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06/04/2017: Ritiro del tempo di Pasqua
Il ritiro del tempo pasquale si terrà nella Basilica di S. Giovanni in Laterano sabato 6 maggio 201 ...>>



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DOMENICA DELLE PALME

(S. E. Mons. Nazzareno Marconi)

PRIMA LETTURA - Dal libro del profeta Isaia  (50,4-7)
Questo brano costituisce il terzo canto del servo del Signore. Colui che parla è la persona stessa del servo che descrive il compito affidatogli. Il servo di Dio è il consolatore che porta la fiducia di Dio e dona una suprema consolazione a chi è scoraggiato e abbattuto; fedele discepolo di Dio ci consola con il suo insegnamento. Egli è in grado di consolare gli altri con la sua dottrina perché è per primo un ascoltatore docile della parola di Dio. Dio stesso gli apre l'orecchio e lo rende attento. La sua sofferenza innocente, che otterrà ampio sviluppo nel quarto canto è una descrizione anticipata della passione di Gesù. Il servo di Dio ingiustamente perseguitato è il Signore Gesù. Nel mezzo della persecuzione ingiusta e della sofferenza il servo però non perde la fiducia in Dio ed è sicuro della protezione divina; tale sicurezza supera ogni umana possibilità ed è opera di Dio come dono al suo fedele.
SECONDA LETTURA - Dalla lettera di san Paolo Apostolo ai Filippesi (2,6-1)
L'inno che forma il testo della lettura si trova nel corso della esortazione che san Paolo rivolge ai Filippesi invitandoli ad avere gli stessi sentimenti di Cristo; l'anima dell'apostolo prorompe in un canto lirico che riassume l’intera vicenda di Gesù.
Il testo può essere diviso in sei strofe di cui le prime tre indicano il movimento di discesa e umiliazione di Gesù, le altre tre il movimento di ascesa e di glorificazione. Gesù ha spogliato se stesso, non nel senso che abbia rinunciato alla sua divinità, ma nel senso che, facendosi uomo, nella condizione umana da lui scelta ha rinunciato alla manifestazione delle prerogative divine che gli sarebbero toccate per la sua divinità.
L'abbassamento del Figlio di Dio continua nell'essere solidale con gli uomini anche nella morte; non solo, ma sceglie la morte di croce, cioè la morte degli schiavi, la morte più infamante. L'umiliazione è totale.
VANGELO - Passione secondo Matteo (26,14-27,66)
Per comprendere il racconto della passione è necessario partire da una domanda che sembra strana: perché gli evangelisti hanno raccontato la Passione? I primi cristiani infatti erano coscienti che il fatto importante da tramandare ai posteri era la risurrezione di Gesù. Essi si sentono testimoni della resurrezione e sanno che Gesù ci ha salvati soprattutto vincendo la morte con la sua Risurrezione. In base a questo avrebbero potuto considerare la passione come un incidente di percorso, un ultimo tentativo del male di opporsi a Gesù, che fortunatamente non aveva avuto conseguenze irrimediabili. In definitiva avrebbero potuto descrivere solo molto sommariamente alcuni fatti e non, come è avvenuto, dedicare un ampio spazio nei loro vangeli a questi due o tre giorni. Ma fare questo sarebbe stato ''tradire'' il vero Gesù. È infatti "tutto Gesù" che ci ha salvati, e non soltanto il Gesù glorioso del mattino di pasqua. Gli evangelisti vogliono sfuggire alla tentazione molto umana di sorvolare sul dolore e sull'insuccesso per badare soltanto al risultato finale. Per i primi cristiani diventava infatti sempre più chiaro che la gloria della resurrezione era stata costruita da Gesù nel dono di sé della passione. La resurrezione non è un episodio, ma costituisce un tutt'uno con la vita di Gesù, che ha nel suo ''modo di morire'' il suo sigillo e il suo primo coronamento. La passione è dunque un momento prezioso del messaggio di Gesù, sottolinea l'accettazione della realtà e non la fuga da essa, il messaggio cristiano non è infatti una ricostruzione mitica che consenta di dimenticare il reale.
Mentre la preoccupazione generale di Marco nel narrare la passione è quella di portare un ascoltatore ignaro di tutto a riconoscere la divinità di Gesù e il valore della salvezza che ci offre con la sua croce e risurrezione, quella del vangelo di Matteo è di offrire a una comunità cristiana una presentazione chiara e ordinata del contenuto centrale della sua fede.
Matteo non si rivolge a un qualsiasi uomo della strada, ma a una comunità cristiana credente, che ha già lungamente riflettuto su Gesù e che vuol approfondire chiaramente la sua fede. Se in Marco lo stile è quello vivo e choccante dell'annunciatore, dell'evangelizzatore, in Matteo lo stile è invece quello ordinato e metodico del catechista. A Matteo sta a cuore mostrare che non c'è frattura tra l'AT ed il NT ma compimento, e che la Chiesa è la continuazione dell'Israele fedele che ha saputo seguire Dio piuttosto che i suoi capi invidiosi e corrotti. Per questo sottolinea molto spesso il tema del compimento delle Scritture, accanto a quello della prescienza di Gesù, che entra nella passione ben sapendo che cosa lo aspetta, e non come una vittima ignara. A ciò si aggiunge una presentazione benevola del popolo di Israele, che è pur sempre il popolo eletto, e che nel racconto appare soprattutto disorientato: un gregge senza pastore, che segue i suoi capi senza capirli né condividendone i progetti assassini.
Gesù si consegna spontaneamente ai farisei, perché riconosce nella passione il compimento del piano di Dio. Inoltre offre un chiaro insegnamento sul fatto che per ottenere la salvezza non sono vie percorribili né la violenza, né il miracolo che non lascia spazio alla collaborazione umana. Per ben due volte nel racconto della cattura si afferma con chiarezza il compimento delle Scritture, indicandoci in che modo dovremo leggere questo e tutto quanto segue: con il testo evangelico in una mano e l'Antico Testamento nell'altra. In modo particolare sono citate le profezie di Isaia (Is 55; 42; 53 etc.). Matteo, sulla linea di Marco, non afferma questo metodo come suo proprio: è Gesù stesso che ha letto la sua passione alla luce dell'Antico Testamento fin nel momento supremo, quando sulla croce ha fatto proprie le parole del salmo 22: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".
Prima di passare al processo davanti a Pilato, Matteo inserisce l'annotazione sul suicidio di Giuda e soprattutto sul prezzo del sangue (Mt 27,3-10) che viene pagato e che, restituito, permette l'acquisto di un campo. L'evangelista non vuole centrare l'attenzione sulla morte di Giuda, come può apparire a prima vista, ma sul tema del contratto con il traditore e soprattutto del prezzo del sangue. Per la morte di Giuda bastano poche parole, mentre ben sette volte sono citate le monete d'argento e tre volte è citato il sangue. Tutto questo fornisce una prova legale ed evidente sulla iniquità del processo, Giuda stesso proclama prima di morire, e quindi con una sincerità indubitabile: «ho tradito sangue innocente». Inoltre questa insistenza sul tema del prezzo di sangue ha forti reminiscenze antico-testamentarie, il tema del giusto venduto è molto diffuso a partire dalla storia di Giuseppe (Gn 37). E il sangue collegato con il campo ricorda l'omicidio di Abele, il cui sangue grida a Dio dal campo dove è stato versato. Sullo sfondo di questi racconti la morte di Gesù appare come la morte del fratello, tradito dai fratelli, che con il suo sacrificio salverà la loro vita, come aveva fatto Giuseppe. Il sangue di Gesù, come quello di Abele, farà giungere fino a Dio il suo "grido", ma non sarà questa volta una richiesta di vendetta, bensì una domanda di perdono: "Padre perdona loro, non sanno quello che fanno".


GIOVEDÌ SANTO – MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE
(S. E. Mons. Nazzareno Marconi)
PRIMA LETTURA
Il testo costituisce un sintetico rituale della celebrazione della pasqua ebraica. Una festa che era nata in ambiente nomadico, forse per festeggiare con la nascita degli agnelli la ripresa del ciclo della vita del gregge, e quindi carica di contenuti di speranza, di fiducia in Dio, di inizio di una nuova vita. La sua coincidenza temporale con gli eventi dell’Esodo dall’Egitto portò Israele a reinterpretarne il significato, caratterizzandola ancora di più come festa della fede in Dio, festa del passaggio dalla morte alla vita, tanto da diffondere un’etimologia polare che leggeva il termine pasqua come “passaggio”. Questa storia aprirà a Gesù la possibilità, nell’ultima cena pasquale con i suoi, di una nuova reinterpretazione della festa come il suo “passaggio” dalla vita terrena alla vita della gloria.
SECONDA LETTURA
Paolo, dando norme per il corretto svolgimento delle assemblee comunitarie parla anche della “Cena del Signore”. In questo breve brano emergono tre tratti caratteristici dell’eucaristia: il tema della tradizione, il fatto dell’ultima cena, il suo aspetto escatologico. L’eucaristia giunge a noi non da una decisione umana, ma da una trasmissione fedele, di generazione in generazione del comando di Gesù. Un comando che ricollega a un evento, un fatto concreto e reale che proprio per la sua verità e concretezza salva: la passione di Gesù. Questo evento attua la sua potenza di salvezza dal calvario alla fine dei tempi, quando il corpo glorioso di Cristo ci verrà di nuovo incontro, non più velato dalle specie eucaristiche.
VANGELO
La descrizione dell’ultima cena di Gesù fatta da Giovanni non fa riferimento all’istituzione dell’eucaristia narrandola, ma piuttosto mostrandone simbolicamente il significato attraverso il racconto della lavanda dei piedi.
È questa un'operazione tipicamente giovannea, che stacca risolutamente l'ultima cena dal suo passato di cena pasquale ebraica per proiettarla verso il nuovo significato della pasqua cristiana. Non c'è più un ricordo volto verso il passato, di un memoriale degli eventi dell'Esodo, ma una proiezione verso il futuro, in un memoriale anticipato della morte in croce e della resurrezione.
Nelle parole dell’Istituzione riportate dai sinottici Gesù annuncia che il suo corpo e sangue sono donati per i discepoli e per il mondo. Questa attitudine di dono totale di sé, che nella passione e morte si rivelerà in pienezza, in Giovanni Gesù la esplicita con il gesto della lavanda dei piedi. Compiendo l’atto di lavare i piedi ai suoi, Gesù ha dato in sé il segno del suo amore supremo che deve fungere da modello per i discepoli. La celebrazione dell’eucaristia e l’esercizio che in essa si compie del sacerdozio ministeriale sarebbero soltanto ritualismo se non fossero nutriti dalla carità fraterna. Qui è il vero centro dell’amore cristiano: essere simili, conformi a Gesù nell'amore fraterno.
Il sacerdozio ministeriale è garantito quanto alla validità delle sue azioni sacramentali: l’eucaristia celebrata dal sacerdote validamente ordinato è valida perché questa validità consiste nell’agire di Dio che si serve del ministro umano. Però la pienezza di significato e di efficacia della celebrazione passa anche per la piena e generosa collaborazione umana, sia della comunità celebrante, sia del presbitero presidente. Don Tonino Bello, in un suo libro giustamente famoso, ricordava che nella celebrazione eucaristica si intrecciano simbolicamente due abiti liturgici: la stola e il grembiule.  Dal versante umano, accanto alla contemplazione dell'agire divino nel sacramento si pone un agire umano nella linea della partecipazione alla carità di Cristo, alla dinamica del suo dono totale di sé agli altri. Così che lo scopo, la realtà ultima del sacramento consiste nella carità, nel mettersi a servizio del fratello per costruire l’unità fraterna dell'intera umanità.

VENERDÌ SANTO – CELEBRAZIONE DELLA PASSIONE DEL SIGNORE
(S. E. Mons. Nazzareno Marconi)

Al centro delle letture della Azione liturgica del Venerdì Santo c’è la Passione del Signore Gesù secondo Giovanni. La Chiesa propone a ogni fedele di meditare questo ampio testo denso di simbologia e teologia. Offriamo quindi una breve scheda che può aiutare in questa contemplazione orante.
La prima cosa che colpisce l'attento lettore del vangelo è l'attenzione che Gesù dedica alla morte, e alla sua morte in particolare. Per certi versi tutto il vangelo di Giovanni è una lunga e organica preparazione di questo momento centrale: "quando Gesù sarà elevato da terra".
Scorrendo i 4 vangeli alla ricerca di quando Gesù parla della sua morte si trovano almeno 25 occasioni in cui Gesù si riferisce esplicitamente alla sua morte:
Il Figlio dell'Uomo sta per essere consegnato...
C'è un battesimo che devo ricevere, e come sono angosciato finché non lo abbia ricevuto...
Il Figlio dell'Uomo resterà tre giorni nel cuore della terra...
Allora lo prenderanno e lo condanneranno a morte...
Distruggete questo tempio ed in tre giorni lo farò risorgere...
Bisogna che il Figlio dell'Uomo sia Innalzato...
Io vado da Colui che mi ha mandato...
Se il chicco di grano non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto...
Per poco tempo la luce è con voi...
Il mondo non mi vedrà più...
Lascio di nuovo il mondo...
Io non sono più nel mondo...

La morte di croce per Gesù, dice Giovanni in modo estremamente esplicito, non è stato "un incidente di percorso" imprevisto e inatteso. Gesù guarda la passione e la morte da lontano e si prepara a viverle. Non è fuggito spaventato, non ha chiuso gli occhi censurando mentalmente la sofferenza e la morte che lo attendevano. In questo già ci indica una strada che per certi versi scorre contro corrente rispetto al nostro modo di vivere.
Una delle regole non scritte, ma non per questo meno ferree della comunicazione pubblicitaria moderna, è che nessuna frase e nessuna immagine deve richiamare l'idea della morte e della sofferenza: l'unico tabù che la pubblicità moderna si impone è il discorso sulla morte.
Gesù invece non sfugge, ma affronta il problema della sofferenza e della morte, con grande rispetto per tutto il tragico senso di assurdità che prende l'uomo di fronte a questo apparente "errore" del Creatore. Contrariamente a una sensazione che la lettura della passione in Giovanni può indurre, Gesù non è l'eroe del western che va al duello con il sorriso sulle labbra, né lo stoico che si fa forza contro la paura.
Scriveva il cardinale Martini in un libro degli anni Ottanta, Gli esercizi spirituali secondo Giovanni: «A me pare che l'uomo cosiddetto saggio, quando cerca di non svicolare di fronte al tema della morte, ma la affronta nella sua realtà esistenziale, istintivamente tende a rifugiarsi in un atteggiamento stoico, cioè a rendersi padrone delle emozioni, a dominare le paure, a fare il viso coraggioso, a guardarla in faccia, la morte. Gesù non fa così. Gesù ha anche paura della morte e lo mostra nella sua agonia. Semmai Gesù la guarda in faccia come parte di un cammino di senso infinitamente più grande. La morte è dunque per Gesù una tappa, un passaggio che porta alle estreme conseguenze la sua forza di vita. Il suo amore si mostra senza limiti proprio di fronte alla morte, che non è un passaggio "anche", o "malgrado il quale", ma è un passaggio "nel quale" Gesù si esprime».
Gesù giunge alla morte attraverso la vita, vi giunge con una vita coerente nel suo atteggiamento di fondo di fronte al dolore e alla sua assurdità. È la continuazione "nonostante e attraverso" la morte di questo atteggiamento, che segna lo "stile" con cui Gesù vive la sua morte.
Nella notte dell'ultima cena, celebrando la pasqua giudaica, Gesù e i suoi discepoli celebrano e mangiano la prima Pasqua cristiana. Le parole di questa celebrazione, che riecheggiano il ricordo della prima Pasqua, sono salvezza, liberazione, alleanza. I segni sono gli stessi, ma il significato è nuovo come nuove sono l'alleanza, la liberazione, la salvezza.
Scrive Andrè Louf: "C'era l'agnello pasquale, c'erano le spezie rituali, c'era il pane e il vino. Questi ultimi ci sono sempre, ma, da simboli che erano, si trasformano misteriosamente in una nuova realtà. Gesù dirà che il pane è ora il suo corpo ed il vino il suo sangue. Di colpo, anche l'agnello pasquale passa dalla apparenza alla realtà, perché è Gesù l'Agnello di Dio venuto a togliere i peccati del mondo, ed è suo il sangue sparso per tutti gli uomini. Usciamo dunque dalla prima pasqua che commemorava il primo Esodo che condusse il popolo eletto dall'Egitto alla terra promessa, e passiamo, dall'oggi al domani, dal giovedì al venerdì santo. Già celebriamo il nuovo esodo che Gesù sta per inaugurare nel suo sangue e che deve condurre il nuovo Popolo di Dio da questa terra al Padre".
Questa è la cornice entro cui Gesù invita i discepoli a vedere la sua morte in croce, una morte che fonda in pienezza l'alleanza, il desiderio intenso di Dio di salvare, di liberare l'uomo gratuitamente, senza chiedere nulla, per puro amore, per essere fedele fino in fondo a quel patto di amore, a quell'Alleanza con cui Dio ha voluto liberamente legarsi a noi.
La morte in croce va letta dunque come segno estremo di fedeltà all'amore. Gesù continua coerentemente la sua vita fatta di dono d'amore senza condizioni e passa con questo atteggiamento anche l'estremo limite: la sofferenza e la morte. La croce di Gesù inaugura un cammino attraverso la sofferenza, cammino lungo il quale non cessano mai né l'amore di Dio per l'uomo, né quello dell'uomo-Gesù per il Padre.
Sembra l'attuazione meccanica e serena di un piano, la recitazione esatta di un copione già scritto, la cronaca piena di luce di una morte annunciata. Ma la presentazione evangelica non deve trarci in inganno. La croce resta un assurdo e immenso abisso di tenebra: la creatura ha ucciso il suo creatore, dalla croce il deicidio sconvolge fino alle fondamenta l'universo. Luce e tenebra si mescolano di continuo in ogni discorso sulla croce di Gesù. Il trionfo di Cristo è iniziato con una sconfitta: la croce.
La passione e la morte di Gesù, come ogni passione e ogni dolore umano, non sono una necessità proposta e voluta da Dio, un sacrificio necessario per "soddisfare" la sua giustizia. Sono piuttosto una realtà che Dio permette entro un più grande piano di salvezza e redenzione.
Gesù ha vissuto un’esistenza profetica. Se è stato condannato a morte e giustiziato, è perché la sua vita, il suo messaggio, il suo insegnamento, le sue iniziative l'hanno messo in opposizione al potere costituito presente in Palestina ai suoi tempi, potere politico e religioso assieme. Gesù non è morto dunque per "soddisfare" un Dio giudice vendicativo, ma per venire in aiuto agli uomini, aiutarli a liberarsi da tutte le loro schiavitù. Questa missione Egli l'ha portata a termine fino al culmine, in una fedeltà totale al Padre e in una costante solidarietà con gli uomini, suoi fratelli. Attraverso questa fedeltà e questa solidarietà che l'hanno portato fino alla morte in croce, Gesù ha rinnovato l'alleanza che Dio aveva stretto con il popolo eletto, aprendo definitivamente a tutti gli uomini la possibilità d'essere salvati. Si tratta di un mistero d'amore e non di un "debito" da pagare.
La croce diventa dunque il luogo privilegiato della lezione di Gesù sul "senso" che anche il dolore e la morte possono assumere, ma si tratta di una predica più ricca di pause riflessive e di silenzi che di chiare dimostrazioni e di dichiarazioni apodittiche. Gesù, come ogni vero uomo che ha toccato il fondo della sofferenza, vive di un profondo pudore silenzioso di fronte a questo mistero.
Le parole tragiche e vere di alcuni uomini che hanno vissuto una profonda sofferenza in spirito di fede, di veri crocefissi dell'oggi, ci possono aiutare a conquistare questo pudore pieno di rispetto. Descrive così la sofferenza un malato di cancro nel suo diario: "È una sofferenza che ti entra dentro da tutte le parti. Che prende possesso di te in modo tale che gli appartieni completamente, ed ogni opposizione è inutile. È questa la sofferenza che mi era piombata addosso a partire dal 13 febbraio. Non si riesce più a pensare, parlare, pregare. Si cerca disperatamente il proprio respiro, ci si concentra, si lotta per cercare di non gridare... non si è altro che sofferenza. Le lacrime mute mi scorrevano sul viso senza che potessi arrestarle.
Le infermiere che mi assistevano rispettarono la mia pena in un modo tale che non dimenticherò mai. Non mi dicevano niente. Cosa avrebbero potuto dire senza ferirmi? Mi accudivano in assoluto silenzio. Ma ogni volta che lasciavano la mia camera, una semplice pressione della mano, uno sguardo affettuoso, mi parlavano, meglio di qualsiasi parola. Se sapessero quanto mi hanno confortato!".
E sembra fargli eco nel testo già citato il cardinale Martini: «Dice in un celebre passo Paul Claudel: “Dio non è venuto a sopprimere la sofferenza. Non è neppure venuto a spiegarla, è venuto a riempirla della sua presenza”. Io ritengo che la domanda: "Perché la sofferenza?" in un certo senso non ha risposta. Neanche Gesù vuole dare una risposta logica, dottrinale, quasi che uno poi sia tranquillo: "Ah, ho capito perché si ha il dolore". E basta. No. Ciò che insegna Gesù è un modo di vivere questa esperienza negativa e di per sé assurda, la quale non può essere che l'effetto di un'assurdità. Ed ecco allora il peccato: l'assurdità del peccato, della ribellione a Dio, di cui la morte è una manifestazione. Gesù non dà una risposta logica, ma apre un cammino di senso. L'esperienza della Croce è appunto un cammino, non è un discorso; è un cammino, percorrendo il quale uno ricupera la positività di un certo modo di essere».
La croce di Cristo ci propone dunque un cammino, una scoperta di senso di cui abbiamo grandemente bisogno. Di fronte alla sofferenza e alla morte siamo ancora più indifesi di quanto potevano esserlo gli uomini del secolo appena trascorso. Infatti il nostro relativismo ci ha portato anche a relativizzare la fede nella scienza e nel progresso, come sicura risposta a questi problemi. Oggi nessuno si illude in una vittoria del progresso sulla radice della sofferenza e della morte. Produciamo palliativi sempre più sofisticati, cerchiamo sempre più di limitare il fenomeno, ma nessuno oggi attende più dalla scienza e dal progresso l'instaurazione dell'età dell'oro.
Questo fatto è positivo dal punto di vista cristiano: è la fine di una idolatria, l'idolatria della scienza, della tecnica e del progresso, per ricondurre queste realtà nel loro ambito: mezzi utilissimi e benedetti posti nelle mani dell'uomo, ma nulla più di questo. La positività sta nel fatto che possiamo ripresentarci davanti all'uomo di oggi, ormai disilluso dal trovare spiegazioni che guardano solo alla terra, con la proposta di aprirsi a uno sguardo più ampio e veritiero sul reale, che comprenda anche Dio e che proponga la fede come risposta umana adeguata alla sua presenza.
Non si tratta di un ritorno indietro, verso un mondo popolato di misteri che mescola fede e superstizione, né, tanto meno, di una fuga dalla reale tragicità del problema del dolore con una fede letta come "oppio dei malati"; ma del tentativo di affrontare il problema alla radice, in quella che chiamiamo un'ottica di fede: nell'ottica del messaggio sul senso della sofferenza che ci viene proposto dalla croce di Cristo.
Annunciare la croce come proposta cristiana sul senso del vivere, e quindi del morire, e sul senso della pienezza di vita, e quindi anche della crisi della vita, della malattia, non è un aspetto marginale della proposta cristiana. San Paolo la pone addirittura al centro della predicazione, dell'evangelizzazione della Chiesa: "Noi predichiamo Cristo crocefisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani, ma per colui che crede noi predichiamo Cristo: potenza di Dio e sapienza di Dio". (1Cor 1). Proporre la Croce di Cristo come itinerario di risposta al problema della sofferenza non è affrontare una comoda scorciatoia: chi lo credesse dovrebbe riflettere al fatto che Paolo indica questa spiegazione come problematica.
Essa è accolta come uno scandalo dai Giudei e, per rispettare il senso del parallelismo del testo, come un segno di una visione impotente di Dio.
È altresì accolta come una stoltezza dai pagani, una mancanza di quella saggezza che dovrebbe essere propria di Dio, il Signore del mondo. Il Dio che si propone e che propone questa risposta al problema del male, appare a prima vista un Dio che scandalizza e delude. Ma la sapienza muta che sgorga dalla contemplazione della croce come stile di cammino nella sofferenza ha una forza particolare che solo chi soffre sa comprendere e apprezzare. A questa contemplazione ci chiama l’azione liturgica di oggi.


DOMENICA DI PASQUA
(Monache Benedettine di Citerna)

Da poche ore ha avuto termine la grande, solenne Veglia di Pasqua, nella quale abbiamo celebrato, cioè reso misteriosamente presente l'evento centrale, culmine di tutta la storia della salvezza e perciò del disegno d'amore del Padre, realizzato finalmente dal Figlio, il Signore Gesù. Ma è anche l'evento centrale di tutta la storia umana, che segretamente va trasformandosi in storia della salvezza per tutta l'umanità. Il mistero che abbiamo celebrato questa notte, infatti, è il cardine portante, intorno a cui si è mossa e si muove l'intera vicenda umana.
La Chiesa, che questo conosce, e sa qual è l'insondabile ricchezza di questo mistero, per 50 giorni, in attesa del suo compimento perfetto nella Pentecoste con il dono dello Spirito, lo celebrerà di domenica in domenica, di giorno in giorno, con instancabile entusiasmo: l’Alleluia che riecheggia in ogni Liturgia, ne è l'espressione.
Oggi, Domenica di Pasqua, è il primo e più solenne momento di questo traboccare, con l'Eucaristia che celebra l'ingresso del Figlio, l'Uomo-Dio, nella gloria del Padre, il ritorno nel suo seno. In Lui l'umanità entra per sempre nel seno stesso della Trinità.
La melodia gregoriana dell’antifona d'ingresso della celebrazione suggerisce in modo ineguagliabile la "pace" dopo la "fatica" vittoriosa della passione, lo shalom divino di cui è ormai in possesso il Figlio diletto, riaccolto per sempre nell'abbraccio del Padre: "Sono risorto e sono sempre con te, tu hai posto su di me la tua mano; è stupenda per me la tua sapienza".
La prima orazione ci riporta al momento centrale per il cristiano della attualizzazione celebrativa di questa notte: il rinnovato impegno battesimale. Coinvolti nella morte-resurrezione del Signore, nel "bagno" dello Spirito siamo rinati ancora una volta alla "vita nuova", partecipazione alla vita del Risorto. L'orazione ci fa chiedere al Padre di confermare in noi con la grazia dello Spirito questa nuova vita sgorgata con il Battesimo.
Qual è il messaggio della triplice proclamazione delle Letture ?
L' evento pasquale si è reso presente questa notte durante la Veglia. Sin da questo primo giorno la Chiesa ne attualizza il kerigma, cioè l'annuncio, servendosi della parola di Pietro (prima lettura): "Voi conoscete.... Noi  siamo testimoni.... Ci ha ordinato di annunziare al popolo e di attestare che Egli è il giudice dei vivi e dei morti"; quindi egli è il Kyrios, il Signore: "tutti i profeti gli rendono questa testimonianza: chiunque crede in Lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo Nome". Tutti i profeti, cioè il Primo Testamento che attraverso la voce profetica lo aveva annunciato, oggi testimonia che le profezie si sono avverate.
La risposta dell'Assemblea con il canto del salmo responsoriale, è un tripudio di gioia: "Questo è il giorno di Cristo Signore, alleluia, alleluia". Il salmo 117, come in ogni celebrazione della Pasqua ebraica, fu cantato anche da Gesù durante l'Ultima Cena. Quale "verità" sulle sue labbra certamente commosse, assumono queste parole con le quali ha preannunciato l'imminente "sanguinosa lotta" del successivo venerdì: "Non morirò, resterò in vita e annunzierò le opere del Signore (il Padre), la pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo". Il canto passa oggi dalle sue labbra alle nostre per esaltare la sua vittoria!
Dal kerigma (la catechesi ai neobattezzati), a noi che in questa notte abbiamo riattualizzato il nostro Battesimo. La parola di Paolo della lettera ai Corinzi, con allusione al rito della Pasqua ebraica, ci esorta con limpida radicalità: "Togliete il lievito vecchio per essere pasta nuova". La nuova vita, l'uomo nuovo, che la Pasqua di Cristo ha generato e il Battesimo ha innestato in ciascuno di noi, non può crescere se il lievito dell'uomo vecchio dovesse ancora sussistere: togliete via il lievito vecchio, siate azzimi! Un imperativo carico di tutto l'entusiasmo di chi sente nel cuore il fremito dello Spirito, "divino lievito” della Vita nuova!
Segue lo splendido, delicatissimo canto della Sequenza, che dovrebbe essere ascoltato nell'insuperata bellezza della melodia gregoriana.
Victimae paschali laudes immolent christiani.
L'Agnello immolato ha redento il suo gregge!
L'Innocente ha riconciliato i peccatori al Padre!
La morte e la Vita si sono affrontate in duello
il Signore della Vita ha riportato il trionfo!"

E poi il dialogo bellissimo tra l'assemblea e Maria di Magdala:
Dic nobis, Maria, quid vidisti in via?
Ho visto il sepolcro lasciato vuoto dal Vivente,
ho visto la gloria risplendere sul volto del Risorto.

E infine l'annuncio che Lui, l'Amato, le ha affidato per tutti i fratelli, perché se ne facciano eco attraverso i secoli: Cristo, mia speranza, è risorto!
Il tripudio dell’Alleluia dell'Assemblea le risponde: "Cristo, nostra Pasqua, è immolato!" È Lui il vero Agnello pasquale del nostro esodo verso la Pasqua eterna.
E mentre gli Alleluia si ripetono, viene solennemente recato all’ambone l'Evangeliario. È il momento più solenne di questa liturgia pasquale della Parola.
La voce di Maria di Magdala (cfr. Gv 20,1-9) torna di nuovo nel racconto di quel primo mattino dopo il sabato - la sua ansiosa corsa alla tomba quando ancora l'alba non aveva imbiancato il cielo. La pietra del sepolcro è manomessa e il corpo del suo Gesù è scomparso! Il precipitoso ritorno dai discepoli e il suo grido: "Hanno portato via il Signore! Non sappiamo dove l'hanno posto". Questo plurale allude alla presenza di altre donne, come del resto dicono gli altri evangelisti. Quale significativa parte di protagoniste hanno le donne in questa mattina di Pasqua! È il loro posto nella vita della Chiesa!
Pietro e Giovanni, increduli, corrono al sepolcro. Era vero! Ma Giovanni, il discepolo prediletto, che aveva potuto ascoltare il battito di Vita eterna del cuore del Maestro quando era adagiato sul suo petto in quell'ultima Cena, entrando nel sepolcro: "vide e credette!". Gli occhi del suo cuore amante vedono al di là delle bende lasciate ripiegate; il suo "vedere" diventa certezza di fede: la Vita ha trionfato sulla morte, il suo Maestro è risorto!
Questo racconto così vibrante di drammatica emozione, per la potenza divina dell’attualizzazione liturgica, ci interpella. Anche noi in questa mattina siamo accorsi a "vedere" con il cuore e a credere, o meglio, sono gli occhi del nostro cuore, lavati dall'acqua battesimale di questa notte, che oggi vedono più chiaro e la nostra fede è cresciuta!

(contributi tratti dal sito www.omelie.org che ringraziamo per la collaborazione)