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Newsletter Culmine e Fonte n. 1/2016 articoli

Newsletter Culmine e Fonte n. 1/2016

Sommario:

 

DALLA QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (7 FEBBRAIO 2016) ALLA VEGLIA PASQUALE (27 MARZO 2016)


QUINTA DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Is 6,1-2. 3-8; 1Cor 15,1-11; Lc 5,1-11
7 Febbraio 2016
1. Le letture della messa hanno una identità tematica: parlano di alcune persone (Isaia, Pietro, Paolo) chiamate a svolgere una missione importante nella storia della rivelazione biblico - cristiana. Ma tutti i battezzati sono “eletti” da Dio (1Pt 1,1), chiamati per il battesimo a essere santi (1Pt 1,15-16), quale “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato per proclamare le opere meravigliose di Lui che vi ha chiamati dalle tenebre alla sua ammirabile luce” (1Pt 2,9).  Le tre letture presentano somiglianze e dissomiglianze. È interessante notare la varietà delle situazioni in cui la persona avverte di essere chiamata da Dio. Il racconto di Isaia lascia pensare che la sua vocazione sia avvenuta mentre egli era nel tempio di Gerusalemme per partecipare a un’azione liturgica (Is 6,1.4.6-7). Paolo è chiamato dal Risorto mentre è intento a perseguitare i cristiani nei quali Gesù risorto dichiara di identificarsi (At 9,1-5; 1Cor 15,9), Pietro incontra Gesù durante il suo lavoro di pescatore sul lago di Tiberiade.
Le tre letture mettono in evidenza la natura drammatica dell’esperienza vocazionale. Quando una persona è consapevole di essere di fronte a Dio che la chiama a svolgere una Missione nel suo nome, non può non essere assalita dalla paura, dallo sbigottimento, perché si sente indegna, incapace di svolgere quanto gli viene comandato. Isaia, alla vista della gloria di Dio, reagisce dicendo di essere “perduto” perché peccatore che abita in mezzo a un popolo di peccatori (Is 6,5). Questa reazione del profeta può essere accostata a quella di Simon Pietro che, dopo aver osservato l’abbondante pesca (Lc 5, 6-7) ottenuta al di là di tutte le normali leggi, per l’obbedienza alla Parola del Maestro (Lc 5,5), si rende conto di trovarsi di fronte al Signore del creato ed esclama: «Signore allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8). Anche Paolo ricorda il suo personale contatto con il Figlio di Dio e la sua nullità di fronte alla missione che gli è affidata: «Ultimo di tutti, apparve anche a me, come un aborto, io infatti sono l’infimo degli apostoli e non sono neppure degno di essere chiamato postolo perché ho perseguitato la chiesa di Dio» (1Cor 15,8-9). La drammaticità dell’esperienza vocazionale è risolta non per opera dell’uomo, ma per l’intervento di Dio. Dopo che uno dei Serafini interviene nella persona di Isaia, rendendolo un  uomo nuovo (Is 6,6-7) egli può rivolgersi al Re dell’universo e dichiarare la sua piena disponibilità al mettersi al suo servizio: «Eccomi, manda me» (Is 6,8). Simon Pietro, dopo aver ascoltato Gesù che insegna (Lc 5,3) e vista la potenza operativa della sua Parola nella pesca miracolosa (Lc 5,6-7) si rende conto per grazia di Dio che la promessa fatta da Gesù: «Non temere: d’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10b) andava presa sul serio e non poteva essere realizzata se non con la decisione di lasciare tutto e seguire Gesù. Cosa che non solo Simone, ma anche Giacomo e Giovanni fanno insieme (Lc 5,11). L’intervento positivo di Dio che ha trasformato un persecutore della Chiesa in un apostolo testimone della resurrezione di Gesù è indicato dallo stesso Paolo che dice: «Per grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia di Dio in me non è stata vana» (1Cor 15,10; At 9,17-19).
2. Isaia descrive la sua vocazione profetica avvenuta nel 740 a.C., in un racconto articolato in tre parti: la visione del Signore, Re dell’universo (Is 6,1-5), la grazia della trasformazione della sua vita ( Is 6,6-7), la disponibilità alla missione (Is 6,8). Il profeta percepisce Dio come un Re. L’espressione “Signore degli eserciti” indica che egli esercita la sua regalità sul popolo e sul mondo (Sal 24,10). La sua caratteristica peculiare è la santità, attributo con il quale Isaia manifesta la natura totalmente altra di Dio nei confronti dell’uomo, che è limitato e peccatore. La percezione della santità di Dio induce il profeta a meglio comprendere se stesso. Isaia si sente “perduto” a motivo del suo peccato e del peccato del popolo con il quale abita. Il peccato è percepito nelle labbra che rivelano quanto c’è nel cuore e sono il primo strumento interessato all’esercizio della sua missione profetica. Ma con due versetti che descrivono una vera liturgia di purificazione (Is 6,6-7) la triplice dichiarazione di indegnità fatta da Isaia: «Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono, e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito», è superata dalla triplice azione del Serafino che tocca le labbra di Isaia: in tal modo scompare la sua iniquità e il suo peccato è espiato (Is 6,7). Grazie al dono della novità di vita ricevuta, il profeta che prima aveva visto il Signore ora può anche udire la sua voce e diventare esecutore della volontà divina. Alla domanda del Signore: «Chi manderò e chi andrà per me?», Isaia risponde: «Eccomi, manda me». Tale risposta non ha nulla di presuntuoso: il profeta sa di poter fare affidamento non solo sulle sue forze ma anche e soprattutto sulla santità di Dio, la cui misericordia è senza limiti, e pertanto manifesta l’atteggiamento tipico del servo pronto a eseguire gli ordini del suo Re (1Sam 22,12; 2Sam 1,7).
3. Luca parla dei discepoli che Gesù raccoglie attorno a sé soltanto dopo avere descritto la sua attività soteriologica di Messia con le parole e con le opere (Lc 4,14-44). Il brano evangelico non è propriamente un racconto di vocazione alla sequela di Gesù, ma la narrazione di una promessa fatta a Simone: «D’ora in poi sarai pescatore di uomini» (Lc 5,10b), dopo che Gesù aveva utilizzato la sua barca per insegnare alla folla (Lc 5,3) e dopo aver ottenuto da Simone l’obbedienza della fede a una parola che era in contrasto con la sua competenza professionale (Lc 5,5). Il conferimento della promessa è cosi il punto vertice di un racconto articolato in tre scene.
La prima (Lc 5,1-3) è caratterizzata da un interesse cristologico ed ecclesiologico. Il primo è visibile nella parola che descrive Gesù “stare in piedi”, come è proprio del Risorto (Gv 21,4) sulla riva del lago e accoglie la folla che va da lui per ascoltare la “Parola di Dio”. Quanto gli apostoli faranno nella vita della Chiesa annunciando la “Parola di Dio” non è altro che il prolungamento di quanto ha fatto Gesù nel corso della sua vita. Egli continua a parlare oggi all’umanità con la luce e la forza del suo Spirito e attraverso i ministri del Vangelo, i missionari. L’interesse ecclesiologico è visibile nel fatto che Gesù sceglie “la barca di Simone” per insegnare. La barca è metafora della Chiesa. Il verbo all’imperfetto ci invita a riconoscere che Gesù continua anche oggi a parlare alla folla attraverso la Chiesa, posta sotto la guida visibile di Pietro.
La seconda scena (Lc 5,4-7) evidenzia un interesse più specificatamente missionario. Il comando dato da Gesù a Simone: «Prendi il largo e calate le reti per la pesca» (la pesca è metafora della missione) suona come una prova di fede che Simone supera comportandosi da vero discepolo che ascolta e mette in pratica la Parola; afferma infatti: «Sulla tua Parola getterò le tue reti». Ed è l’obbedienza alla Parola che rende feconda la missione della Chiesa, come aveva reso fecondo il grembo di Maria (Lc 1,31; 5,7). L’abbondanza della pesca è sottolineata dal fatto che “le reti si rompevano” per l’abbondanza dei pesci che non solo riempiono le due barche ma le portano quasi sul punto di affondare.
Simone nella terza scena (5, 8-11) si rende conto di trovarsi di fronte a una teofania. Gesù che aveva operato la pesca miracolosa non è soltanto un Maestro (5,5), ma è il Signore Dio alla cui presenza Simone si rende conto di essere un uomo peccatore (5,8; 22,34). La pesca miracolosa aveva suscitato lo stesso stupore anche in Giacomo e Giovanni. Ma è ai peccatori che riconoscono di essere tali e si pentono che Gesù affida la responsabilità della Chiesa (Lc 22,31-32). Gesù invita Simone a non temere e gli affida una promessa secondo la quale egli dovrà prendere vive le persone, rianimarle e ricondurle alla vita. Dopo aver ascoltato Gesù che insegna con autorità e compie un evento straordinario come quello a cui hanno assistito, Simone, Giovanni e Giacomo si rendono conto che Gesù è una persona credibile la cui parola è affidabile; perciò, mossi dalla grazia «lasciarono tutto e lo seguirono» (Lc 5,11). Il miglior modo per prepararsi alla missione è quello di iniziare un vero cammino di discepolato.
4. Abbiamo già messo in luce le analogie che la seconda lettura ha con la testimonianza di Isaia e il brano evangelico. Nel contesto della prima lettera ai Corinzi, Paolo intende affermare la centralità del Mistero pasquale nella esperienza di fede cristiana. La salvezza è legata alla fede nel valore salvifico della morte e risurrezione di Gesù, la formulazione di questa confessione di fede così come essa è presente nella seconda lettura («Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le scritture e riapparso a Cefa», 1Cor 15,3b-4) non è un elaborato teologico inventato da Paolo ma un dato della Tradizione Apostolica che risale alle origini dell’esperienza cristiana. L’apostolo afferma che nell’annuncio del Vangelo da lui fatto alla città di Corinto verso gli anni 50 d.C. egli ha semplicemente trasmesso quello che aveva ricevuto dalla comunità cristiana all’inizio della sua missione, verso la metà degli anni 30 d.C. Tale Tradizione è nata dalla testimonianza convergente di tutti coloro che hanno avuto la grazia di vedere il Risorto a partire da Cefa e dai Dodici sino ad arrivare a Paolo che merita, al pari dei primi, il titolo di apostolo perché anche lui ha visto il Signore (1Cor 9,1). Il brano termina con un’affermazione preziosa dal punto di vista ecumenico: tutti i testimoni di Cristo risorto proclamano il medesimo messaggio e tutti i fedeli professano la medesima fede. I legittimi approfondimenti teologici che si fanno sul Mistero pasquale devono garantire la fedeltà a tale Tradizione.

 

PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA
Dt 26,4-10; Rm 10,8-13; Lc 4,1-13
14 febbraio 2016


1. La Quaresima nella nostra tradizione cristiana non ha nulla di arcaico o di terrificante, ma al contrario evoca una particolare stagione della Chiesa in cui la comunità cristiana e i suoi fedeli si sentono particolarmente impegnati in un rinnovato cammino di fede da vivere in compagnia di Gesù, che con la sua Parola e il suo Spirito ci conducono verso la sua Pasqua perché essa diventi la nostra Pasqua. Consapevoli di essere cristiani molto lontani dall’ideale di santità al quale siamo chiamati per il dono della fede e del battesimo, sappiamo che il cammino di fede è simultaneamente un cammino di conversione che ci sollecita a morire al peccato e ai suoi compromessi e a risorgere alla vita nuova inaugurata dal Risorto che è fatta di “Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza,  bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Si tratta di un’esperienza di grazia, che nell’ascolto della Parola e nella docilità allo Spirito Santo ci permette di riscoprire “il senso cristiano della vita”, la modalità giusta di comprendere la nostra libertà e il saper fare un uso responsabile di essa. Il messaggio biblico della prima domenica di Quaresima, presente in due professioni di fede, una dell’Antico Testamento e una del Nuovo, e nel racconto delle tentazioni di Gesù, ci invita a vivere il cammino di conversione e di fede all’insegna della fedeltà a Dio che, con il dono della fede e del battesimo, ci ha reso partecipi della sua vita e si attende da noi una collaborazione perché il dono a noi fatto riesca fecondo per la nostra vita e per tutta la comunità umana.
2. Il testo della prima lettura, che gli esegeti attribuiscono ai redattori del Deuteronomio (che vuol dire Seconda legge), associa una professione di fede (26,5-9) a un rito di offerta a Dio delle primizie della terra (26,4.10). Come mai una tale associazione? Quale motivazione teologica o pastorale l’ha causata? La lettura della professione di fede rivela che Jahvè è l’unico soggetto attivo di una storia che risale a Giacobbe, l’arameo errante, il padre di dodici figli eponimi delle dodici tribù di Israele. Egli andò forestiero in Aram presso Labano ma finì per andare in un altro Paese forestiero, l’Egitto, con poca gente che divenne però una nazione forte e numerosa. Essa, maltrattata e resa schiava dal faraone, grida al Signore e «Jahvè udì la nostra voce, vide la nostra miseria… e ci fece uscire dall’Egitto… e ci fece venire in questo luogo e condusse in questa terra dove scorre latte e miele». L’azione salvifica di Jahvè che libera il popolo dalla schiavitù culmina nel dono della terra.
Il possesso di questa terra trasforma un popolo di nomadi in un popolo sedentario, un popolo di pastori in un popolo di contadini. Questa trasformazione sociale fu accompagnata da una profonda crisi di fede perché i culti della fertilità presenti nella terra di Canaan affascinavano il popolo di Israele. In effetti le divinità pagane, legate al ciclo delle stagioni e della natura, sembravano più adatte di Jahvè, il Dio nazionale della storia passata, a dare la pioggia che rende fertile la terra. Al contesto di questa crisi, risale la lotta tra Elia e i profeti di Baal e fa anche riferimento all’azione del profeta Osea. Questi accusa Israele di non aver riconosciuto che Jahvè gli ha dato il «grano, il mosto e l’olio» (2,10), rivelando così che è il Signore e non Baal a rendere fertile il suolo (Os 2,7.10.11.14-15). Da qui l’insistenza della catechesi del Deuteronomio a non dimenticare Jahvè per seguire altri dei perché: «Io darò alle vostre terre la pioggia a suo tempo: la pioggia d’autunno e la pioggia di primavera, perché tu possa raccogliere il tuo frumento, il tuo vino e il tuo olio. Darò anche erbe al tuo campo per il tuo bestiame. Tu mangerai e ti sazierai» (Dt 11,14-15). Il motivo, dunque, che ha indotto gli autori ad associare la professione di fede storico-salvifica di Israele al rito delle primizie è quello di far capire che Jahvè, il Dio della storia, è anche il Dio della natura. Colui che ci ha dato la terra è anche colui che ci dà i frutti della terra. Offrendo al Signore le primizie dei frutti della terra il contadino israelita si considera contemporaneo della storia della salvezza passata: «Io dichiaro oggi al Signore tuo Dio che sono entrato nella terra che il Signore ha giurato di dare a noi» perché riconosca che Jahvè dà oggi la fertilità alla terra così come ieri diede a loro la terra stessa. Il procedimento liturgico attualizza nell’oggi le gesta salvifiche del passato perché ogni generazione possa fruire della grazia data da Dio. La prima lettura è testimonianza preziosa di fedeltà a Dio nonostante i cambiamenti socio-culturali e religiosi avvenuti nel passaggio da una società nomadica a una sedentaria.
3. Della fede parla anche Paolo nella seconda lettura la cui prima finalità è quella di indicare che la via per ottenere la salvezza non è quella dell’osservanza delle leggi ma quella della fede in Dio che si è rivelato e si è donato a noi nel Signore Gesù che è morto e risorto per noi. Prendendo poi le mosse da una citazione del Deuteronomio: «Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore» (30,14), l’apostolo parla della fede cristiana come di un’esperienza che coinvolge la totalità della vita umana, nella sua dimensione personale, soggettiva, e nella sua dimensione comunitaria e pubblica. Facendo riferimento all’esperienza dei cristiani battezzati, Paolo distingue due momenti del processo di iniziazione cristiana: il momento dell’adesione libera del cuore a Dio («Se crederai con il tuo cuore che Dio l’ha resuscitato dai morti, sarai salvo») e il momento della professione di fede comunitaria e pubblica («Se confesserai con la tua bocca che Gesù è il Signore»). Si tratta di due momenti distinti ma non separabili della natura delle fede cristiana, la cui genesi è dovuta all’azione libera dell’uomo ma anche al dono dello Spirito, perché «nessuno può dire Gesù è il Signore se non per mezzo dello Spirito» (1Cor 12,3).
La salvezza che Dio ci offre con la fede è una realtà presente e una realtà futura. È un bene presente a partire dal battesimo, mediante il quale “Siamo rivestiti di Cristo” (Gal 3,27), ci viene fatto dono dello Spirito di Cristo (Gal 4,6) che è sorgente di una vita nuova che ci trasforma nella figura di Cristo che è immagine di Dio (2Cor 3,18; 4,4). Ma la salvezza è anche un bene futuro: «Nella speranza siamo stati salvati» (Rm 8,24), da qui la necessità per noi cristiani di vivere una vita «secondo lo Spirito», di mantenere viva una relazione filiale con Dio, di rendere la nostra fede operosa mediante la carità (Gal 5,6), di essere misericordiosi come è misericordioso il Padre nostro (Lc 6,36). Infine non va trascurato il fatto che con due versetti l’apostolo indica che la salvezza cristiana è destinata a tutti, perché Dio è signore di tutti e la fede cristiana è possibile a tutti. Questa dimensione universalistica della salvezza rende la Chiesa una comunità necessariamente missionaria e fa di ogni battezzato, in possesso dello Spirito di Cristo, un discepolo-missionario che vive la gioia del Vangelo e la gioia di condividere con quante più persone possibili la salvezza ricevuta in dono dall’amore di Dio.
4. Dal momento che il racconto delle tentazioni di Gesù viene dopo due confessioni di fede siamo indotti a leggere anche questo come una confessione di Gesù a Dio: una esemplificazione della perfetta fedeltà al disegno salvifico che il Padre ha risposto su di lui nell’evento del battesimo. Nella tradizione sinottica e in modo particolare in Luca è sottolineato questo legame del battesimo con le tentazioni. È Gesù che prende l’iniziativa “pieno di Spirito Santo”: sin dal momento della nascita si lascia guidare dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni. Nel deserto Gesù cerca il silenzio della preghiera e il colloquio filiale con il Padre (Lc 5,16), ma sente anche la voce del diavolo che cerca di distoglierlo dal rapporto filiale con il Padre. Il fatto che, tra la scena del battesimo e quella delle tentazioni Luca abbia inserito la genealogia di Gesù, “figlio di Adamo” significa che le tentazioni di Gesù per l’evangelista non hanno soltanto un interesse messianico ma hanno anche un interesse antropologico ed etico.
La prima tentazione riguarda il potere messianico di Gesù e il cibo: «Poiché tu sei il figlio di Dio - dice il diavolo comanda a questa pietra che diventi pane». È una proposta intelligente perché non c’è nulla di più necessario all’uomo del pane ed è anche seducente perché un leader che riesce a sfamare la popolazione è facilmente da tutti accolto, ma non è una proposta accettabile: non perché Gesù non abbia sensibilità verso le necessità economiche primarie del popolo, come appare dal racconto della moltiplicazione dei pani, ma perché la natura della sua messianicità non è di tipo economico (Lc 12,13-ss), perché Egli non può servirsi del suo potere messianico a  proprio vantaggio ma soltanto per metterlo al servizio della missione religiosa affidatagli dal Padre di cui l’uomo ha assoluto bisogno in quanto «non di solo pane vive l’uomo».
Nella seconda tentazione il diavolo si vanta di disporre del potere politico sul mondo e lo offre a Gesù perché sia il Messia atteso dai suoi contemporanei per la liberazione socio-politica del popolo. Ma il potere di satana è minacciato (Lc 10,18), la sua durata è breve (Lc 22,53), la pretesa del diavolo che Gesù si prostri dinanzi al suo volto è volgare e ridicola. La risposta di Gesù di riconoscere l’unica signoria di Dio al quale sottomettersi rivela che Egli intende l’esercizio del suo ministero come un servizio a Dio senza alcuna ambizione di onnipotenza temporale. Dopo Pasqua Gesù riceverà da Dio la potenza su tutti i Regni della Terra.
Basandosi sull’aiuto garantito dal Salmo 91,11-12 il diavolo provoca Gesù a compiere un gesto spettacolare, buttandosi giù dal luogo più alto e quindi più visibile della città di Gerusalemme. È una domanda che anticipa quella che faranno a Gesù di scendere dalla croce per dare un segno certo della sua messianicità. La risposta di Gesù, espressa con le parole: «Non tenterai il Signore tuo Dio» significa che Egli non intende mettere alla prova Dio con la richiesta di favori personali; che l’aiuto che Dio assicura a chi si fida di lui non può indurre il credente a mettere a rischio la vita e obbligare Dio a intervenire; la sua scelta di non salvarsi dalla croce non è motivata da impotenza personale ma da fedeltà al disegno salvifico di Dio (Lc 24,26; At 14,32). Il nuovo Adamo, Cristo, rifiuta le tentazioni dell’avere, del potere e dell’apparire che seducono purtroppo anche la cultura contemporanea. In maniera antitetica Egli, obbedendo a Dio, ha scelto la logica del dare, del servire, e dell’essere, proponendo questa logica a tutti coloro che sono alla ricerca di un’autentica promozione umana secondo il disegno di Dio creatore.

 


SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA
Gen 15,5-12.17-18; Fil 3,17-4,1; Lc 9,28-36
21 Febbraio 2016

1. Nella seconda domenica di Quaresima la santa madre Chiesa ci invita a portare la nostra riflessione sulla figura di Abramo, padre della fede e cristiano ante litteram, di Paolo che ha fatto del mistero pasquale di Cristo non soltanto un oggetto di annuncio missionario ma anche un dato di esperienza vissuta scelta come programma di vita (Fil 3,10) e soprattutto di Cristo contemplato nel suo mistero della Trasfigurazione che anticipa quello della sua morte e glorificazione.
Si tratta di un evento luminoso della vita di Gesù del quale sono stati resi partecipi Pietro, Giovanni e Giacomo. Essi hanno visto “la sua gloria” e hanno udito la voce di Dio che li ha illuminati sulla identità di Gesù e ha comandato loro di ascoltarlo. Questa esperienza di Dio che alcuni apostoli hanno avuto nel loro cammino di fede con Gesù ci interpella. Essa ci induce a chiederci se, nel nostro cammino di fede, abbiamo fatto e aiutato a fare una vera e autentica esperienza di Dio. Sappiamo che, finché siamo in questo mondo la nostra conoscenza di Dio non è diretta ma mediata, «noi lo vediamo come in uno specchio, in una maniera confusa» dice Paolo (1Cor 13,12). Ma Dio è presente e lo si può incontrare nell’Eucarestia, nella sua Parola, nella comunità cristiana riunita nel nome del Signore, nei poveri, in ogni persona umana creata a sua immagine e somiglianza e in ogni realtà creata nella quale è misteriosamente presente la sua impronta. Perché ciò avvenga è necessario però un atteggiamento contemplativo che illuminato dalla luce dello Spirito consenta di accostarci a tutte le mediazioni della presenza di Dio sulla terra con una grande fede. Sarà Dio stesso, con il suo amore, a farci sentire la sua presenza e ascoltare la sua voce. Il risultato sorprendente sarà quello indicato da Paolo: «Contemplando e riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine di gloria in gloria secondo l’azione dello Spirito del Signore» (2Cor 3,18).
Se è vero quello che dice Paolo nella seconda lettura che alla parusia, il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo, per conformarlo al suo corpo glorioso è però interessante quello che scrive nel testo citato prima, secondo il quale la trasfigurazione del nostro corpo per l’azione dello Spirito del Risorto incomincia già nel corso del nostro pellegrinaggio storico. Nella misura in cui contemplo Dio nel volto dell’altro rifletto nel mio volto la presenza di Dio e progressivamente avviene il processo di assimilazione della nostra vita a quella di Cristo che è l’immagine visibile e perfetta di Dio. Per seguire Gesù nel cammino verso la croce è importante aver fatto l’esperienza della bellezza dell’incontro con Dio. Quella progettata da Gesù per Pietro, Giovanni e Giacomo è stata un’esperienza strategica per la sequela verso Gerusalemme.
2. La comunità cristiana, nel suo itinerario di fede, non cesserà mai di guardare ad Abramo, la cui vita è tutta posta sotto la Parola di Dio e si può sempre guardare a lui come modello dei credenti. Egli accetta l’irruzione di Dio nella sua vita e crede nella sua Parola anche quando essa urta contro ogni evidenza. Abramo si fida di Dio. Il brano della prima lettura, redatto da un autore vissuto dopo l’esilio babilonese, come risulta con evidenza dal versetto 7, è articolato in un dittico. I versetti 15,1-6 contengono una promessa, e i versetti 15,7-18 contengono un giuramento.
Dio promette ad Abramo una discendenza numerosa come le stelle del cielo, come aveva prima detto «Farò di te una grande nazione» (Gen 12,4). La fiducia di Abramo nella Parola di Dio è considerata dal Signore un atteggiamento giusto, corretto, pienamente conforme alla natura del rapporto che ci deve essere nel dialogo tra uomo e Dio. Dio fa poi una seconda promessa avvalorata da un giuramento messo in atto con la pratica di un rituale arcaico caratteristico della cultura dei nomadi (Gen 15,9-11): chi presta giuramento passa in mezzo alle parti divise di un animale e pronuncia una formula del genere: «Dio mi faccia questo e aggiunga anche questo se non osservo quanto prometto». Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. Il fuoco è il simbolo della presenza di Dio che passando in mezzo agli animali divisi si impegna a realizzare quanto promette. Il carattere numinoso dell’evento è dato dal sonno e dal terrore in cui cadde Abramo che evocano il sonno e la paura degli apostoli nell’evento della Trasfigurazione.
Si noti che a passare in mezzo agli animali divisi è soltanto il fuoco, simbolo della divinità, e non anche Abramo. Quindi quella che l’autore biblico chiama “Alleanza” non va confusa con il trattato bilaterale del Sinai tra Dio e il popolo, tra Dio che propone di osservare la Legge e offrire la sua benedizione a chi la osserva e il popolo che si impegna a farlo. Quella conclusa tra Dio e Abramo non è un’alleanza bilaterale, legata alla osservanza della legge, ma una promessa fatta da Dio e sanzionata da un giuramento che Abramo accoglie con la fede che ha caratterizzato tutta la sua vita. Ho definito Abramo un cristiano ante litteram perché è noto a tutti che Paolo ha fondato proprio sulla sua fede manifestata prima della circoncisione la convinzione personale e la dottrina teologica secondo cui a rendere giusti gli uomini dinanzi a Dio non sono le opere degli uomini ma la loro fede in Dio.
3. Il tema evangelico della sequela di Cristo e del caricarsi della croce di Cristo «ogni giorno» (Lc 9,23) trova una corrispondenza nel contenuto della seconda lettura nella quale Paolo invita i cristiani della comunità di Filippi a compiere una chiara scelta di campo: guardarsi dai nemici della croce di Cristo e comportarsi invece da cittadini «degni del Vangelo» (Fil 1,27) che, per il dono del battesimo sono diventati “concittadini” dei Santi (Ef 2,19), risorti con Cristo a vita nuova e fatti «sedere con Lui nei cieli» (Ef 2,6).
Per raggiungere questo obiettivo non ha paura di dire ai cristiani di Filippi di farsi suoi imitatori nella modalità con la quale egli vive di Cristo e lotta per Lui. Dicendo loro che «Ciò che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me è quello che dovete fare» (Fil 4,9), Paolo non cede alla vanità dell’autoreferenzialità dal momento che aveva già chiarito, scrivendo ai cristiani di Corinto, che la sua esortazione a farsi suoi imitatori è motivata dal fatto che egli stesso è imitatore di Cristo: «Fatevi miei imitatori come io lo sono di Cristo» (1Cor 11,1). I cristiani di Tessalonica, dichiarati da Paolo modello dei cristiani di tutta la Macedonia e della Acaia, sono diventati tali perché imitatori di Paolo e di Cristo nella sofferenza per il Vangelo. L’insistenza di Paolo a una vita cristiana esemplare è motivata anche dalla convinzione che l’annuncio del Vangelo non viene fatto soltanto con servizio della Parola, ma anche e soprattutto con la testimonianza della vita.
Al pari di Abramo i cristiani non dovranno mai dimenticarsi di essere i figli della promessa perché «salvati nella speranza» (Rm 8,24) e perciò pellegrini in attesa che quel processo di trasfigurazione della nostra persona, iniziato con una vita vissuta nella fedeltà e disponibilità al dono dello Spirito ricevuto al battesimo, trovi compimento quando l’appartenenza alla nostra patria non sarà più germinale ma definitiva. Allora il signore nostro Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso. Allora «ci incontreremo faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio» (1Cor 13,12) e potremo leggere con gioiosa ammirazione il mistero dell’universo che partecipa insieme a noi della «pienezza senza fine» (Laudato sii, 249).
4. Collocato subito dopo la profezia sulla sua morte e risurrezione (Lc 9,22) e dopo la catechesi rivolta a tutti sulla necessità di portare “ogni giorno” la croce, il racconto della trasfigurazione di Gesù ha un chiaro interesse cristologico ed ecclesiologico: intende confermare quanto detto prima da Gesù agli apostoli sulla natura della sua messianicità e offrire un motivo di consolazione a tutti i cristiani dicendo loro che l’esperienza della croce è via obbligata per entrare nel regno di Dio (At 14,22).
La duplice menzione della preghiera che precede l’evento della trasfigurazione («Gesù salì sul monte a pregare e mentre pregava…») inducono a ritenere che secondo Luca tale evento debba essere collegato con la vita interiore di Gesù, debba essere compreso come espressione della sua esperienza di preghiera che scandisce tutta la sua vita dal battesimo alla morte. Per indicare ciò che accadde a Gesù nella sua relazione orante con il Padre, Luca evita il verbo metamorphfeo utilizzato da Marco perché i suoi lettori pagano-cristiani non confondessero la trasfigurazione di Gesù con le metamorfosi della mitologia greca. L’evangelista ci tiene a far capire che non si tratta di un cambiamento di identità di Gesù. Solo l’aspetto del suo volto (la persona) è diverso e la sua veste è diventata candida e sfolgorate. Ma si tratta di un  segno chiaro dell’appartenenza di Gesù alla sfera divina.
Luca non solo associa a Gesù Mosè ed Elia, come fa Marco, ma aggiunge che essi «apparvero nella loro gloria» e che «parlavano del suo esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme». Queste parole sono pronunciate da due figure rappresentative dell’Antico Testamento: Mosè che rappresenta la legge ed Elia rappresentante dei profeti. Entrambi sono passati attraverso l’esperienza della sofferenza (At 7,17-44; 1Re 19,3 ss.) e indicano che Gesù a Gerusalemme, centro della storia della salvezza, deve realizzare il nuovo esodo con la sua morte, risurrezione e ascensione (Lc 24,4; At 1,10).
I tre apostoli che Gesù aveva preso con sé sono resi partecipi della gloria di Dio. Essi, che avevano assistito alla risurrezione della figlia di Giairo da parte di Gesù, «vedono la sua gloria». Si è trattato di un’esperienza ineffabile e per noi indescrivibile. Anche se non hanno mai riferito ad alcuno ciò che hanno visto (Lc 9,36), questa esperienza li ha accompagnati per tutta la vita e si è trattato certamente di un’esperienza soggettiva così gratificante che Pietro esprime a Gesù il suo desiderio di prolungarla quando si accorge che con la separazione di Mosè ed Elia da Gesù tale esperienza stava per cessare. Finita l’esperienza della visione della gloria di Gesù, gli apostoli restano coinvolti dall’azione di Dio che, con il simbolo della nube, li avvolge e rivela loro il significato della visione goduta con le seguenti parole: «Questi è il figlio mio, l’eletto, ascoltatelo». Tali parole manifestano in maniera oggettiva agli apostoli quanto la voce del Padre aveva comunicato solo a Gesù nell’evento del suo battesimo con due sole varianti: il titolo di eletto attribuito a Gesù che Luca riprenderà nella scena della crocifissione (Lc 23,35) e che proviene probabilmente da Isaia 49,7 e l’imperativo ascoltatelo che comanda agli apostoli di prendere sul serio quello che Gesù aveva detto loro sulla sua morte e risurrezione (9,22) e quello che dovrà ancora dire nel corso della sua vita. Ma dopo aver visto la gloria di Gesù e aver udito la voce di Dio sulla sua identità gli apostoli comprendono almeno al momento che ascoltare Gesù è sinonimo di obbedire a Gesù.

 

 

TERZA DOMENICA DI QUARESIMA
Es 3,1-8.13-15; 1Cor 10,1-6.10-12; Lc 13,1-9
28 Febbraio 2016

1. La celebrazione eucaristica della terza domenica di Quaresima è centrata tutta sulla conversione. L’urgenza di essa è affermata con insistenza da Gesù con due dichiarazione esplicite presenti nella prima pericope e con il linguaggio simbolico nella parabola del fico sterile che rischia di essere tagliato. Un invito alla conversione è presente nella rilettura cristiana di alcuni eventi della vita di Israele nel deserto (seconda lettura) e nella rivelazione del nome stesso di Dio fatta a Mosè nella storia dell’Esodo di Israele dall’Egitto che è figura del nuovo Esodo compiuto da Gesù per liberarci dal peccato e renderci partecipi della sua vita. Nell’antifona di ingresso della celebrazione eucaristica si sente l’eco di una supplica che un pio israelita rivolge al Signore, consapevole com’è della sua povertà e solitudine che gli derivano non solo dalla presenza di nemici che minacciano la sua esistenza ma anche dalla presenza nella sua vita del peccato che crea un diaframma tra lui e Dio. Egli chiede il suo intervento perché tale diaframma venga distrutto. Anche nella Colletta si invoca l’aiuto di Dio «perché portiamo frutti di vera e continua conversione». Essa, intesa come riconciliazione con Dio, è presente nella preghiera sulle offerte con la quale il celebrante a nome di tutta l’assemblea liturgica chiede al Padre «di perdonare i nostri debiti e di darci la forza di perdonare i nostri fratelli». Nell’Anno Santo voluto dal Papa come giubileo straordinario della misericordia dobbiamo sentire come rivolto a ciascuno di noi l’invito del Vangelo alla conversione. Essa non è soltanto un elemento di iniziazione alla vita cristiana ma è anche un elemento costitutivo di essa. La stessa formazione permanente del clero o dei cristiani tutti altro non è che una conversione permanente. Soltanto nel ritorno a Dio e nella comunione profonda e continua con Lui troviamo la pace del cuore e la gioia della vita.
2. Dalla nota pagina della prima lettura ci interessa mettere in evidenza quegli aspetti del Mistero di Dio che sono a fondamento della conversione e del rapporto di amicizia dell’uomo con Lui:
1- Il simbolismo della fiamma di fuoco che Mosè vede in mezzo a un roveto senza che questo si consumi, offre un’immagine non statica (motore immobile!) ma dinamica di Dio, rappresentato come una forza vitale sempre viva che non ha bisogno di essere alimentata e che suscita interesse.
2- Dio che si manifesta a Mosè è un Dio che si interessa degli uomini, a cui stanno a cuore i rapporti interpersonali: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe».
3- È un Dio che conosce la situazione di miseria in cui si trova il popolo di Israele in Egitto, che ascolta il grido di aiuto che il popolo gli rivolge, sa la condizione di sofferenza e di schiavitù in cui esso si ritrova.
4- È un Dio che decide di intervenire nella storia del popolo di Israele per dargli la libertà e testimoniare di essere un Dio fedele alle promesse fatte ai patriarchi. Questo atto di liberazione è fondamento del decalogo: «Io sono Jahvè tuo Dio che ti ha fatto uscire dalla terra di Egitto, dalla condizione servile: non avrai altri dèi…» (Es 20,1 ss). L’alleanza del popolo con Dio ha come fondamento la fede nel Signore Dio che è intervenuto nella storia come liberatore.
5- Il punto culminante dell’autorivelazione di Dio a Mosè si ha nelle parole: «Io sono colui che sono… dirai agli israeliti: “Io sono mi ha mandato a voi”». Senza entrare nel ginepraio delle ipotesi sul significato di questa espressione è importante rendersi conto che Gesù si è identificato con questa rivelazione di Dio nel contesto della sua passione (Gv 18,5), quando si spogliava della sua divinità per essere soltanto un uomo che soffre. «Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo allora saprete che Io Sono» (Gv 8,28). Così Gesù manifesta la sua identità divina, con l’offrire la sua vita con un atto di amore per l’umanità perché essa sia liberata dalla schiavitù del peccato e recuperi la libertà dei Figli di Dio. La conoscenza di questo supremo atto di amore compiuto da Gesù, come è stato il fondamento della vocazione e missione di Paolo (Gal 2,20), così può essere la motivazione che induca tutti a un’autentica conversione.
3. Il brano della seconda lettura è direttamente collegato alla pericope precedente con la quale Paolo esorta i cristiani di Corinto in possesso di una coscienza forte (1Cor 8,1-6), a rinunciare per motivi di carità ad alcuni diritti in vista della salvezza eterna, così come fanno i corridori nello stadio che si privano di tutto per ottenere un premio e adduce anche il suo esempio: «Tratto duramente il mio corpo e lo trascino in schiavitù perché non succeda che dopo aver predicato agli altri venga io stesso squalificato» (1Cor 9,27). C’è dunque il pericolo serio che i cristiani pur essendo resi giusti per la fede e il battesimo, non raggiungano la salvezza definitiva. Da ciò la necessità di essere in stato di conversione permanente per evitare che l’orgoglio e la presunzione ci impediscano l’esercizio della carità, «Quindi - conclude l’apostolo - chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10,12). Non basta essere un membro della Chiesa, far parte della Chiesa, far parte del Corpo di Cristo, per avere la garanzia della salvezza eterna. La lezione che ci viene data dalla storia di Israele è chiara: «I nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati … , tutti mangiarono lo stesso pane spirituale … , tutti bevvero la stessa bevanda spirituale … ma della maggioranza di loro Dio non si compiacque e perciò furono abbattuti nel deserto» (1Cor 10,1-5). Il pensiero di Paolo è chiaro: tutti gli israeliti, ripetuto cinque volte, fanno il loro cammino di fede nel deserto, liberati dall’Egitto, ma non tutti, anzi la maggioranza di essi non entrò nella Terra Promessa.
Perché questo argomento risulti efficace per i cristiani di Corinto e per noi, Paolo fa una lettura cristiana della storia di Israele nel deserto. È una lettura giustificata dall’unico piano salvifico di Dio, dall’unità della sacra scrittura ricevuta dalla Chiesa, dall’unico Spirito che l’ha ispirata. L’apostolo fa una duplice lettura tipologica dell’esperienze di fede degli israeliti nel deserto: gli eventi accaduti in esso sono figura degli aspetti del Mistero cristiano (la presenza della nube e il passaggio del mare sono figura del battesimo; la manna e l’acqua della roccia sono figura dell’Eucaristia), e i comportamenti degli Israeliti servono di esempio perché non siano imitati dai cristiani e siano quindi di avvertimento per una vita di fede vissuta con autenticità e perseveranza.
4. Se Paolo ricorre alla storia passata di Israele per esortare i cristiani di Corinto a vivere da veri figli di Dio nella carità, Gesù trae spunto da alcuni fatti di cronaca quotidiana per rivolgere un pressante invito alla conversione; si tratta di fatti - la morte di persone che accade per responsabilità politica di alcuni o per disgrazia dovuti a eventi naturali - che da sempre hanno interpellato e interpellano la vita dei credenti e di tutti gli uomini: perché Dio permette i soprusi e le violenze, le disgrazie provocate dagli uomini o dalla stessa natura?
Gesù è invitato a dire il suo pensiero in merito all’uccisione di alcuni galilei operata da Pilato nel tempio di Gerusalemme e nel corso della celebrazione dell’offerta dei sacrifici. Un gesto esecrabile per la morte delle persone e perché gesto sacrilego. Un fatto del genere si presta a molteplici tipi di lettura, tutti legittimi. Che tipo di lettura fa Gesù? Con la sua risposta invita a considerare la vicenda umana in profondità. Gesù non condanna Pilato; la sua colpa è talmente evidente che non c’è bisogno che venga ribadita, ma Gesù non assolve i galilei, come i suoi interlocutori forse pensavano, perché la loro condotta non era esente dal peccato. La lotta per la libertà che essi perseguivano (si trattava probabilmente di appartenenti a quel movimento religioso e politico presente nella Galilea che lottava per liberare il Paese dalla schiavitù romana, diventato poi il partito degli Zeloti) non giustificava l’uso della violenza: il bene va perseguito con mezzi buoni, il fine buono non giustifica l’uso di mezzi cattivi. Gesù, che nel discorso della pianura aveva detto di non giudicare gli altri, di non condannare gli altri, di non guardare la pagliuzza nell’occhio del fratello e non dimenticare la trave nel proprio, non giudica e non condanna nessuno ma invita i suoi interlocutori a rendersi conto che la vera questione, di vita o di morte, è convertirsi, cambiare mentalità per “vivere”, o non farlo e quindi rassegnarsi a “morire”. Si promuove la pace, la giustizia, la fraternità, la vera libertà, accettando la logica della sobrietà, del servizio, dell’umiltà indicata dalla vita di Gesù. È questa la conversione alla quale Gesù invita tutti. Non basta cambiare gli attori della vita politica ma cambiare il modo di fare politica guardando non alla logica dell’avere, del potere, dell’orgoglio, ma a quei valori alternativi proposti da Gesù. Non c’è nelle parole di Gesù alcuna minaccia di morte, ma soltanto la notificazione che senza una vera conversione gli uomini sono capaci di autodistruggersi.
La caduta della torre che uccide diciotto persone fa pensare a un evento drammatico dovuto non a responsabilità umana ma a fenomeni della natura che avvengono “per caso” e che mettono in dubbio la paternità di Dio. Le calamità naturali non possono essere interpretate come castigo di Dio per chi le subisce. Siamo tutti peccatori certo, ma le disgrazie naturali non possono essere intese come punizione di Dio. L’invito a convertirsi dato da Gesù impegna a chiedere perdono a Dio per i peccati commessi contro il creato, perché la crisi ecologica ha una radice umana (Laudato sii, 101).
La successiva parabola del fico sterile insegna che gli uomini si decidano a produrre frutti di conversione (Lc 13,6). Dopo tre anni di attesa, il tempo del ministero di Gesù, sarebbe giunto il tempo del giudizio, dato che l’albero di fico non portava frutti; ma Dio, che non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva (Ez 18,29-32), accetta la proposta del vignaiuolo (Gesù) che chiede di perdonare l’albero sterile (Lc 13,9; 11,4; 23,34) e di prolungare l’attesa perché dia frutti di vera conversione. E l’anno del giubileo della misericordia inaugurato da Gesù (Lc 4,19) e l’anno santo della misericordia di Dio che va oltre il giubileo della misericordia voluto dal Papa, perché dura per tutta la nostra vita, pervade la storia dell’umanità: in essa Dio inserisce la missione della Chiesa perché gli uomini ricevano la vera linfa vitale che permetta loro di rispondere sinceramente a Dio e di realizzare pienamente la loro vocazione.

 


QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA
Gs 5,9.10-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32
6 Marzo 2016

1. I temi che danno unità alla quarta domenica di Quaresima sono la rivelazione di Dio come Padre misericordioso e la gioia traboccante che Egli manifesta nell’accogliere nella sua casa il figlio peccatore. La conoscenza dell’identità di Dio, dell’immagine che si ha di Lui è fondamentale per capire i comportamenti etici e religiosi degli uomini. L’Amore misericordioso di Dio che Luca racconta con una meravigliosa parabola nel Vangelo, il genio teologico di Paolo lo esprime facendo ricorso alla categoria teologica della riconciliazione (seconda lettura). Dio, il cui Amore ci possiede, «ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ci ha affidato il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,14.18). All’Amore misericordioso di Dio va attribuito l’ingresso degli Israeliti nella Terra Promessa dopo l’esperienza del deserto (prima lettura, salmo responsoriale 136,21-22).
La rivelazione della misericordia di Dio è seguita da una duplice esplosione di gioia che sgorga dal cuore del Padre: la prima al ritorno del figlio minore che lo aveva abbandonato: «Mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,24); la seconda rivolta al figlio maggiore che si rifiutava di riconoscere come suo fratello il figlio più piccolo che aveva abbandonato il Padre: «Bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è ritornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Lc 15,32). Questa partecipazione gioiosa al banchetto offerto dal Padre di cui parla il Vangelo trova un’eco nell’antifona di ingresso che invita i membri dell’assemblea a rallegrarsi e saziarsi «dell’abbondanza delle consolazioni» che la misericordia del Padre ci offre nel banchetto eucaristico. Beneficiari tutti della misericordia di Dio, siamo sollecitati dal salmo responsoriale a ringraziarlo per essere stati da lui liberati dal peccato e accolti nella sua amicizia. L’antifona alla comunione ci propone di fare nostro il consiglio che il Padre della parabola dava al figlio maggiore: accettare come proprio fratello nella fede ogni peccatore che Dio misericordioso accoglie nella casa comune.
2. I quattro versetti della prima lettura ci parlano degli inizi della vita di Israele nella Terra promessa. L’ingresso in essa è segno della fedeltà di Dio alle sue promesse. Della terra gli Israeliti non sono proprietari perché essa è un dono che l’Amore misericordioso di Dio ha loro concesso (Salmo 136,21-22). Il comando dato da Jahvè a Giosuè di circoncidere gli Israeliti indica che essi sono ormai liberi «dall’infamia dell’Egitto» cioè dall’idolatria. La circoncisione è un chiaro segno di appartenenza alla stirpe di Abramo, al popolo della Alleanza. È un segno soprattutto della propria appartenenza a Jahvè e perciò prerequisito indispensabile per celebrare la Pasqua. La prima celebrazione della Pasqua nelle steppe di Gerico evoca quella celebrata dai Israele prima di uscire dall’Egitto. Questo legame è un’indicazione preziosa della continuità storico - salvifica del popolo di Israele, anche se quelli che sono usciti dall’Egitto sono in gran parte morti nel deserto e quelli entrati nella Terra Promessa in gran parte non erano in Egitto. Il giorno successivo alla celebrazione della Pasqua cessò la manna. È la fine di un periodo, quello della vita nel deserto, ed è l’inizio di un nuovo periodo, la vita sedentaria in Canaan. Il passaggio dalla vita di nomadi a quella di agricoltori comporterà cambiamenti culturali notevoli che avranno conseguenze nella fede del popolo. Esso dovrà abituarsi a interpretare la vita quotidiana priva di manifestazioni religiose straordinarie alla luce della fede in Dio, Signore della storia e del creato.
3. In cinque versetti di particolare densità teologica l’apostolo Paolo è impegnato a mettere in luce la fecondità dell’Amore di Cristo per l’umanità dal punto di vista antropologico, teologico, cristologico ed ecclesiologico. Anzitutto dal punto di vista antropologico: coloro che con la fede ed il battesimo hanno accolto Cristo, come Signore e Messia, sono diventati “creature nuove”. Con il Mistero pasquale di Cristo, la salvezza è già presente nel mondo (2Cor 6,2), i cristiani sono gli uomini nuovi. Si tratta di una realtà ancora nascosta con Cristo in Dio (Col 2,3), ma già presente come lievito buono che fermenta la massa dell’umanità. La tensione che Paolo vive con la comunità di Corinto lo induce a interpretare la salvezza cristiana in termini di riconciliazione. Questo nuovo termine del lessico cristiano è molto importante perché mette in primo piano il cambiamento delle relazioni interpersonali tra gli uomini e Dio, le relazioni di ostilità dovute al peccato e le relazioni di amicizia dovute alla partecipazione dei battezzati alla vita stessa di Dio. L’apostolo afferma che la riconciliazione oggettiva dell’umanità con Dio è un suo dono perché Egli «Ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2Cor 5,18). È un’affermazione questa che in maniera sintetica esprime la dimensione teologica, cristologica ed ecclesiologica della riconciliazione. Nei versetti 5,18-19 per ben due volte Paolo dice che all’origine di tutto il disegno della salvezza sta il Padre in dialogo di Amore con il Figlio Gesù Cristo. Questo pensiero è da lui più volte espresso nelle sue lettere (Rm 5,10) ed è comune del resto a tutti gli autori del Nuovo Testamento. «Per mezzo di Cristo Dio riconcilia a sé tutte le cose, sia quelle che sono nei cieli, sia quelle che sono sulla terra» (Col 1,20). «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16), dove in quel verbo “dare” c’è un riferimento non soltanto all’evento dell’Incarnazione ma anche a quello della Croce. In merito alla dimensione cristologia della riconciliazione Paolo aveva già affermato prima che Cristo «è morto per tutti e quindi tutti sono morti» (2Cor 5,14), nel senso che grazie alla sua morte, a tutti è data la possibilità di non vivere più per se stessi ma per «Colui che è morto e risuscitato per noi» (2Cor 5,15). Ma se questa affermazione aveva messo in luce la portata salvifica della sua morte, l’apostolo, alla fine del brano ci tiene ad indicare quanto sia essenzialmente costato a Gesù l’essere il Mediatore della nostra riconciliazione con Dio: «Dio lo (Cristo) trattò da peccato in nostro favore perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21). È un’espressione che va compresa nel modo seguente: come noi diventiamo giusti in quanto riceviamo in noi stessi gli effetti della giustizia di Dio che ci rende simili a sé senza identificarci con Lui, allo stesso modo Dio accolla su Cristo tutte le conseguenze e gli effetti del peccato (paura, dolore, morte, disprezzo e odio degli uomini) senza per altro diventare peccatore. Perché la riconciliazione oggettiva realizzata da Dio per mezzo di Gesù Cristo diventi esperienza vissuta di riconciliazione da parte di tutti gli uomini, Dio ha affidato alla Chiesa il servizio della riconciliazione e le parole della riconciliazione. Riconciliatore è Dio, è Gesù Cristo, la Chiesa ha la missione di invitare l’umanità, a nome e con l’autorità di Cristo, a «lasciarsi riconciliare con Dio».
4. Il brano evangelico rivela il volto paterno di Dio. In risposta agli scribi e ai farisei che lo accusavano di accogliere i peccatori e di mangiare con loro, Gesù racconta una parabola, la più bella e commovente delle sue parabole, con la quale rivela la vera paternità di Dio, giustifica il suo operato, che è perfettamente conforme all’agire di Dio, e dona a noi cristiani, chiamati a essere misericordiosi come misericordioso è il padre nostro (Lc 6,36), un sicuro modello a cui fare riferimento.
Va notato anzitutto che il Padre della parabola (cioè Dio) non si oppone alle richieste di libertà, di autodeterminazione, di avere “tutto il patrimonio” che gli spettava, avanzate del figlio minore, che forse si sentiva frustrato nella casa paterna e desiderava fare una nuova esperienza di vita. Nessuno più di Dio rispetta la libertà dell’uomo. Egli, che ci ha dato la vita e la libertà, desidera che noi la esercitiamo con responsabilità.
Nell’esperienza del massimo degrado sociale in cui era giunto, andato via dalla casa del Padre (nel paese dove aveva scelto di vivere la sua vita era considerata meno degna di un maiale), egli rientra in sé e decide di ritornare. La riflessione che egli fa non consente a noi di parlare di conversione: non manifesta alcun dolore nei confronti del Padre che ha abbandonato e non riconosce di aver fatto un gesto oggettivamente cattivo nell’abbandonare la sua casa. La sua decisione di tornare è motivata dalla certezza di trovare in essa qualcosa da mangiare. La frase: «Ho peccato contro il cielo e contro la terra» è una trovata strategica per catture la benevolenza del Padre, dal quale si attende di essere assunto non come figlio ma come bracciante.
I versetti 15,20b-22 sono quelli che maggiormente rivelano la tenerezza paterna di Dio che, proprio perché di Dio, non può essere misurata dai nostri criteri di giustizia. «Quando ancora era lontano, il Padre lo vide»: benché il figlio fosse andato via da casa, il Padre continua ad amarlo anche nella sua vita di dissolutezza, e lo attende con pazienza. E quando lo vide ha un amore “viscerale” che lo induce a corrergli incontro, non per rimproverarlo o per sottoporlo a un processo perché rendesse conto della modalità con cui aveva sperperato il patrimonio, ma per abbracciarlo e baciarlo. Nessuna parola il Padre rivolge al figlio ma compie nei suoi confronti una serie di azioni rivelatrici del suo Amore paterno. E non basta, interrompe il figlio che aveva iniziato a recitare la formula che aveva imparato e rivolto ai servi dice: «Presto! Portate qui il vestito più bello… mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso e ammazzatelo». Il Padre ha fretta di accogliere il figlio tornato a casa, non come un bracciante ma nella sua dignità di figlio (con l’anello al dito e la veste più bella) e di uomo libero (con i calzari ai piedi) e di esprimere la grande gioia interiore con un banchetto comunitario che fosse esplosione di festa: «Perché questo mio figlio che era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Il figlio maggiore, al ritorno dal lavoro, informato su quanto accaduto “si indignò” e non voleva entrare a fare festa con gli altri. Il Padre allora prende l’iniziativa e “uscì a pregarlo”. Noi non sappiamo che cosa Egli gli dice. Ma mentre aveva interrotto la frase del figlio minore, lascia che il maggiore dia libero sfogo della sua ira con un linguaggio duro dal quale risulta che egli si considera vittima di un’ingiustizia (Lc 15,29b-30). La risposta del Padre è affettuosa ma anche attenta a rispondere all’accusa fatta e a indicare in maniera positiva ciò che egli chiede a lui: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo». Il Padre lo chiama “Figlio”, parola questa che in linguaggio diretto è riservata soltanto a lui, al figlio maggiore; «Tutto ciò che è mio è tuo»: egli non può lamentarsi di essere trattato ingiustamente e invita il figlio maggiore a non guardare con disprezzo il figlio minore («questo tuo figlio!»), a ad accoglierlo come fratello; «Bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Con queste parole finali della parabola il Padre vuol dire a quelli che sono stati fedeli a Dio è riservata una gioia più grande, non la gioia di ricevere (come pensava il figlio maggiore) ma la gioia di dare, perché essa apre il nostro cuore all’amore misericordioso di Dio: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35).
Luca intenzionalmente non racconta come ha reagito il figlio maggiore alla parola del Padre, perché la parabola è stata scritta anche per noi che con il dono dello Spirito di Gesù ricevuto al battesimo possiamo essere misericordiosi come è misericordioso il Padre nostro che è nei cieli.



QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA
Is 43,16-21; Fil 3,8-14; Gv 8,1-11
13 Marzo 2016

1. Nel cammino di fede non possiamo comportarci da nostalgici evocatori del passato ma da persone attente a saper cogliere nelle vicende quotidiane della vita, la novità che l’Amore di Dio suscita nella Chiesa e nel mondo. Questo suggerimento, che ci viene offerto dalla prima lettura, ci porta a dire che la “cosa nuova” fatta da Dio, la promessa di una via aperta nel deserto per far tornare gli esiliati a Gerusalemme è la persona di Gesù. Egli è la “Via” (Gv 14,6) data da Dio all’umanità perché essa pur vivendo nella desertificazione spirituale del mondo possa tornare a scoprire la tenerezza del Padre. Il brano evangelico precisa che nel rapporto con l’umanità peccatrice (l’adultera), Gesù manifesta di essere la via della misericordia. In lui l’Amore misericordioso del Padre si rende storicamente visibile. «Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre» che, ricco di misericordia dopo aver rivelato il suo nome a Mosè come «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà» (ES 34,6), non ha cessato di far conoscere in vari modi e in tanti momenti della storia la sua natura divina. Nella «pienezza del tempo» (Gal 4,4) quando tutto era disposto secondo il suo piano di salvezza, Egli mandò suo Figlio, nato dalla Vergine Maria per rivelare a noi il suo amore. «Chi vede Lui, vede il Padre» (Gv 14,9). «Gesù di Nazareth con la sua Parola, con i suoi gesti, e con tutta la sua persona rivela la misericordia di Dio» (Misericordiae Vultus 1). Una novità che è dono dell’amore di Dio è il Giubileo straordinario della misericordia che stiamo vivendo come comunità cristiana e singoli credenti. «Ci sono momenti nei quali in modo ancora più forte siamo chiamati a tener fisso lo sguardo sulla misericordia per diventare noi stessi segni della misericordia del Padre» (MV 3).
2. Il brano della prima lettura non è di immediata e facile comprensione, anzi a prima vista sembra scandaloso perché un credente sia ebreo che cristiano fa fatica ad accettare l’imperativo: «Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche» (Is 43,18). Papa Francesco nella esortazione apostolica Evangelii Gaudium ci ha detto che «La memoria è una dimensione della fede che potremmo chiamare “deuteronomica” in analogia con la memoria di Israele» (EG 13) e nella Lumen Fidei aveva già affermato che il rapporto tra fede e memoria è cosi stretto che la fede apostolica giunge a noi attraverso il vangelo che la Chiesa con l’aiuto dello Spirito custodisce. La memoria dell’Esodo è fondativa di tutta l’etica cristiana (Es 21,1), perché ritenuta l’evento all’origine della storia del popolo di Dio e suprema manifestazione del suo amore per Israele. Il DeuteroIsaia dirà più tardi: «Ricordatevi dei fatti dei tempi antichi» (46,9), dal momento che dalla presa di coscienza dei benefici dell’Esodo scaturisce nella comunità la vera conversione: «Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo Servo» (Is 63,11).
Perché dunque il profeta dice di non ricordare più il passato? Perché c’è modo e modo di farlo. Nel brano della prima lettura, il passato è evocato come un tempo mitologico in cui Dio aveva operato eventi straordinari che ora sembra non compia più. L’evocazione del passato fa parte di un lamento che il popolo rivolge al Signore perché mentre nel primo esodo aveva annientato gli egiziani (Is 43,16-17), ora non agisce in favore degli Israeliti esiliati in Babilonia. Il senso della frase citata prima di Isaia (43,18) è questo: smettetela di lamentarvi guardando sconsolatamente al passato e rendetevi conto che siete in presenza di una nuova misericordiosa azione di Dio. Invece di guardare al passato con nostalgia, il profeta invita a un ricordo creativo che apre alla speranza, perché c’è già in atto, opera in modo silenzioso una cosa nuova: il rimpatrio degli esiliati a Gerusalemme considerato come un evento ormai impossibile dai connazionali. Ma la novità di cui parla Isaia è riferibile soltanto al ritorno degli Israeliti nella Città Santa? L’oracolo «Ecco io faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia» fa pensare all’attività creatrice di Dio che nella sua benevolenza verso il popolo di Israele e verso tutta l’umanità non si stanca di donarci dei segni forti del suo paterno amore. Colui che apre nel deserto una strada e che immette fiumi di acqua nella steppa è Colui che ci ha dato in Gesù “la Via” per ricondurci al Padre e nel dono dello Spirito Santo, l’acqua viva che ci disseta per l’eternità. Il rinnovamento antropologico e cosmologico annunciato dal profeta (Is 43,19-21) è profezia della “nuova creazione” (Gal 6,15) operata da Gesù con la sua morte e risurrezione della quale sono partecipi sia gli uomini (2Cor 5,17) sia il creato (Rm 8,20).
3. L’episodio della donna adultera collocato dalla liturgia della Chiesa nella quinta domenica di Quaresima ci mostra che Gesù si avvia alla sua passione con un atto di misericordia. Esso rivela la modalità con la quale egli intende risolvere il problema del peccato che è presente nell’umanità: prendendo su di sé, come Agnello di Dio, i peccati del mondo e offrendo con amore la sua vita perché, perdonati da Dio, gli uomini siano messi in condizione di non essere schiavi di esso e recuperare la vera libertà dei figli di Dio.
L’incontro di Gesù con l’adultera è provocato dagli scribi e dai farisei. Essi conducono la donna nel tempio dove Gesù si trovava a insegnare a tutto il popolo che andava da lui per ascoltarlo. Il motivo della iniziativa presa è quella di sapere da Gesù, riconosciuto come maestro, quale fosse la sua opinione in merito alla donna che gli era stata condotta, la quale era stata sorpresa in flagrante adulterio. La domanda degli scribi e dei farisei non era una domanda onesta: essi non avevano alcuna intenzione di essere illuminati da Gesù in merito a un fatto che per essi era chiaro e sul quale non c’era alcun dubbio. Il fatto era evidente: la donna era stata colta in flagrante adulterio e giustamente arrestata e la legge puniva casi del genere con la pena di morte (Dt 22,22-24). Chiedere a Gesù che cosa pensi a riguardo, significa tentare di metterlo in difficoltà o trovare motivo di accusarlo: se Gesù manifesta un’opinione contraria a quanto prescrive la legge, egli lede l’autorità di Mosè e quella di Dio, se invece si mostra favorevole a quanto dice la legge, smentisce chiaramente quanto da Lui affermato sulla misericordia di Dio e quanto da Lui fatto per i peccatori. Si tratta dunque di un tranello criminale ben congegnato su cui Gesù è invitato a esprimersi.
Ma Gesù tace. Questo suo silenzio rivela il suo profondo dolore per la presenza del peccato nel mondo e per la modalità sbagliata di applicare la giustizia nella vita della comunità. Il suo silenzio è però accompagnato da un gesto profetico («Chinatosi si mise a scrivere col dito per terra») con il quale Egli rimanda i suoi interlocutori al giudizio di Dio, di fronte al quale tutti gli uomini sono peccatori e «sarà scritto sulla polvere chi si allontana da te» (Ger 17,13). È un gesto di chiara condanna dei colpevoli che gli Scribi, esperti nelle Scritture avrebbero potuto e dovuto comprendere. Cosa che invece non avviene perché il Vangelo racconta che essi continuavano a interrogarlo. Ma se gli accusatori non hanno ancora capito il muto gesto di Gesù, la sue parole: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei» li costringono a pensare ai loro peccati. E poiché dopo aver parlato Gesù ripete lo stesso gesto, continua cioè a scrivere sulla polvere, essi devono finalmente convincersi a desistere dal perseguire la donna e ad allontanarsi consapevoli dei loro peccati. È Dio che giudica; è Dio che scrive i peccatori sulla polvere secondo quanto detto da Geremia citato prima.
Svergognati, gli accusatori che sono costretti ad andarsene, l’episodio raggiunge il suo punto vertice proprio ora che finalmente «rimase solo Gesù con la donna là in mezzo». Queste parole del Vangelo lasciano supporre che il popolo che era venuto nel tempio per ascoltare Gesù che insegnava era ancora presente, quale testimone privilegiato del dialogo di Gesù con la donna. È Lui che prende l’iniziativa, si alza, la guarda e le rivolge la parola. Non le chiede che cosa realmente abbia fatto o di scusarsi di quello che ha compiuto ma le fa due domande: «Donna dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Tali domande servono a mettere la donna a proprio agio, a darle la possibilità di parlare, di esprimersi come soggetto (“Donna”), mentre sino a quel punto essa era stata soltanto oggetto di discussione. La donna può finalmente tirare un sospiro di sollievo e a Gesù, che ancora non aveva espresso il suo pensiero, risponde con timore reverenziale: «Nessuno, Signore». Gesù, l’unico senza peccato, che avrebbe potuto scagliare per primo la pietra contro di lei, mandato però da Dio nel mondo come messaggero e operatore di misericordia le dice: «Neanche io ti condanno» e aggiunge subito alla donna una parola che rivela il senso di quanto detto prima: «Va’ e d’ora in poi non peccare più». Le è concessa la misericordia di Dio perché eviti di peccare in futuro. Si noti la novità di queste parole. Mentre nell’episodio della peccatrice pentita (Lc 7,36-50), la donna mostra prima di essere pentita e poi viene accolta da Gesù, nell’episodio dell’adultera essa riceve il perdono di Dio senza alcuna condizione previa. Gesù non accoglie soltanto i peccatori pentiti, ma cerca anche chi è andato perduto per salvarlo (Mc 2,17).
4. C’è un’analogia tra quanto Gesù dice all’adultera e quanto Gesù risorto dice a Paolo nell’evento di Damasco che è allo sfondo del tratto autobiografico della seconda lettura. Entrambi sono invitati a non guardare al passato ma al futuro. Per l’apostolo il presente e il futuro della sua vita è Gesù Cristo il Risorto, è Gesù il tesoro trovato nel campo, la perla preziosa acquistata dal gioielliere che ha cambiato radicalmente la sua vita. La comunione vitale con il Risorto Gesù è il parametro con il quale egli valuta tutto ciò che gli accade nella sua vita, perciò Paolo ha scelto di legare il suo destino a quello di Gesù: «Perché io possa conoscere Lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte nella speranza di giungere alla risurrezione dei morti» (Fil 3,10-11). E ciò non solo con l’evento sacramentale del battesimo, ma con un’esistenza vissuta ogni giorno con la volontà di conformare la sua vita alla passione e alla risurrezione di Gesù. Si tratta di un cammino lungo, che dura tutta quanta la vita, nel corso del quale il processo di assimilazione dell’esistenza cristiana a quella di Gesù può crescere e diventare perfetto, ma può anche decrescere e subire involuzioni. Paolo confessa che pur essendo stato “afferrato” da Cristo e pur avvertendo la presenza viva del risorto nella sua esistenza di cristiano e di apostolo, non si sente di “aver afferrato” Cristo, di essere annoverato cioè tra i perfetti. Ma si sente come un atleta impegnato nella corsa per raggiungere il traguardo che coincide con la comunione piena e definitiva con il Signore Gesù: «Dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare verso il premio che Dio ci chiama a ricevere lassù in Cristo Gesù» (Fil 3,12).

 

 

DOMENICA DELLE PALME
Is 50,4-7; Fil 2,6-11; Lc 22,14,23,56
20 Marzo 2016


1. Il terzo canto del Servo di Jahvè e l’inno cristologico della lettera ai Filippesi sono due fari di luce che illuminano il racconto della Passione e morte di Gesù. Poiché le due prime letture sono comuni ai tre cicli dell’anno liturgico, noi ci limitiamo a mettere in evidenza gli aspetti teologicamente caratteristici del racconto lucano della Passione. Essi possono essere articolati in sette punti quanti sono i luoghi in cui essa si svolge:
a) Luca è il solo evangelista che fa seguire all’ultima cena una serie di detti di Gesù rivolti agli apostoli e che interessano il presente e il futuro della loro missione (Lc 22,14-38). Questa scelta ha un significato. La cena pasquale che Gesù vive con gli apostoli, nella quale è simbolicamente espresso tutto il senso della sua vita e della sua morte, è la misura della verità della sua vita e perciò Gesù vuole che essa sia anche la misura che giudichi la verità della vita della Chiesa dalla Pasqua alla fine del mondo. È a partire dal suo comportamento, manifestato nell’istituzione dell’Eucarestia, che la Chiesa dovrà imparare a discernere le sue scelte di vita: l’uso responsabile della libertà per non tradire l’amore ricevuto da Gesù, come invece ha fatto Giuda, che pur avendo deciso di tradirlo, ha preso parte all’Ultima Cena (Lc 22,21-23), la modalità di essere grandi nella Chiesa sul modello della grandezza di Cristo Servo (Lc 22,24-27). Agli apostoli che, pur passando attraverso molteplici prove, restano perseveranti nella fede, Gesù promette la loro partecipazione alla gloria di Dio della quale il pane eucaristico è pegno (Lc 22,28-30; 14,15). Gesù assicura Simone che la sua fede non verrà mai meno grazie alla sua preghiera. Il primo dei Dodici non tollera che la sua fedeltà a Gesù sia messa in discussione, ma questi gli dice che egli questa notte stessa lo rinnegherà tre volte. La sua missione nella Chiesa sarà quella di un peccatore perdonato chiamato dall’amore di Dio a confermare i fratelli nella fede (Lc 22,33-34). Infine Gesù informa gli apostoli che è imminente l’inizio di una nuova fase della vita e della missione in cui occorre essere ben attrezzati per affrontare le sfide e il piano escogitato da Satana già operante in Giuda (Lc 22,3). L’arma vincente della quale occorre essere in possesso anche vendendo il mantello, è la Parola di Dio, la spada dello Spirito (Ef 6,17; Eb 4,12), la sola capace di aiutarci a capire che nella passione e morte di Gesù si realizza il disegno di Dio prefigurato nella missione del Servo di Jahvè (Is 53,12). Con questa unica ed esplicita citazione della Scrittura (22,37) Luca ci da una chiave di lettura cristologica della passione di Gesù, presente agli inizi della Chiesa (At 3,13.26; 4,27.30; 8,32-33), secondo la quale la morte volontaria di Gesù, Servo di Dio, ha espiato i peccati del mondo.
b) Al pari di Marco, sua fonte, Luca colloca sul monte degli ulivi, l’ultima preghiera di Gesù con i suoi discepoli e il suo arresto (22,39-53). Nella modalità con cui egli struttura e descrive la sua preghiera, l’evangelista manifesta chiaramente il suo interesse ecclesiologico: Gesù è il modello di preghiera della Chiesa che, nel corso della sua missione, dovrà lottare per restare fedele al suo Signore. Ad accompagnare Gesù sul monte degli ulivi non ci sono soltanto Pietro, Giacomo e Giovanni ma tutti i discepoli. La prima e l’ultima preoccupazione di Gesù prima dell’arresto è per essi, ai quali per due volte raccomanda di pregare per non entrare in tentazione. Al centro del racconto c’è Gesù che in modo filiale si rivolge al Padre manifestando un desiderio subordinato però al compimento della sua volontà, che è sempre la ragion d’essere di tutta la sua vita. Nel momento in cui la Chiesa apostolica è perseguitata, essa trova nella preghiera il conforto di Dio (At 4,23-31; 12,5). Quanto accaduto nella Chiesa apostolica vale ovviamente per tutti i tempi e per tutti i luoghi in cui la Chiesa vive.
Nel racconto della scena dell’arresto Giuda, qualificato come “uno dei Dodici” cerca di baciare Gesù ma questi non consente, facendogli capire la gravità del gesto che stava per compiere: trasformare un segno di rispetto verso una persona in un segnale di tradimento. Gesù si oppone che si faccia uso della violenza come reazione alla palese ingiustizia del suo arresto e incolla l’orecchio del servo del Sommo Sacerdote che uno dei suoi aveva staccato. Questo è l’ultimo gesto di misericordia da lui compiuto prima che si autoconsegnasse a coloro che erano venuti per arrestarlo.
c) Gesù dal Monte degli Ulivi è condotto nella casa del Sommo Sacerdote, dove trascorre tutta la notte (22,54-65), nel corso della quale hanno luogo il triplice rinnegamento di Pietro e gli scherni subiti da Gesù da parte delle guardie che lo custodivano. La modalità con la quale il terzo evangelista racconta il triplice rinnegamento di Pietro induce a ritenere che con esso il primo degli apostoli non sia caduto nell’apostasia della fede (Lc 12,9), ma abbia commesso un gravissimo peccato senza però che sia venuto meno il suo legame con Gesù. Non a caso Luca afferma che Pietro, dopo l’arresto di Gesù, lo “seguiva”, sia pure da lontano, e abbia omesso l’imprecazione e il giuramento di Pietro alla terza accusa che è invece presente nel racconto di Marco, e la modalità con cui Pietro risponde alla prima accusa corrisponde perfettamente a quanto aveva preannunciato Gesù. Ma Luca oltre al peccato di Pietro racconta, unico tra gli evangelisti, anche la sua conversione. Essa è dovuta all’iniziativa di Gesù che “si volta” verso Pietro. Questo movimento indica che il Signore Gesù, che era in attesa del processo che si sarebbe tenuto al mattino seguente, sa quello che Pietro ha detto, non ha cessato di pensare a lui e di amarlo e fa perciò il primo passo per recuperarlo alla piena comunione. Non solo si volta verso Pietro, ma volge il suo sguardo su di lui. Gli interlocutori che accusavano Pietro avevano osservato il comportamento e il modo di parlare dell’apostolo. Lo sguardo di Gesù è diverso dagli altri. Egli, che conosce i cuori degli uomini, sa leggere dentro questi e comprende perfettamente quanto accade in essi. Guardato con amore da Gesù, Pietro si ricorda delle parole che gli aveva detto nella conversazione dopo cena ed esprime il suo sincero pentimento con il pianto.
d) L’incontro di Gesù con il consiglio degli anziani del popolo, con i Sommi Sacerdoti e gli Scribi non da luogo a un processo legale. Non vengono escussi i testimoni, non vengono formulate accuse né viene pronunciato un verdetto di condanna ma Gesù è interrogato sulla sua identità messianica. Questa domanda offre a lui l’opportunità di dire con chiarezza la sua identità precisa di Messia, Figlio dell’uomo, Figlio di Dio. Tale risposta, in aperta antitesi al triplice rinnegamento di Pietro fatto prima, è un esempio luminoso per i cristiani perseguitati che, chiamati a dare testimonianza della fede, possono guardare a Gesù come a un modello di comportamento, al prototipo dei martiri.
e) Luca è il solo evangelista che racconta il coinvolgimento di Erode Antipa nel processo contro Gesù, perché in quanto galileo apparteneva alla sua giurisdizione e Pilato ben volentieri, dopo aver verificato la sua innocenza (Lc 23,1-5), lo invia da lui che in quei giorni si trovava a Gerusalemme. Questa duplice autorità, Pilato ed Erode, è menzionata in una preghiera della comunità cristiana della Chiesa nascente: «Sì, veramente, si sono uniti in questa città contro il tuo Santo Servo Gesù che tu hai unto, Erode e Ponzio Pilato… per compiere quello che la tua mano e il tuo consiglio avevano preordinato» (At 4,27). Questo versetto esprime bene il pensiero teologico di Luca sulla Passione di Gesù: tutti i soggetti umani che si muovono nel corso di essa, giudei o pagani, sono strumenti di cui Dio si serve per la realizzazione del suo disegno di salvezza. All’evangelista non interessa dire di chi sia la maggiore o minore responsabilità della morte di Gesù. All’inizio del suo racconto sulla Passione con la esplicita citazione del quarto canto del servo di Jahvè egli aveva già indicato lo stesso pensiero presente nella preghiera della comunità cristiana (Lc 22,37).
f) Il terzo evangelista che al centro del suo Vangelo racconta il viaggio di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme (Lc 9,51 ss.) è l’unico dei sinottici che descrive anche il brevissimo viaggio compiuto da Gesù dal pretorio di Pilato al luogo del Cranio (Lc 23,26-32). È un viaggio in cui Gesù non è solo ma accompagnato da una grande folla di popolo e di donne che saranno presenti sino alla sua sepoltura. La descrizione del viaggio è fatta in maniera tale che Gesù di fronte alla Chiesa appare come il martire per eccellenza. Simone di Cirene rappresenta il discepolo di Cristo, il martire cristiano che porta la propria croce “ogni giorno” (Lc 9,23) dietro a Gesù che porta la sua. Il lamento del popolo e delle donne è una coraggiosa testimonianza del fatto che Gesù non è un malfattore. Egli però interrompe il loro lamento e invita le “Figlie di Gerusalemme” a non piangere su di Lui ma su di loro e sui loro figli. Egli pensa più al destino di Gerusalemme e dei suoi abitanti che al proprio destino. Ora che sta per subire la stessa sorte di tutti i profeti il linguaggio di Gesù è quello di un profeta, come da profeta aveva sempre operato. La sua condanna a morte attira la condanna di Dio su Gerusalemme che lo ha rifiutato (Lc 13,34; 19,41-44) e alla quale rivolge l’ultimo invito alla conversione.
g) Sul Golgota (Lc 23,33-52) dopo essere stato crocifisso tra due malfattori Gesù ha per i suoi crocifissori parole di perdono. Colui che aveva comandato agli apostoli di essere misericordiosi (Lc 6,36) compie un atto di misericordia che rimarrà nella storia della Chiesa come paradigma che i cristiani sono chiamati a praticare. Al malfattore pentito, che con umiltà chiede di ricordarsi di lui nel suo futuro ingresso nel Regno, Gesù risponde che la salvezza da lui invocata coincide per lui con l’oggi della sua morte. Gesù, come aveva pregato nel corso di tutta la sua vita, chiude la sua esistenza terrena con la preghiera, addormentandosi filialmente nelle braccia del Padre lasciando così ai cristiani un esempio di come andare incontro alla morte: affidando a Lui la vita da Lui stesso ricevuta in dono. La prima e l’ultima parola pronunciata da Gesù è la parola “Padre” (Lc 2,49; 23,40). La giustizia di Gesù riconosciuta dal centurione presente alla sua morte («Veramente quest’uomo era un giusto») non è soltanto da intendere come un’innocenza legale riconosciuta del resto anche da Pilato ma è quella giustizia che proprio a motivo della sua morte rende giusti tutti coloro che lo accolgono come Messia e Signore.
A conclusione di questa esposizione delle peculiarità caratteristiche del racconto della passione secondo Luca, è chiaro che egli è guidato non solo da un interesse cristologico come gli atri evangelisti, ma anche e soprattutto da un duplice interesse: quello ecclesiologico e quello parenetico. L’evangelista sa che la lunga storia della vita della Chiesa avrà sempre bisogno di guardare alla Passione di Gesù per trovare in essa quella luce che è necessaria per poter superare le difficoltà a cui essa inevitabilmente andrà incontro secondo quanto Gesù aveva già predetto. Anche i singoli cristiani nel loro modo di vivere quotidiano la loro vita di fede trovano nell’esempio di Gesù un luminoso e insostituibile punto di riferimento.

 

 

VEGLIA PASQUALE
Lc 24,1-12
27 Marzo 2016

1. La Chiesa invita i suoi figli a celebrare l’evento della risurrezione di Gesù in un contesto di preghiera e di ascolto della Parola. La veglia pasquale ha il suo fondamento nelle stesse parole dette da Gesù risorto agli apostoli «Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me, nella legge di Mose, nei profeti e nei Salmi» (Lc 24,44). Alle letture della legge, dei profeti e dei Salmi che contengono alcune prefigurazioni della risurrezione di Gesù, vengono aggiunte le testimonianze del Vangelo, della tradizione apostolica e l’espressione lirica della fede cristiana espressa nel canto dell’Exultet. La struttura liturgica della veglia pasquale esprime la consapevolezza della Chiesa che la risurrezione di Gesù è il punto vertice della storia della salvezza: tutto conduce a questo avvenimento e tutto prende luce da esso. È un evento che celebra il trionfo della vita sulla morte non solo nella persona di Gesù ma in tutta l’umanità con ripercussioni su tutto il creato. È una “nuova creazione” (Gal 6,15). Questo evento oggettivo della storia della salvezza diventa evento di grazia per i singoli cristiani e per le comunità cristiane nell’ascolto della Parola, nella celebrazione del battesimo e dell’Eucarestia a cui la veglia pasquale ci permette di partecipare.
2. Dire con la fede cristiana che Gesù è risorto vuol dire che la sua vita non termina con la sua crocifissione e la sua sepoltura perché Dio è intervenuto e ha glorificato quell’umanità di Gesù che gli uomini avevano rifiutato, flagellato, schernito e crocifisso. La risurrezione di Gesù non è uguale alla risurrezione di Lazzaro, perché non si tratta di una rianimazione di cadavere che ritorna a vivere un’esistenza intramondana. Gesù risorto vive nella gloria del Padre una vita nuova, non più legata al tempo e allo spazio, è una vita senza fine. Vive senza appartenere più a questo mondo, ma agendo in esso, essendo diventato con la risurrezione non solo il Vivente (Lc 24,5) ma  - dice san Paolo - «Spirito che dà vita» (1Cor 15,45). Gesù risorto è Colui che vive e fa vivere. Lo scopo della sua risurrezione è proprio quello di far sì che gli uomini vivano come lui è vissuto (2Cor 5,15). Egli vive nei suoi discepoli diventati per la sua risurrezione e il battesimo “creature nuove” (2Cor 5,17), vive negli apostoli che, da timidi spettatori della sua morte, sono diventati coraggiosi testimoni della sua risurrezione. Vive nel suo messaggio che già nel giro di pochi anni aveva superato gli angusti confini della sua terra di origine e si era esteso in tutto il bacino del Mediterraneo. Vive nella storia alla quale ha dato e dà un nuovo senso direzionale di vita e di speranza, rendendo possibile che gli uomini passino da una vita di egoismo e di morte a un’esistenza di amore e di spirituale risurrezione.
La risurrezione di Gesù è un intervento di Dio che ha la valenza di un giudizio positivo nei confronti del Nazareno e negativo verso tutti coloro che sono responsabili della sua crocifissione. Risuscitato Gesù da morte, Dio si schiera dalla sua parte, si dichiara in favore di tutto ciò che egli ha detto di sé, ha compiuto per gli uomini e ha proposto loro con l’autorità della sua persona. La causa di Gesù diventa così la causa stessa di Dio, e dal momento che in Gesù Verbo di Dio fatto carne (Gv 1,14) era la vita (Gv 1,4) la sua condizione di crocifisso doveva essere rovesciata. Allo stesso tempo la risurrezione di Gesù è un evento di condanna per tutti coloro che non hanno accolto Gesù e lo hanno condotto alla morte e per tutti coloro che nella storia del mondo non accolgono Gesù e lo continuano a crocifiggere nei poveri che finiscono per essere esclusi dal contesto sociale moderno.
3. L’evangelista Luca dà alla risurrezione di Gesù un posto centrale nella struttura letteraria della sua opera (Vangelo e Atti degli apostoli): è la conclusione della vita di Gesù che prepara gli inizi della vita della Chiesa e tutta la sua missione nel mondo. L’ultimo capitolo del Vangelo e i primi quattordici versetti degli Atti degli Apostoli servono da transizione dalla prima alla seconda parte della sua opera, dalla vita di Gesù alla vita della Chiesa.
La testimonianza della risurrezione di Gesù che Luca ci ha lasciato si distingue dai racconti pasquali degli altri evangelisti per tre particolarità.
Le apparizioni del Risorto che egli racconta hanno tutte luogo a Gerusalemme o nei dintorni di questa città. Anche nel racconto della risurrezione di Gesù, Luca rimane fedele al suo progetto letterario e teologico secondo cui la vita di Gesù è un cammino verso Gerusalemme. In questa città Gesù muore, risorge e sale al cielo da dove invia lo Spirito Santo sugli apostoli che partono da Gerusalemme per predicare il Vangelo a tutto il mondo spingendosi fino a Roma, capitale del mondo pagano. La centralità geografica della città di Gerusalemme è correlata con la centralità che Gesù ha nel tempo: tutta la storia della salvezza converge verso l’evento della risurrezione di Gesù e a partire da questo evento la storia dell’umanità acquista nuova luce e un nuovo dinamismo vitale.
La seconda peculiarità della testimonianza della risurrezione che ci offre Luca sta nel fatto che tutto ciò che egli narra degli avvenimenti pasquali ha luogo in un solo giorno, lo stesso giorno della sua risurrezione. È un informazione questa che è in contrasto con la testimonianza di Paolo (1Cor 15,6) e con quanto Luca stesso dice nel primo capitolo degli Atti degli Apostoli dove parla di Gesù che appare a essi per quaranta giorni (At 1,3). Nello sfondo della narrazione lucana degli eventi pasquali c’è, con molta probabilità, la tradizione della Chiesa primitiva che si riunisce per il rito dello “spezzare il pane”, nel primo giorno della settimana (1Cor 16,20; At 20,7), detto perciò il giorno del Signore (Ap 1,10), la nostra Domenica. La celebrazione eucaristica della domenica cristiana ha perciò la sua radice nella risurrezione di Gesù e nella prassi della Chiesa nascente che, nel primo giorno della settimana detto anche ottavo giorno, si riunisce per il memoriale sacramentale della Pasqua.
La terza peculiarità è data dal fatto che il racconto evangelico degli eventi pasquali è costruito in maniera tale da formare una sola unità letteraria, nella quale in maniera progressiva Gesù risorto rivela la sua identità: prima alle donne servendosi di due suoi messaggeri (24,1-12), poi a due discepoli ai quali appare nella figura di un anonimo viandante (24,13-36), infine agli apostoli ai quali appare nell’interezza della sua persona. Per convincere le donne dell’avvenuta risurrezione di Gesù i messaggeri divini rimandano alle sue parole (Lc 9,22), ai discepoli di Emmaus, l’anonimo viandante fa una catechesi a partire da Mosè e dai profeti, agli apostoli il Risorto stesso fa una catechesi a partire dalla legge di Mosè, dai profeti e dai Salmi. Una volta convinti del fatto della risurrezione, gli apostoli possono essere mandati in missione. Il Risorto li benedice e si separa da loro. Essi dopo averlo adorato, con grande gioia tornano a Gerusalemme.
4. La prima rivelazione della risurrezione di Gesù è affidata a due messaggeri divini in dialogo con le donne che avevano seguito Gesù dalla Galilea (8,2-3), avevano osservato la sua morte (Lc 23,49) e la modalità con cui era stato deposto il corpo di Gesù nella tomba offerta da Giuseppe di Arimatea. Esse il primo giorno della settimana si recano al sepolcro per completare la sepoltura di Gesù con le unzioni (Lc 23,56). Ma vanno incontro a delle sorprese: trovano «la pietra rotolata via dal sepolcro» a cui non avevano pensato ed entrate nel sepolcro «non trovarono il corpo del Signore Gesù» a cui invece avevano pensato, anzi, esso costituiva la ragione della loro visita al sepolto. Questa duplice sorpresa lascia le donne perplesse, pensose. Ciò che esse constatano esige una spiegazione. Ma la vera spiegazione può essere data soltanto da due messaggeri divini che appaiono loro in vesti sfolgoranti e verso i quali esse si inchinano in segno di venerazione, manifestando così la loro disponibilità all’ascolto. Anche qui un’altra sorpresa: i messaggeri di Dio non danno alcuna spiegazione in merito alla pietra rotolata via né in merito al corpo del Signore Gesù che non era più nel sepolcro. Il loro intervento va in un’ altra direzione: «Perché cercate tra i morti il Vivente?» È una domanda che nobilita l’iniziativa delle donne perché fa di esse delle persone che “cercano il Signore”, ma nello stesso tempo le rimprovera dicendo loro di essere andate sulla strada sbagliata. Il Vivente non può essere cercato in un luogo ove si custodiscono i morti. Ecco la prima domanda a cui il brano evangelico intende rispondere: dove incontrarsi con il Risorto? Qual è il luogo in cui si può trovare? Ai Sadducei Gesù aveva detto che «Dio non è un Dio dei morti ma dei vivi perché tutti vivono per lui» (Lc 20,38). San Paolo ci viene in aiuto dicendo che Gesù non è soltanto il Vivente ma è Spirito che dà vita (1Cor 15,45). È dunque nella comunità cristiana che vive dello Spirito del Signore Gesù ricevuto al battesimo che si può incontrare il Risorto soprattutto quando essa è riunita per celebrare il memoriale della Pasqua. I messaggeri divini aggiungono alle donne che l’evento della risurrezione di Gesù era stato già preannunciato nel corso del suo ministero nella Galilea (Lc 9,22.44). Esse si ricordarono di tali parole. Noi saremmo curiosi di sapere se le donne hanno creduto a quanto detto loro dagli Angeli (Lc 24,7) cosa che non è esplicitamente detta nel testo evangelico ma dopo tale incontro diventarono le prime missionarie perché annunciarono tutto quanto era loro accaduto «agli undici e agli altri» anche se con risultato negativo. Gli apostoli infatti non credettero a esse. Le donne ebbero il merito di suonare l’allarme, di dare il primo annuncio, tant’è che Pietro «corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende» segno questo che il corpo del Signore Gesù non era stato trafugato. La sua reazione fu «lo stupore per l’accaduto». Lo stupore è quello stato d’animo intermedio tra l’incredulità e la fede. Il ruolo istituzionale di Pietro lo induce a ritenere che quanto avevano visto e udito le donne esigeva un approfondimento.

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