vita (seconda lettura).
2. L’episodio raccontato nella prima lettura è ambientato in Zarepta, una città collocata a quindici chilometri a sud di Sidone in un territorio pagano confinante con il regno di Israele. Elia si trova in quella città per esplicito comando di Jahwè ed è ospite nella casa di una vedova che aveva mostrato una grande generosità nei confronti del profeta, al quale aveva garantito vitto e alloggio pur essendo in una situazione di carestia a causa della siccità. Il figlio della vedova si ammala gravemente e muore. La donna, avendo compreso che Elia è un uomo di Dio, sente la propria indegnità al suo cospetto e interpreta la morte del proprio figlio come una punizione. Il profeta invece reagisce con una preghiera di intercessione nella quale si riflette il dramma della madre e dell’uomo di Dio coinvolto nel suo destino: “Signore, mio Dio, forse farei del male a questa vedova che mi ospita tanto da farle morire il figlio?”. È l’interrogativo che si pone ogni persona onesta che si ritiene ingiustamente colpita da Dio. Elia, la cui missione era quella di affermare in un contesto culturale caratterizzato dal culto diffuso di Baal, il potere di Jahwè non solo nella storia ma anche nella natura e persino nella vita e nella morte, chiede al Signore di intervenire e ridare la vita al figlio morto. La risposta di Jahwè è immediata, molto simile a un atto di obbedienza. Il racconto termina con la parola della madre, una adoratrice di Baal che confessa il potere di Jahwè e riconosce Elia come un suo vero profeta.
Questo evento che appartiene “ai fioretti” di Elia ci è stato tramandato per uno scopo didattico: nello sfondo polemico contro i culti naturalistici che minacciavano la fede di Jahwè, Elia personifica la difesa della fede in Jahwè: non Baal, ma Jahwè è il Signore della vita e della morte che ha il potere di far morire e di restituire la vita (2Sam 2,6; Dt 32,39). La confessione di fede espressa dalla vedova dopo aver riabbracciato il figlio “risuscitato” fa di lei la primizia dei pagani venuti alla fede. Nel discorso programmatico che Luca mette sulle labbra di Gesù all’inizio del ministero in Galilea, vive ricordata questa donna come rappresentante tipica del mondo pagano che “in anteprima” si apre all’ascolto della parola di Dio. Benché il racconto conservi un sapore arcaico e possa evocare certi riti magici, appare chiaramente che la risurrezione è dovuta all’intervento di Dio implorato dalla preghiera di Elia. Anche la risurrezione di Lazzaro operata da Gesù è preceduta da una preghiera (Gv 11,41-42). La risurrezione della vedova di Zarepta è una prefigurazione della risurrezione del figlio della vedova di Nain  e delle altre due risurrezioni del Nuovo Testamento (Gv 11,41-43; Mc 5,41) e tutte sono un annuncio della risurrezione di Gesù che nel battesimo rigenera i credenti in lui a una vita nuova ed è fondamento e garanzia della risurrezione finale di tutti i credenti: “Se lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato dai morti Cristo Gesù, renderà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo dello Spirito che abita in voi” (Rm 8,11).
3. Il brano evangelico ha un significato epifanico perché rivela che Gesù è il volto della misericordia del Padre, venuto al mondo per evangelizzare i poveri, guarire gli infermi, consolare gli afflitti e, di sua iniziativa e senza alcuna richiesta previa, dona la vita ai morti. Egli che nel discorso ufficiale rivolto ai Dodici, alla folla dei discepoli e a quanti erano venuti non solo dalla Palestina ma anche dal mondo pagano aveva detto: “Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36), dona l’esempio di come si debba avere compassione nei confronti di quanti sono nella sofferenza. Nel figlio unico della vedova di Nain recato alla “porta della città” e risorto c’è un’allusione a Gesù “Figlio Unigenito” che fuori dalla vigna fu ucciso e poi è risuscitato.
Nel suo cammino verso Gerusalemme (Lc 9,51; 13,22), sulle strade del suo popolo, verso il quale ha sempre gesti e parole di amore, Gesù alle porte della città di Nain si imbatte in una situazione tragica: un morto, figlio unico di una madre vedova, veniva portato al sepolcro. Per la donna, rimasta già senza il suo sposo, con la morte del figlio che era l’unico legame con la vita e sicurezza della vecchiaia, la situazione è davvero disperata.
Senza essere sollecitato da qualcuno, Gesù come buon samaritano prende l’iniziativa. Egli rivolge anzitutto il suo sguardo misericordioso verso la madre, e la tenerezza da lui sempre manifestata verso i poveri e i sofferenti, qui si fa “compassione”: “Vedendola il Signore ne ebbe compassione”. Gesù reagisce di fronte al dolore della vedova come il buon samaritano (Lc 10,33) e come il Padre misericordioso della parabola del figlio ritrovato (Lc 15,20). Si tratta nei tre casi sempre dello stesso verbo che esprime l’amore viscerale del Padre misericordioso che si commuove per la condizione disperata del popolo di Israele, suo figlio: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione” (Os 11,18). Dopo il Vangelo dell’infanzia è la prima volta che Luca parla di Gesù come “Signore”, con un titolo che rivela la natura trascendente che rivela la sua natura messianica. Gesù, che con la sua morte ha vinto la morte, è il Signore della vita, e come tale ha il potere di cambiare il destino delle persone. Per questo motivo può dire alla madre: “Non piangere”. Sulla bocca di un uomo quest’espressione non avrebbe avuto senso, anzi sarebbe stata offensiva. Solo Gesù, che è il Signore della vita può rivolgere a una donna priva dello sposo e anche dell’unico figlio una simile parola di consolazione perché Egli sa che non si tratta di una parola vuota ma di una parola di consolazione che coincide con il dono della vita del figlio. Toccando la bara fa fermare il corteo funebre e rivolgendosi al morto dice: “Giovinetto, dico a te, alzati”. Non è un gesto magico ma è la parola di Gesù Signore che ha il potere di dare la vita a chi è morto. Il successo è immediato perché il giovane si sedette e incominciò a parlare e Gesù “lo diede alla madre”. Quest’ultima affermazione è identica a quella che troviamo nel libro dei Re al racconto della risurrezione del figlio della vedova di Zarepta e anticipa il giudizio del popolo: “Un grande profeta è sorto tra noi”. Ma Gesù è più che un grande profeta, i discepoli di Emmaus lo ritenevano tale, ma erano poi rimasti delusi alla sua morte. Proprio per completare la giusta interpretazione del segno compiuto da Gesù, l’evangelista aggiunge che Dio “ha visitato il suo popolo”. Tale visita ha una valenza salvifica perché è una visita fatta non per un giudizio di condanna ma per la salvezza, una valenza ecclesiologica perché quanto accaduto riguarda tutto il popolo perché e i discepoli che sono con Gesù devono imparare dal loro Maestro e Signore come essere una comunità cristiana misericordiosa, e una valenza cristologica perché ciò che Gesù compie corrisponde alla volontà del Padre, ed è opera stessa di Dio.
4. Il racconto della vocazione e missione di Paolo nella seconda lettura è la riprova del potere che il Signore glorificato ha di operare una “risurrezione spirituale” che nelle sue conseguenze appare molto più feconda del semplice ritorno alla vita fisica di prima. Saulo conduceva un’esistenza che, con grande zelo era tutta impegnata alla custodia gelosa della “tradizione dei padri” e perciò perseguitava la Chiesa di Dio ma l’intervento del Signore risorto sulla via di Damasco lo ha trasformato profondamente a tal punto che egli è diventato apostolo di un Vangelo non ricevuto da alcuna tradizione umana ma soltanto per “rivelazione di Gesù Cristo” e, per l’esercizio di questa missione egli come Geremia e il servo di Jahwè era stato scelto da Dio fin dal seno di sua madre. Nella prima lettera a Timoteo, Paolo evoca quell’evento: “Io ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia perché agivo senza saperlo, lontano dalla fede e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. (1, 13,14).

 

UNDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
2Sam 12,7-10.13; Gal 2,16.19-21; Lc 7,36-8,3

1. Nell’anno del giubileo straordinario della misericordia la celebrazione eucaristica di questa domenica ci consente di prendere rinnovata consapevolezza che la Santa Messa è il dono più grande della misericordia di Dio perché non soltanto ci permette di riflettere sul tema del peccato e della misericordia, che è il contenuto delle letture bibliche, ma soprattutto perché possiamo renderci conto che il dono della misericordia di Dio è un’esperienza pasquale che ci fa passare dalle tenebre del peccato alla luce della grazia, dalla morte alla vita. 
Non deve sorprenderci il fatto che il cammino di fede dei credenti sia segnato dal peccato. Nonostante i doni di grazia che Dio ha riversato e riversa sull’umanità e nella vita del suo popolo, noi restiamo uomini deboli, fragili, e non riusciamo sempre a fare un uso buono della libertà che Dio ci concede. Ma la storia umana non è segnata soltanto dal peccato dell’uomo, ma anche e soprattutto dalla misericordia di Dio che dona e ridona sempre e a tutti vita, luce, coraggio, speranza. Dobbiamo sempre tener presente che “Dio è misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e fedeltà” (Es 34,6), che il suo volto misericordioso si è reso visibile in Gesù Cristo, nel suo modo di relazionarsi con le persone, con tutto il suo insegnamento e soprattutto con la modalità con cui ha voluto consegnare la sua vita alla morte perché noi potessimo passare dalla morte alla vita.
Anche se il tema della misericordia di Dio è estraneo alla cultura diffusa nella società non per questo bisogna ritenere che essa non ne abbia bisogno. “Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia, è fonte di gioia, di serenità e di pace… è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia è la via che unisce Dio all’uomo perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato” (Misercordiae Vultus 2).
Quando ci sentiamo schiacciati dal peso del peccato non dobbiamo aver paura di far appello alla sua misericordia. Dio “non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitati a perdonate settanta volte sette ci da l’esempio. Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituire la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti” (Evangelii Gaudium 3).
2. La prima lettura racconta il peccato di Davide. Una triste esperienza del re di Israele che è rimasta sempre viva nella tradizione biblica antico e neo testamentaria. Il Salmo 51,2 lo ricorda nel suo titolo: Quando Natan, il profeta venne dal lui (Davide) dopo che si era accostato a Batsabea. Il Vangelo di Matteo (1,6) sottolinea che Salomone nacque da Davide e dalla moglie di Uria.
Si tratta di un peccato molto grave: per la passione verso una donna, Davide non solo commise un adulterio ma divenne un assassino. E l’aspetto più infamante nel delitto commesso sta nel fatto che egli fece uccidere Uria a tradimento. Comandò infatti a Joab, generale del suo esercito impegnato in una campagna militare contro gli Ammoniti, di collocare il marito di Betsabea in una zona della battaglia nella quale egli sarebbe certamente morto. La gravità del peccato è tanto più pesante quando si pensa che Davide era stato da Dio riempito di doni: era stato scelto e unto re di Israele, era stato liberato dalle mani di Saul che più volte aveva tramato contro di lui, aveva anche ereditato l’harem della reggia di Saul. Ma tutte le donne della reggia non erano sufficienti per lui: ne desiderava un’altra coniugata con Uria, l’Ittita.
Il Signore mandò Natan da Davide per fargli prendere coscienza del suo peccato. Il profeta raccontò con abilità al re una parabola che a prima vista non sembrava avere nulla a che fare con la triste storia dolorosa del peccato, e invita il re, nella sua qualità di giudice dei suoi sudditi, a pronunciare una sentenza su quanto raccontato. Cosa che Davide fa, pronunciando in tal modo la sua stessa condanna. Riesce poi facile al profeta aprirgli gli occhi sulla gravità della sua colpa: “Tu sei quell’uomo” (2Sam 12,7). Natan poi gli fa notare che, pur essendo stato Davide ampiamente gratificato da Dio, “aveva disprezzato la parola del Signore” (2Sam 12,10). Con quest’espressione il profeta rimprovera Davide di aver compiuto il male agli occhi di Dio per aver trasgredito la vita di alleanza con Lui, alla quale il re - come qualsiasi altro suddito e più di qualsiasi altro israelita - avrebbe dovuto attenersi. Tra le “dieci parole” che regolano la vita di alleanza con Dio c’è il “Non uccidere” e il “Non commettere adulterio”. Natan accusa il re di aver violato questi due principi fondamentali della vita di fede della comunità di Israele.
Dopo aver ascoltato le accuse precise del profeta, Davide riconosce apertamente il suo peccato: “Ho peccato contro il Signore”. È la formula classica della confessione con la quale si afferma di aver mancato contro qualcuno, uomo o Dio. Troviamo questa espressione sulle labbra del figlio minore che ritorna pentito alla casa del padre (Lc 15,18). Sulle labbra di Davide questa espressione dice soprattutto di aver tradito la fiducia di Dio con un duplice atto di disobbedienza alla parola del Signore, che è alla base del rapporto vitale con Lui.
A questo punto il profeta, a nome di Dio, annuncia a Davide: “il Signore ha perdonato il tuo peccato: tu non morirai” (2Sam 12,13). Nel ritornello del salmo responsoriale risuona il legame che c’è tra confessione del peccato e perdono: “Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa. Ho detto confesserò al Signore la mia iniquità e Tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato”. Il salmo testimonia la gioia che il peccatore perdonato da Dio sperimenta: “Beato l’uomo a cui Dio non imputa il peccato”, che egli non riesce a contenere nella sua  persona, ma sente la necessità interiore di comunicare agli altri: “rallegratevi nel Signore, esultate o giusti; voi tutti retti di cuore gridate di gioia”.
3. La seconda lettura espone in maniera stringata la nuova relazione dell’umanità con Dio, compiuta nella pienezza del tempo con la venuta del suo Figlio il Signore Gesù Cristo “che ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso secondo la volontà di Dio e Padre nostro” (Gal 1,4). L’evento della croce di Gesù non è un capriccio della storia, non è accaduto per caso, ma per un disegno salvifico della misericordia di Dio che non può essere vanificato. Non è l’osservanza della legge che rende giusti gli uomini, ma la fede nell’amore misericordioso del Padre e l’adesione piena e totalizzante alla persona di Gesù che è morto e risuscitato per farci morire al peccato e farci rivivere per Dio al servizio dei fratelli, sull’esempio di Gesù. È una giustizia, quella che ci viene offerta in dono, che ci libera dalla presunzione e dalla disperazione che la necessità di osservare la legge genera nelle persone, e ci consente invece di avere una relazione vitale con Cristo, il cui amore per noi è fondamento di una fiducia piena in Lui: “Questa vita che io vivo nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20).
4. Quanto affermato da Paolo con un linguaggio teologico astratto, è raccontato da Luca nel brano del Vangelo. Esso è collocato alla fine di una sezione letteraria in cui Gesù aveva premiato la fede del centurione di Cafarnao guarendo il suo servo, aveva dato la vita al figlio della vedova di Nain senza alcuna richiesta previa e aveva risposto ai delegati di Giovanni il Battista, che lo avevano interrogato sulla sua dignità messianica, che la sua attività dava compimento a quanto era stato preannunciato dai profeti in merito (Lc 7,22). Nonostante ciò i farisei e i dottori della legge, come non avevano accolto Giovanni il Battista (Lc 7,30), così non vedevano in Gesù se non “un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori” (Lc 7,34). Il racconto evangelico ha il suo centro nella modalità diversa di valutare il comportamento di una peccatrice da parte del fariseo Simone che aveva invitato Gesù a mangiare da lui e lo stesso Gesù, sulla cui identità i commensali si interrogano (Lc 7, 49). Nei confronti della donna che stando dietro a Gesù bagnò i suoi piedi con le lacrime, li asciugò con i suoi capelli, li baciò e li cosparse con olii profumati, il fariseo non vede se non una peccatrice e nel gesto da lei compiuto una riprova che Gesù non può essere un profeta perché, se lo fosse, non si sarebbe lasciato toccare da una peccatrice (Lc 7,39). Gesù invece, conoscendo quanto frullava nella mente di Simone, gli risponde con una parabola: un creditore aveva due debitori; uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi la possibilità di restituirli il creditore condonò il debito a tutti e due. “Chi di loro due lo amerà di più?” Questa domanda posta a Simone e alla quale il fariseo risponde in maniera corretta, spiana la strada per leggere in maniera autentica il comportamento della donna nei confronti di Gesù, confrontabile con quella manifestata da Simone nella sua risposta. Mentre questi non aveva visto nella donna se non una peccatrice da cui Gesù avrebbe fatto bene a prendere le distanze, Gesù invece, amico dei pubblicani e dei peccatori, vede nel comportamento della donna una peccatrice perdonata e perciò dichiara a Simone: “I suoi molti peccati sono perdonati giacché ha molto amato” (Lc 7,47). Il fariseo non conosce il dovere della gratitudine, è estraneo alla logica del perdono perché ignora i doni del Signore, anzi è convinto che con l’osservanza dei precetti della Legge è lui a dare qualcosa a Dio; la peccatrice invece sa di aver ricevuto molto da Dio perché il suo debito era molto grande. Sentitasi perdonata dal Signore ha avvertito il bisogno interiore di manifestare il suo amore grande verso Colui dal quale si sentiva accolta e perdonata. Non è stato l’amore espresso con il suo comportamento a diventare causa del perdono dei suoi peccati, ma è il perdono ottenuto, l’amore ricevuto dal Signore che spinge la peccatrice a rispondere con amore verso Gesù. La frase successiva di Gesù “Colui al quale si perdona poco, ama poco” (Lc 7,47b) conferma quanto detto prima. Non siamo noi per primi ad amare, ma è Dio. Il nostro primo dovere è riconoscere il suo amore nei molteplici gesti di perdono che egli ci elargisce e rispondere a Lui con un amore che dovrà sempre essere un amore riconoscente. Poi Gesù ripete anche alla donna quanto aveva detto a Simone manifestando cosi di avere l’autorità divina di rimettere i peccati (Lc 5,21), così come aveva manifestato di avere l’autorità divina di ridare la vita al figlio della vedova di Nain. La domanda dei commensali “Chi è mai costui che perdona anche i peccati?” resta senza una risposta esplicita, ma questa è implicita nei fatti che sono segni autentici della sua autorità divina. Il Vangelo termina con le parole di Gesù rivolte alla donna della quale sottolinea la fede nella misericordia di Dio che distrugge tutti gli ostacoli che si frappongono fra questa povera peccatrice e Dio e le ridona la pace: “La tua fede ti ha salvata, va in pace”.


DODICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Zac 12,10-11; Gal 3,26-29; Lc 9,18-24

1. La riflessione sui testi della scrittura santa di questa domenica mi hanno fatto pensare a quanto sia importante ricordare, per la stessa comprensione della parola di Dio, che il nostro rapporto con Lui non è un rapporto giuridico quale potrebbe esservi tra il legislatore e il suddito, e neppure un rapporto didattico, come quello tra maestro e discepolo, ma è un rapporto vitale: per il dono dello Spirito del Signore Gesù ricevuto al battesimo, noi figli di Dio, nel Figlio di Dio per eccellenza che è Gesù, apparteniamo tutti allo stesso corpo che è la sua e la nostra Chiesa. Per questa appartenenza Cristo è nostro contemporaneo e il luogo privilegiato per l’ascolto della sua parola è la liturgia, e in modo particolare la liturgia eucaristica: la Parola di Dio conduce all’Eucaristia, trova in essa la sua massima realizzazione e dalla grazia dell’Eucaristia i battezzati ricevono luce e forza per mettere in pratica la Parola.
La parola di Dio accolta con fede conduce il credente all’Eucaristia: la sete di Dio di cui parla il Salmo responsoriale trova spirituale appagamento nella parola di Dio, ma soprattutto nella partecipazione al banchetto eucaristico che permette di nutrirci del corpo e sangue di Cristo. La seconda lettura parla dei battezzati che in forza del battesimo sono “uno in Cristo” (Gal 3,28). Questa unità iniziata nel battesimo trova nella partecipazione all’Eucaristia la sua massima espressione perché la comunione con Cristo è simultaneamente comunione con tutti i fratelli di fede. L’epiclesi della seconda anafora lo mette in evidenza in una maniera splendida: “Ti preghiamo umilmente: per la comunione al corpo e al sangue di Cristo, lo Spirito Santo ci riunisca in un solo corpo”. L’annuncio del suo mistero pasquale fatto da Gesù ai discepoli (Lc 9,22) non è un evento del passato che resta passato ma è evento del passato la cui valenza salvifica è presente nel memoriale della celebrazione eucaristica.
D’altra parte il fatto che Luca dopo aver rivelato il mistero di Cristo, morto e risorto, passa subito a indicare che la vocazione dei discepoli di Gesù è quella di essere partecipi del suo stesso destino (Lc 9,23-25), suppone quel rapporto vitale che c’è tra Gesù e i cristiani per la presenza in essi dello stesso Spirito di Gesù (Gal 4,4-7); inoltre la messa in atto delle esigenze etiche contenute nella parola di Dio suppone ed esige la grazia dell’Eucaristia, il superamento delle discriminazioni religiose, culturali, sociali e sessuali di cui parla la seconda lettura (Gal 3,27); l’impegno a crescere sempre di più nell’unità postula l’azione dello Spirito Santo con la cui luce e forza è possibile raggiungere tali obiettivi. Tradurre in termini di vita concreta le esigenze della sequela di Gesù indicate da Luca nel Vangelo (Lc 9,23) è possibile soltanto se i discepoli di Gesù si lasciano illuminare e guidare dalla grazia dell’Eucaristia. “È proprio vero che parola ed Eucaristia ci appartengono così intimamente da non poter essere comprese l’una senza l’altra: la parola di Dio si fa carne sacramentale nell’evento eucaristico; l’Eucaristia ci apre all’intelligenza della Sacra Scrittura, così come la Sacra Scrittura a sua volta illumina e spiega il mistero eucaristico” (Verbum Domini 55).
2. Il brano del Vangelo, con l’interrogazione di Gesù rivolta ai discepoli sulla sua identità e con l’indicazione da lui data a tutti che i suoi discepoli sono resi partecipi del suo stesso destino, segna una svolta nella dinamica narrativa del Vangelo. Sinora egli aveva rivelato con le opere e con l’insegnamento la sua identità messianica, ma nulla aveva detto della sua natura specifica e nulla aveva detto della modalità propria della sua sequela. Il momento è importante, Luca non ci dice il luogo dove avviene tale interrogazione ma tiene a farci sapere che Gesù era in un luogo deserto e pregava. La sua comunione con il Padre è principio e fine di tutta la sua attività ed è ciò che ci rivela e di cui ci rende partecipi (Lc 2,49; 23,46: 10,21). Gesù sa utilizzare il tempo in maniera così sapiente da essere sempre radicato in Dio (Lc 5,16; 6,12; 3,28) e in mezzo al suo popolo (Lc 4,42-44; 9,10-11).
All’esercizio del ministero di Gesù, le folle avevano reagito in maniera positiva per l’insegnamento dato con autorità: lo ritenevano un grande profeta. Gli scribi e i farisei erano scandalizzati dal fatto che Gesù aveva osato dire al paralitico “Ti sono rimessi i tuoi peccati” e si interrogano sulla sua identità e sulla modalità di intervenire su di Lui (Lc 6,11); il tetrarca Erode chiedeva: “Chi è dunque costui?” (Lc 9,9), Giovanni Battista invia una delegazione da Gesù per chiedergli se lui fosse il Messia, gli stessi discepoli dopo la tempesta sedata si domandavano “Chi è mai costui che comanda anche ai venti e all’acqua e questi gli obbediscono?” (Lc 8,25). Ora è Gesù che, volendo quasi fare una “verifica pastorale” della sua attività evangelizzatrice, pone ai discepoli questa domanda: “La gente chi dice che io sia?” Le risposte date a Gesù sono le stesse date a Erode. Sono risposte sbagliate in quante si riferiscono al passato ma contengono qualcosa di positivo perché c’è il recupero della figura del profeta ed è evocata l’idea di una risurrezione che può contenere un’allusione al futuro di Gesù.
A Gesù però non interessa tanto sapere che cosa pensa la gente su di lui, ma che cosa pensano i suoi discepoli: “Ma voi chi dite che io sia?”. Essi erano stati infatti oggetto di particolare attenzione da parte sua. Erano stati scelti (Lc 5,27), a Pietro Gesù aveva fatto una promessa (Lc 5,10) e insieme a Giacomo e Giovanni avevano abbandonato tutto e l’avevano seguito (Lc 5,11). Dalla folla dei discepoli aveva scelto dodici apostoli, a loro aveva rivolto un discorso sull’originalità della vita che era venuto a proporre (Lc 6, 20-49). Essi avevano assistito a  tutto ciò che Gesù aveva operato e avevano collaborato a dar da mangiare a una folla numerosa (Lc 9,10-17). Pietro a nome di tutti risponde: “Tu sei il Messia di Dio”. Per l’evangelista Luca è importante che Pietro abbia fatto questa esplicita confessione di fede messianica già nella fase prepasquale della vita di Gesù, anche se si tratta di una confessione di fede che ignora il mistero della sua morte e risurrezione, perché Gesù non ha ancora rivelato la natura della sua messianicità, ma è fondamentale che il primo dei dodici abbia una fede certa nella messianicità anche in questa prima fase del rapporto dei discepoli con Gesù. Proprio perché la rivelazione della sua identità non è ancora conclusa, Gesù proibisce severamente che se ne parli e approfitta invece per dire loro che egli doveva soffrire molto, essere rifiutato dalle autorità supreme del giudaismo, essere ucciso e poi risorgere il terzo giorno. Tutto questo non per volontà degli uomini ma per un disegno salvifico di Dio che i discepoli ora non possono capire, ma che il Risorto rivelerà a suo tempo. 
Gesù chiede ai discepoli che cosa pensino di lui perché l’identità di Gesù costituisce la loro identità. Il discepolo di Gesù non è colui che impara bene la sua dottrina, ma colui che ne condivide il destino, che vive con Cristo e di Cristo. Per questo motivo Gesù, dopo aver parlato di sé come di un Messia sofferente, rivolgendosi a tutti dice: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9,23). Da questo modo di esprimersi Gesù manifesta di non avere alcuna intenzione di sedurre gli ascoltatori con discorsi umanamente piacevoli per fare molti proseliti: dichiara anzitutto che l’essere suo discepolo è una decisione da prendere con grande libertà, che essere discepolo significa seguirlo, e ciò comporta non la distruzione della propria identità ma la rinuncia a un proprio progetto di vita, al proprio orgoglio e egoismo e a quelle forme di morte che sono falsamente scambiate per espressione di vita, e l’accoglienza del martirio quotidiano da vivere con fedeltà e perseveranza “nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me”. Si tratta di perdere la propria vita per amore del Signore Gesù che ci ha amati per primo nella consapevolezza che l’uomo si realizza morendo, cioè con il dono totale di sé alla persona amata sino a diventare ciò che si ama. È questo il significato del paradosso pronunciato da Gesù: “Chi vuol salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la salverà”; e Dio vuole che noi salviamo la nostra vita. È venuto per questo e ci tiene a dire che per salvare se stessi occorre seguire il suo esempio, e perdere la propria vita per amore di Dio e dei fratelli. Donando la propria vita noi viviamo in pienezza; perdere la propria “per Cristo” significa vivere in comunione piena con il Signore, essere partecipi della sua sofferenza, ma anche della sua gloria.
3. Il discorso di Gesù sulla modalità con la quale i suoi discepoli si mettono al suo seguito diventa più comprensibile alla luce di quanto dice Paolo nella seconda lettura della messa. I quattro versetti della sua lettera ai Galati sono la conclusione del lungo ragionamento con il quale l’apostolo ribadisce ai cristiani delle chiese della Galazia (e a noi)  quanto egli aveva affermato nel momento in cui aveva dato vita alla nascita delle comunità cristiane e cioè che la salvezza si ottiene mediante la fede e non attraverso l’osservanza della Legge e la pratica della circoncisione: “Tutti voi siete figli di Dio per la fede in Cristo Gesù (Gal 3,26). La fede ci pone in un rapporto personale con Dio Padre che esclude la necessità della mediazione della Legge quale pedagogo (Gal 3,24-25). Con il battesimo i cristiani sono messi in relazione vitale e dinamica con la persona di Gesù che non solo li accompagna per tutta la vita ma ne determina la qualità della vita nuova ricevuta, la loro condizione di figli nel Figlio e la loro destinazione futura. Cristo è la ragion d’essere della loro esistenza e il modello di vita per tutti. Quanto accade a ogni singolo battezzato e a tutti i battezzati, rende tutti i cristiani uguali e fratelli tra di loro e li fa diventare un solo corpo in Cristo (1Cor 12,13) “Un solo uomo nuovo (Ef 2,15) un solo essere personale  con Cristo” (Gal 3,27). Le differenze religiose, etniche, culturali e sessuali che erano prima del battesimo restano anche dopo il battesimo ma queste non possono essere e non debbono essere motivo di discriminazione e di disuguaglianze che ledano la comune dignità di figli di Dio. È questo il senso dell’espressione “Non c’è giudeo né  greco, né schiavo né libero, né maschio né femmina perché tutti siamo uno (eis) in Cristo Gesù. Si tratta di un’unità non statica, ma dinamica da costruire nel corso di tutta la vita con un impegno che è reso fecondo dall’azione dello Spirito Santo ricevuto al battesimo e dalla grazia dell’Eucaristia, sorgente inesauribile dell’unità della Chiesa. Dalla comune appartenenza di tutti i cristiani battezzati a Cristo discendente di Abramo, Paolo conclude che i pagani battezzati delle chiese della Galazia sono beneficiari della promessa della benedizione fatta da Dio ad Abramo e alla sua discendenza (Gal 3,16).

 

TREDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
1Re 19,16b.19-21; Gal 5,1.13-18; Lc 9,51-62

1. Il contesto ecclesiale più adatto per la comprensione e per l’accoglienza della parola di Dio contenuta nelle tre letture di questa domenica credo sia quello di una comunità missionaria impegnata ad annunciare il Vangelo per rendere presente nel mondo il Regno di Dio, nella quale tutti i cristiani per il dono dello Spirito ricevuto al battesimo si sentono chiamati a essere discepoli missionari. Nel Vangelo si parla dell’invio in missione di alcuni discepoli in un villaggio dei samaritani, dell’invio di un altro discepolo ad annunciare il Regno di Dio e della modalità concreta di seguire Gesù nella vita quotidiana (Lc 57,62). Anche la prima lettura ha come tema la chiamata di Eliseo a essere discepolo di Elia per continuare nel regno di Israele la sua missione. Preziosa è poi la testimonianza che Paolo dà dell’originalità della vita cristiana intesa come esperienza di libertà che si esprime nel servizio agli altri, compiuto nella carità e nella parresia apostolica, che sono entrambe frutto dello Spirito.
L’espressione originale coniata da papa Francesco sui cristiani come “discepoli missionari” (EG 117-121) va presa cosi come essa suona, senza essere trasformata in quella di “discepoli e missionari” come se si trattasse di due categorie distinte di cristiani o di due modelli di vita che si succedono l’uno all’altro. Si tratta invece di due modalità distinte che sono presenti l’una nell’altra o di due facce di una stessa medaglia, nel senso che non si può essere vero discepolo senza che non si sia anche missionario, e non si può essere vero missionario senza che uno sia anche autentico discepolo. Il vero discepolo è colui che, avendo scoperto in Gesù la gioia della propria vita, sente la necessità interiore di condividere con altri tale esperienza (EG 14), e il vero missionario non è colui che annuncia una sua ideologia o si limita soltanto a una esposizione religiosamente neutra della dottrina cristiana, ma il testimone del Risorto, colui che afferma con le parole quanto vive nella sua esistenza. Non a caso il Signore risorto dice agli apostoli che la loro attività missionaria dalla Pasqua alla Parusia è racchiusa nell’essere suoi testimoni (At 1,8), programma di vita che Pietro illustra con la frase : “Non possiamo tacere ciò che abbiamo visto e udito” (At 4,20). È il vissuto cristiano che dà credibilità all’annuncio.
Il viaggio che Gesù compie con i suoi discepoli fino a Gerusalemme e che si conclude con la sua glorificazione dopo essere passato dall’esperienza della passione è un vero itinerario di fede incentrato non tanto sull’apprendistato di una dottrina quanto piuttosto sulla condivisione di una stessa vita, quella di Gesù, a cui il discepolo si sente legato da un rapporto vitale per la presenza in lui dello Spirito Santo che è lo stesso Spirito di Gesù. Il viaggio locale che conduce Gesù con i discepoli è metafora del percorso spirituale nel corso del quale i discepoli e noi cristiani di oggi impariamo da lui “le vie della vita” (At 2,28) e ad accogliere Gesù come “la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6).
2. La prima lettura è un breve ma grazioso racconto di vocazione profetica, anche se redatto in terza persona singolare e non nella prima come per il racconto delle vocazioni di Isaia, Geremia, Ezechiele e non contiene alcun elemento teofanico. Si tratta della vocazione di Eliseo, avvenuta verso l’anno 860 a.C., in un tempo in cui il regno di Israele viveva una delle stagioni più floride dal punto di vista economico, ma più critiche dal punto di vista religioso, perché la regina Gesabele moglie di Achab, aveva introdotto il culto a Baal di Tiro quale religione di stato del regno di Israele.
La chiamata di Eliseo nasce da un iniziativa di Dio che comanda ad Elia di scegliere e consacrare Eliseo come discepolo per continuare la sua missione: “Sceglierai Eliseo… come profeta al tuo posto”. Elia si incontra con Eliseo quando questi era in campagna a svolgere il suo lavoro quotidiano. Appartenente a una famiglia di ricchi proprietari che contavano su di lui, Eliseo stava arando “con dodici paia di buoi davanti a sé”. La Bibbia racconta molte storie di vocazioni avvenute quando la persona chiamata si trova a svolgere il suo abituale lavoro quotidiano. È  questo un segno della natura assolutamente imprevedibile della chiamata divina. Elia non rivolge a Eliseo alcuna parola, ma getta su di lui che lavora il suo mantello, come segno che lo ha scelto perché lo segua. È un gesto di investitura profetica perché il mantello è simbolo del profeta, che ha un duplice significato: essere partecipe del carisma profetica di Elia ed essere a lui legato per sempre nel corso della sua vita. Eliseo manifesta di aver subito compreso il significato del gesto simbolico compiuto da Elia per chiedergli se può andare ad accomiatarsi dai suoi genitori. Cosa a cui Elia dà il suo assenso dopo avergli ricordato qual è d’ora in poi la sa missione: “Va e torna perché sai cosa ho fatto per te”. Che Eliseo risponda positivamente alla chiamata divina appare dal fatto che egli uccide un paio di buoi, li fa cuocere con la legna del suo strumento di lavoro e offre un banchetto di addio ai suoi parenti. Si tratta di un chiaro gesto simbolico attraverso il quale Eliseo spezza i legami con il suo passato e si mette subito a disposizione del profeta Elia. Il racconto infatti termina con l’affermazione: “Quindi si alzò e seguì Elia entrando al suo servizio”. Non si tratta di un servizio puramente umano perché, essendo Elia un uomo di Dio, è già esso stesso un servizio a Dio. Il racconto è un esempio stupendo di obbedienza libera e incondizionata alla chiamata di Dio mediata dal profeta Elia. Nonostante il racconto sia un esempio della sequela dell’antico patto, esso colpisce per la semplicità e la radicalità della scelta compiuta al servizio di Dio.
3. La seconda lettura si apre con un indicativo teologico al quale segue immediatamente un imperativo etico. L’indicativo teologico è: “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi”. La libertà è senza dubbio la caratteristica prima dell’esperienza di grazia della vita cristiana. Essa è un dono gratuitamente offerto da Cristo con la sua morte redentrice. Questa convinzione profonda è proclamata da Paolo con un grido di vittoria: “Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù perché la legge dello Spirito ti ha liberto dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8,1-2). L’incontro avuto da Paolo con il Signore risorto sulla via di Damasco venne da lui percepito come un evento di liberazione da una gerarchia di valori su cui prima aveva fondato la sua esistenza (Fil 3,7-ss) e la nuova vita di fede che iniziava era intesa come un’esperienza di libertà che egli attribuisce all’azione dello Spirito, perché “dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà” (2Cor 3,17). L’imperativo etico: “State dunque saldi e non lascatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù” è indirizzato alle chiese della Galazia perché esse non aderiscano alle proposte dei giudaizzanti che esigevano dai pagani convertiti della regione galata oltre che la fede la pratica della circoncisione. Ma l’esperienza pastorale da Paolo avuta con la comunità di Corinto ove c’erano alcuni cristiani che in nome della libertà dicevano: “Tutto mi è lecito” (1Cor 6,12) induce l’apostolo a precisare che la libertà cristiana non va intesa in senso individualistico e libertino. Essa infatti si concretizza in un servizio reso agli altri mediante la carità e in una condotta morale vissuta “secondo lo Spirito” per non rischiare di dare compimento ai desideri della carne. “La carne ha infatti desideri contrari allo Spirito e lo Spirito desideri contrari alla carne: queste cose, infatti si oppongo tra loro affinché non facciate qualsiasi cosa che vorreste” (Gal 5,16-17). È questo un testo che esprime in una maniera molto efficace la situazione di lotta in cui il cristiano vive la sua vita di fede al centro di un antagonismo tra “Spirito e carne” dal quale, dice l’apostolo, si esce vittoriosi se i cristiani si lasciano guidare dallo Spirito (Gal 5,18), se conformano la loro condotta alla linea tracciata dallo Spirito (Gal 5,25b). Non bisogna mai dimenticare che lo Spirito Santo è lo Spirito di Gesù e, come lo Spirito ha guidato Gesù nel corso di tutta la sua vita a restare sempre fedele al disegno salvifico di Dio su di lui, così condurrà efficacemente i cristiani a essere fedeli al dono di grazia ricevuto, perché lo Spirito è più forte della carne. Vale la pena notare che in Gal 5,16-17 non si parla di due forze antitetiche uguali che si contendono il dominio sull’uomo, come invece nella regola della comunità di Qumran nella quale si parla di due spiriti antitetici posti da Dio nell’uomo, lo Spirito di verità e lo Spirito di perversione (1QS 13,4.26): Paolo non parla di due Spiriti antitetici ma di un antagonismo tra Spirito e carne, perciò chi segue le indicazioni dello Spirito è sicuro di riuscire a superare le sollecitazioni che vengono dalla carne.
4. Il brano evangelico racconta l’inizio della parte centrale del Vangelo (9,51-19,27) nella quale Luca descrive il “viaggio” che Gesù compie dalla Galilea fino a Gerusalemme per dare compimento al disegno salvifico di Dio che si realizza nella figura del Messia sofferente (At 26,23). Annunciato già dalla profezia della sua passione (9,22.44) e dal racconto della Trasfigurazione (9,28-36) il cammino di Gesù diventa una scuola di formazione dei discepoli che vengono istruiti sulla vera natura dell’identità messianica di Gesù e sulla modalità della sua sequela.
Colpisce la ferma determinazione con la quale Gesù, nella piena libertà, decide di conformare la sua vita al progetto di Dio. Esso non è da lui subito come una fatalità alla quale egli obbedisce in una maniera meccanica, ma è accolto come atto di amore del Padre che “il Figlio, l’Eletto” fa suo con altrettanto amore.
Alcuni discepoli inviati da Gesù come suoi messaggeri in un villaggio dei samaritani per preparare la sua venuta devono fare la triste esperienza del fallimento della loro missione perché Gesù “era diretto verso Gerusalemme”. È qui anticipato all’inizio del viaggio quella opposizione che Gesù incontrerà alla fine del viaggio con il rifiuto della figura del Messia sofferente (Lc 23,35). Luca pone sulle labbra dei “Figli del Tuono” un’espressione di Elia (2Re 1,10-12) con la quale punire severamente i samaritani che non avevano accolto il Signore Gesù. Ma questi li rimprovera perché la sua missione inaugurava “l’anno di misericordia del Signore” (Lc 4,19) che dura tutto il tempo della sua missione e per tutto il tempo della Chiesa, che è tempo di conversione, misericordia, pazienza e soprattutto è tempo di rifiuto di ogni violenza. La glossa interpretativa presente in alcuni manoscritti coglie nel segno il senso del rimprovero di Gesù: “Voi non sapete di quale Spirito siete” (perché il Figlio dell’Uomo non è venuto per perdere la vita ma per salvarla). La correzione di Gesù ha un effetto positivo perché il gruppo si ricompatta: Gesù non è più solo come all’inizio (9,51), perché i discepoli lo accompagnano (9,56). Nella seconda parte del Vangelo viene raccontato come seguire Gesù nella vita. Il discepolo di Gesù è colui che lo segue nel suo stesso stile di vita. Nulla di umanamente legittimo e anche di religiosamente doveroso può oscurare questo rapporto vitale. Perciò al primo che gli esprimeva la volontà di seguirlo ovunque, Gesù chiede di avere un cuore povero, libero da sicurezze materiali per porre la propria sicurezza soltanto in Dio. Al secondo, che Gesù aveva invitato alla sua sequela, chiede di avere un cuore casto, libero da sicurezze affettive per dedicarsi alla dolce e confortante gioia dell’evangelizzazione. Al terzo che chiede di seguirlo, Gesù chiede di avere un cuore obbediente, libero dal proprio io personale per non guardare al passato con nostalgia, per sentirsi impegnato nel lavoro che si compie al presente e guardare al futuro con fiducia e speranza.

 

QUATTORDICESIMA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Is 66,10-14c; Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

1. L’invio dei settantadue discepoli da parte del Signore Gesù nelle case e nella città è un’anticipazione profetica di quanto è accaduto alle origini della missione cristiana. Essa si è sviluppata “di casa in casa” (At 5,42) ma soprattutto nelle città. Tutte le lettere di Paolo sono rivolte a cristiani presenti in grandi città: Roma, Efeso, Corinto, Tessalonica, Filippi. Il fenomeno migratorio caratteristico dei nostri giorni aveva un’analogia nell’epoca neotestamentaria. Molti giovani dei villaggi lasciavano la famiglia ed emigravano nelle città in cerca di lavoro. Qui però vivevano in un vero e proprio isolamento, la famiglia di tipo patriarcale che essi avevano abbandonato nei villaggi non era sostituita da una più grande famiglia urbana. Potevano infatti diventare cittadini soltanto coloro che erano nella possibilità di pagare una determinata somma sicché i poveri, i piccoli commercianti e gli operai erano e si sentivano sempre isolati, vitalmente staccati ed emarginati da quell’ambiente nel quale dovevano pure lavorare per vivere. Ed è in questa immensa folla abbandonata che il cristianesimo ha incontrato i suoi primi e caldi discepoli. Il Vangelo offriva loro una morale più pura e fortificante di tutto ciò che i filosofi avevano di meglio insegnato. Colui che non era che una cosa diventava una persona. Egli prendeva coscienza della sua dignità, gli si donava un padre, un ideale, una famiglia e soprattutto un amico che non lo abbandonava, che si sentiva vivere in sé, che condivideva la sua sofferenza. È per essi che Gesù era venuto ed era morto. Essi sapevano così perché vivere e perché morire.
Non a caso nella Redemptoris Missio, san Giovanni Paolo II scriveva che “la missione ad gentes deve farsi oggi anche nelle città: in esse sorgono i nuovi cristiani e modelli di vita, nuove forme di cultura e comunicazione che poi influiscono sulla popolazione… il futuro delle nuove generazioni si sta formando nelle città”. Papa Francesco ha una lunga riflessione sulle sfide che le culture urbane presentano all’annuncio del Vangelo (EG 71-75). Il sinodo ha dichiarato che le città sono il luogo privilegiato della nuova evangelizzazione (Propositio 25). Il Papa invita a guardare alla città con uno sguardo contemplativo che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la gratuità, il desiderio di bene, di giustizia. Nella città la Chiesa è chiamata a porsi al servizio di un dialogo difficile con la società che ha un volto multiculturale, ove sono moltissimi i non-cittadini, i cittadini a metà o gli avanzi urbani. La proclamazione del Vangelo sarà una base per ristabilire la dignità della vita umana in questi contesti perché Gesù vuole spargere nelle città vita in abbondanza (Gv 10,10). Il senso unitario e completo della vita umana che il Vangelo propone è il miglior rimedio ai mali della città. “Vivere fino in fondo ciò che è umano e introdursi nel cuore delle sfide come fermento di testimonianza sia in qualsiasi cultura, in qualsiasi città migliora il cristiano e feconda la città” (EG 75).
2. La prima lettura inizia con un pressante invito a gioire con Gerusalemme rivolto a quanti amano la città e hanno partecipato al suo lutto per la deportazione dei suoi figli in terra straniera. Il motivo della gioia è dovuto al fatto che nell’anno 538 a. C. l’esilio finisce e hanno luogo i primi rimpatri nella città. Negli anni successivi altre carovane di rimpatriati giungono a Gerusalemme e tale afflusso diventa così imponente che la città diventa come una madre che genera nuovi figli da cui nasce un nuovo popolo. Sembrava un sogno: “Quando il Signore ristabilì le sorti di Sion ci sembrava di sognare. Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, le nostre lingue di gioia, allora si diceva tra la gente: il Signore ha fatto grandi cose per loro! Grandi cose ha fatto il Signore per noi, eravamo pieni di gioia” (Sal 126,1-3). Diventata “madre”, Gerusalemme mostra di essere anche capace di alimentare la vita dei figli che ha generato. Mentre durante l’esilio “succhiava il latte dei popoli” (Is 60,16) ora è diventata una nutrice in grado di allattare figli senza numero, cioè di arricchirli con i propri beni: “Così succhierete al suo petto e vi sazierete delle sue consolazioni, succhierete con delizia all’abbondanza del suo seno”. Inoltre l’anonimo profeta in nome di Jahwè annuncia per Gerusalemme un futuro di benessere, di prosperità, di pace: “Ecco io farò scorrere verso di essa come un fiume la prosperità, come un torrente in piena la ricchezza dei popoli”. I lattanti della città madre saranno portati in braccio e accarezzati sulle ginocchia, “si sentiranno amati come un figlio è amato dalla madre”. Anzi più della madre perché è il Signore stesso che consola i suoi figli. “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49,15). Perciò il Signore promette: come una madre consola un figlio, così io vi consolerò e la consolazione data da Dio è efficace perché quanti sono da lui consolati saranno effettivamente consolati (Is 66,13). La prima lettura termina facendo rilevare che la ripresa della vita degli esiliati rimpatriati è motivo di incoraggiamento e di conforto per tutti i fedeli perché si rendono conto che non saranno mai abbandonati dal Signore. Anzi, avendo ricevuto autentico conforto nell’attenzione materna del Padre, nella sua pazienza, nel suo perdono e nella sua energia sempre offerta, i servi fedeli del Signore constateranno i benefici ricevuti e il loro cuore esploderà di letizia. Questa gioia rinvigorirà le loro ossa e farà loro ritrovare il primitivo orgoglio come l’erba al richiamo della primavera. Il Signore può fare tanto bene a coloro che accettano di servirlo che essi finiscono per scoprire meravigliati la natura del suo amore, “Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come erba fresca, la mano del Signore si farà manifesta ai suoi servi” (Is 66,14). È quanto sperimenteranno i discepoli mandati in missione da Gesù.
3. Il brano evangelico che racconta la designazione e l’invio in missione dei settantadue discepoli da parte del Signore è intenzionalmente legato alla pericope precedente (Lc 9,57-62) nella quale Gesù istruisce i discepoli sulle modalità concrete con le quali essi potevano porsi al seguito di Gesù. Sono designati e inviati in missione soltanto quei discepoli che sanno che il loro destino è identico a quello di Gesù, sono liberi dalle cose di questo mondo, dalle persone, e dallo stesso io. Si tratta di una missione che è prefigurazione simbolica della missione rivolta al mondo intero che ha inizio dopo Pasqua, perciò a essere inviati in missione sono settantadue discepoli perché secondo la versione greca della Bibbia che Luca seguiva tante sono ritenute le nazioni presenti nel mondo (Gen 10 LXX). La missione della Chiesa non è riservata ai dodici ma è comune a tutti i discepoli, non solo a quelli della Chiesa del tempo in cui Luca scrive ma anche ai discepoli missionari della nostra Chiesa. Il verbo all’imperfetto utilizzato da Luca per farci conoscere il pensiero di Gesù è molto significativo al riguardo. “Diceva loro la messe è molta, pregate…” Sempre nella Chiesa bisogna pregare Dio che è all’origine della missione ed è il fine della missione. La preghiera è il primo e più efficace mezzo apostolico perché nella preghiera si realizza la comunione con Dio che dona fecondità all’attività missionaria della Chiesa. Nonostante le paure, i limiti umani, il comando è perentorio: bisogna “andare” e andare disarmati, inermi, anche se si va tra i lupi. Ma Gesù, che è stato mandato dal Padre come agnello tra gli uomini che si sono comportati con lui come lupi, può inviare i suoi discepoli a condividere la sua stessa missione. Per questo aggiunge “Non portate borsa, ne bisaccia, ne sandali”. L’equipaggio dei discepoli missionari è costituito dalla loro fede, dalla parola di Dio, dalla fiducia nel Signore la cui presenza reale è sperimentata nel proprio cuore. Nonostante i missionari siano portatori di pace, il successo della missione non è garantito. I missionari augurano la pace, non la impongono con la violenza. Il loro primo teatro di azione è la “casa”, il luogo dei rapporti interpersonali della vita privata, dove l’esperienza della vita quotidiana con i suoi gesti più semplici diventa mediazione della comunicazione dell’esperienza della fede. Il vitto e l’alloggio ricevuto nella casa di chi accoglie i missionari deve essere considerato il salario sufficiente per il lavoro svolto senza preoccuparsi di trovare forme di ospitalità più accoglienti (Lc 10,7). La missione della casa è propedeutica alla missione condotta nelle città che è il campo missionario per eccellenza di Luca. In essa i missionari svolgono un’attività pubblica e, come Gesù nell’esercizio del suo ministero “fece e insegnò”, così i missionari devono fare, cioè prendersi cura dei malati, e insegnare, cioè far capire che nell’accoglienza del dono della pace, nel lasciarsi cercare per puro gesto di carità, nell’accoglienza dei missionari inviati dal Signore Gesù era presente il Regno di Dio. Qualora i missionari non venissero accolti nelle città essi sono invitati a compiere sulla piazza un gesto significativo della gravità del rifiuto della proposta fatta: scuotere la polvere che si è attaccata ai piedi prima di uscire dalla città è un segno di rottura con essa. Nulla, proprio nulla della città che li ha rifiutati è portato via dai missionari. Chiudersi alla proclamazione evangelica del Regno di Dio è un atto più grave del rifiuto della Legge e dei Profeti. Perciò Gesù condanna la città che ha rifiutato la predicazione del Regno a una sorte peggiore delle città più colpevoli dell’Antica Alleanza. Al ritorno della missione Gesù ammonisce i discepoli a non porre la propria gioia nell’euforia seducente della vittoria ottenuta, ma nella certezza incrollabile di essere amati da Dio. Dire che i nostri nomi sono scritti nei cieli è credere che solo la memoria di Dio assicura la continuità della nostra vita fino all’eternità. Di questa convinzione, fonte di gioia, facciamo l’oggetto della nostra speranza! (Rm 8,31-ss).
4. Il prototipo dei missionari di tutti i tempi è Paolo che nell’autografo della lettera ai Galati (6,14-18), proclamata come seconda lettura, ci dà la sintesi del suo Vangelo e il suo valore fondamentale. Egli anzitutto svela e denuncia il senso profondo dei giudeo-cristiani che ostacolavano la sua missione evangelica. La loro pretesa di legare la salvezza all’appartenenza al loro popolo e al suo segno – la circoncisione – si fonda su due motivi: l’orgoglio e la presunta sicurezza (Gal 6,12-13). Paolo invece deriva la sua gioia e la sua sicurezza soltanto dalla Croce di Cristo perché essa e essa sola lo libera totalmente: essa gli dà la capacità di sfuggire alle attrattive che rende schiavi di un mondo che è ormai morto per lui; essa gli dà la capacità di sfuggire alla preoccupazione di fondare la sicurezza del suo io carnale che è stato crocifisso con Cristo (6,14). Ciò che davvero conta, in rapporto a Dio, non è l’appartenenza etnica, né l’appartenenza religiosa, ma è l’essere una creatura resa nuova dalla novità di vita portata al mondo dal Signore Gesù. Questi, con il dono della sua vita fino alla morte di croce, ci ha dato la possibilità di essere figli di Dio. Su tutti gli israeliti che hanno creduto in Cristo crocifisso e che insieme ai pagani convertiti formano il vero popolo di Dio, l’apostolo augura la pace e la misericordia di Dio. Le sofferenze da lui sopportate, sia come cristiano sia come ministro di Cristo, sono i segni della sua unione con Cristo Gesù crocifisso che lo accreditano come suo vero apostolo (Gal 6,17). La lettera termina con un auspicio formulato da Paolo: la comunità cristiana ritrova la fraternità in pienezza, riscoprendo l’unica sorgente di essa che è la grazia del Signore Gesù.

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