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Sommario:

 

"Una Parola per noi"

(SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI - COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI e DALLA XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ALLA SOLENNITA DI CRISTO RE)

a cura di mons. Giuseppe Costa, biblista


SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI
Martedì 1 Novembre 2016

Ap 7,2-4.9-14; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12a

1. La pericope della prima lettura è tratta dalla seconda parte del libro dell’Apocalisse nella quale Giovanni, rapito in estasi, vede le cose che accadranno dopo. La visione beatifica è composta da due scene susseguenti e che appaiono contrapposte. All’immagine apparentemente riduttiva dei centoquarantaquattromila eletti delle tribù di Israele, segnati dal sigillo di salvezza, preservati dalla devastazione, segue il numero sterminato, che nessuno poteva contare, di ogni razza popolo, nazione e lingua che canta le lodi di Dio davanti al trono e all’Agnello. In realtà il numero è simbolico (144.000 = 12 x 12 x 1000) e indica la totalità dei salvati: coloro che sono stati riconosciuti degni di stare ritti, perché risorti, davanti al trono dell’Agnello e di cantare le lodi di Dio. Espressione chiave della pericope è la salvezza appartiene al nostro Dio seduto sul trono e all’Agnello. A Dio è rivolta, infatti, tutta la liturgia di lode, gloria, onore e rendimento di grazie. I salvati, i Santi, sono tali perché hanno lavato le vesti nel sangue dell’Agnello, immolato per la salvezza dei credenti e ora contemplato nella gloria. È il sangue dell’Agnello che ha lavato le vesti degli eletti, li ha resi degni di portare le palme nelle mani segno del martirio, al quale si sono associati passando attraverso la grande tribolazione. In questo testo liturgico è allo stesso tempo narrato e celebrato il Mistero Pasquale di Cristo, al quale tutti i credenti si associano già nella liturgia terrena, anticipazione gioiosa della liturgia festosa del regno dei cieli nella quale si potrà gustare in pienezza la beatitudine dei Santi.

2. Nella seconda lettura, l’Apostolo considera il cristiano nella sua reale qualità di figlio di Dio. Non si tratta di una esortazione, né di un invito alla speranza: è la constatazione gioiosa del dono di amore del Padre. Un dono che si traduce in chiamata di salvezza. Si tratta di un grido di gioia e di giubilo che afferma la nuova realtà del credente, il quale possiede un bene donatogli dal Padre, in modo stabile e irrevocabile. È questa, certamente, la condizione finale dei Beati, dei Santi, ma è anche la condizione del cristiano che nutre questa speranza e che cammina nella vita di ogni giorno, inserito nel cuore della Chiesa e proteso verso la manifestazione di Dio. Il credente, infatti, vive nella vita sacramentale, avviata dal Battesimo che lo ha reso figlio, una realtà di figliolanza col Padre già donata e pregusta una comunione che sarà completa e totale nell’incontro con Lui. In questo incontro, nella futura glorificazione, la relazione tra il cristiano e Dio sarà pienamente avvincente e profondamente intima: noi saremo simili a Lui. È una somiglianza che è iniziata in Gesù Cristo e che si completerà nell’incontro con il Padre. È la condizione dei santi che godono della visione di Dio e che lo contemplano così come egli è. Alla fine della pericope, l’ammirazione stupita per la condizione del credente si tramuta in invito, in stimolo per la vita presente: la gioiosa speranza dell’incontro con Dio, che si basa sui segni reali già presenti della figliolanza, deve spronare alla conversione, deve spingere alla purificazione.

3. Il Vangelo di oggi si trova all’interno del quinto capitolo del Vangelo di Matteo in cui viene presentato l’inizio dell’attività missionaria di Gesù. Il primo dei suoi cinque grandi discorsi (quello della Montagna) si apre con le otto beatitudini (più una nona che riprende l’ottava e la sviluppa).  Gesù annuncia nove volte di seguito beatitudine, felicità completa e gioia perfetta. Egli inizia la sua attività, con la buona notizia per antonomasia: il messaggio sulla pienezza delle beatitudini per quelli che sono i veri fedeli, i Santi. Ogni «beatitudine», ricca di contenuto e profonda nel suo significato, è divisibile in tre parti: nella prima si ripete l’invocazione «beati»; nella seconda parte si sottolinea la condizione tipica nella quale si trova l’uomo aperto all’azione di Dio con un comportamento giusto; nella terza parte viene presentata l’azione di Dio. Il cuore delle beatitudini si apre e si chiude con quello che possiamo chiamare il fondamento delle beatitudini: «di essi è il Regno dei cieli». Espressione questa che descrive la signoria di Dio su tutte le cose e su tutta la storia: signoria che si esercita al modo del pastore. La povertà di spirito esiste là dove l’uomo vede e riconosce il proprio bisogno, la propria insufficienza e dipendenza, il proprio pericolo e limite, la propria miseria, e si rivolge a Dio nella preghiera e nella fiducia. Non si identifica semplicemente con la povertà materiale, ma abbraccia tutte le forme innumerevoli di povertà che vengono riconosciute davanti a Dio. La beatitudine degli afflitti sembra essere contraddittoria: afflizione è il contrario di gioia e beatitudine. Motivi di afflizione sono la morte, la malattia, le disgrazie fisiche e morali, il peccato e la manchevolezza: semplicemente la nostra vita di ogni giorno, fragile, debole e aperta a rovesci di fortune. L’afflitto è colui che vive in una di queste realtà e, nonostante tutto, confida nel Signore e si pone sotto la sua ombra. La mitezza è caratteristica di Gesù (Mt 11,29; 21,5). Egli chiama beati i miti che non abusano di alcun potere: sono gli uomini che sanno dominare loro stessi, che lasciano spazio all’altro per respirare e vivere, lo accettano e lo riconoscono nel suo modo di vivere, nei suoi bisogni e nelle sue necessità e richieste. Non intendono sopraffarlo e abbassarlo, non vogliono sovrastare e dominare su tutto, né imporre le proprie idee e i propri interessi a danno degli altri. Rispettano e riconoscono l’altro perché dotato di eguale valore e lo amano così come egli è. Fame e sete indicano che la giustizia è un bisogno materiale, naturale ed elementare, forte che proviene dall’uomo e nasce dal suo stesso interno. Il contrario è l’indifferenza e la mancanza d’interesse. I misericordiosi non passano indifferenti accanto al bisogno altrui, ma si fermano ad aiutare come il buon samaritano (Lc 10,31-37). Sono disposti a perdonare colui che li ha feriti o ha commesso torti nei loro riguardi, a conservare un cuore buono verso di lui e a porgergli di nuovo la mano per ristabilire la comunione. La purezza di cuore ci rimanda all’interno dell’uomo, al centro della volontà e delle aspirazioni. Un centro essenziale ed esistenziale che nell’uomo deve essere sempre rivolto a Dio e continuamente proteso verso di Lui. Agli operatori di pace sono necessari tutti gli atteggiamenti menzionati precedentemente. Pace non significa soltanto mancanza di opposizione reciproca, atteggiamento neutrale, ma lo stare insieme attivo, pieno di amore, vivo e concorde. La stessa giustizia spesso non provoca apprezzamento, ma rifiuto, pregiudizio e persecuzione. Così il discepolo partecipa della sorte del Maestro.

4. Le beatitudini hanno il carattere di promesse sicure e di chiari punti di orientamento e hanno una forza profondamente liberatrice. Chi possiede queste disposizioni descritte da Gesù può contare con estrema sicurezza sulla felicità e sulla gioia piena che è vera beatitudine, che è vera santità. Quella santità di cui oggi la Chiesa celebra le lodi, intessendo un rendimento di grazie al Padre, principio e fonte di ogni santità. Una santità da celebrare, ma anche da assaporare nella vita presente, nelle scelte di ogni giorno, nella vita cristiana. Una santità-meta che diventa santità-via. Se Dio, infatti, nella condizione escatologica dei Santi ci consolerà, non dobbiamo respingere l’attuale valle di lacrime, ma possiamo accettare serenamente sofferenza e bisogno, possiamo serenamente e gioiosamente piangere. Se per disposizione di Dio ci è assicurato lo spazio vitale, non dobbiamo imporci con violenza a spese dell’altro, ma possiamo rispettarlo e amarlo come noi stessi. Se Dio ci sazierà e ci donerà la pienezza di vita e di felicità, possiamo orientare tutta la nostra fame e sete a fare la volontà di Dio e non dobbiamo essere preoccupati affannosamente per la nostra vita. Se Dio è misericordioso con noi e ci perdona, non dobbiamo esigere il pagamento di debiti, ma possiamo condonarli. Perché Dio si lasci vedere da noi dobbiamo avere occhi non offuscati e cuore libero, libero da ogni orientamento contrario a lui. Se Dio ci accoglie nella sua famiglia, possiamo impegnarci per la pace, per la vita e per la comunità secondo il modello del Dio Trinitario. Se Dio, nella sua signoria, è fedele a noi, non dobbiamo avere paura davanti alle persecuzioni, ma possiamo rimanere fedeli all’adempimento della sua volontà. La santità, dunque, come via, come cammino da percorrere con speranza, oggi, nella Chiesa. Un cammino verso la santità che è allo stesso tempo cammino verso la libertà.
COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI
Mercoledì 2 Novembre 2016

Gb 19,1.23-27a; Rm 5,5-11; Gv 6,37-40

1. Nella prima lettura, dopo il v. 1, che funge da introduzione, i versetti 23-24, solenni e di effetto crescente, intendono preparare l’animo di chi ascolta a qualcosa di straordinario e di speciale importanza. Giobbe professa la sua fede nella risurrezione, per la forza di Dio suo Redentore. Egli ha la certezza – «io lo so» – che in quell’istante supremo il suo vendicatore, cioè colui che renderà ragione della sua sofferenza, si leverà vivo e ultimo, pronto a intervenire e a dare un sigillo alla vicenda del suo fedele. Dio è il vindice che, non essendo soggetto a morte, anche nell’altra vita renderà giustizia all’innocente e darà l’ultima sentenza carica di speranza. La parola redentore, in ebraico goel (vendicatore, difensore), indica colui che prende la difesa di un uomo leso nei suoi diritti, per rimetterlo nel possesso dei suoi beni, o per restituirgli la libertà, o per vendicare il suo sangue qualora fosse stato ucciso. Lo stesso Dio aveva affermato di essere il goel del popolo d’Israele (cfr. Is 41, 14; 43,14;47, 4) e infatti l’aveva liberato e vendicato dalla schiavitù dell’Egitto. Giobbe sa che il Signore è il giusto giudice di tutti gli uomini e il vendicatore degli oppressi (cfr. Sal 118,154). Ora afferma che questo goel è vivo, cioè eterno. Certo Giobbe morirà, ma Dio vive in eterno, manterrà la sua promessa e lo salverà. È proprio per questo motivo che Giobbe non ha dubbi ed è sereno, accettando la morte con coraggio e con speranza. L’incubo e la paura per la rovina fisica del suo corpo vengono superati definitivamente e cancellati dalla sicura speranza di quell’incontro conclusivo, liberatorio e salvifico. Giobbe è certo che vedrà Dio intervenire a suo favore, difendendolo e ristabilendo la giustizia nei suoi confronti.

2. Nella seconda lettura, l’Apostolo Paolo glorifica il sangue di Gesù che ci ha giustificati e che è pegno della nostra salvezza. Il brano di Romani fa risaltare davanti agli occhi la morte di Cristo in tutta la sua drammaticità. Si tratta, infatti, di una morte data per mano di peccatori e in vista della salvezza di peccatori. Una morte, tuttavia, che non porta alla disperazione, ma che apre alla vita, alla giustificazione, alla riconciliazione. Una morte che si apre alla luce, che diventa sorgente di vita e di salvezza, e che rivela pienamente la grandezza dell’amore di Dio. Cristo è morto per noi quando eravamo ancora deboli, incapaci di fare il bene, addirittura peccatori. Ora il morire per i peccatori è un’assurdità, soprattutto se si tiene conto che fra gli uomini difficilmente qualcuno dà la vita per un giusto, e tutt’al più qualcuno sa morire per un uomo buono. Il che non è certo poco, ma non si può paragonare al significato che riveste la morte di Cristo. Pertanto, se l’amore di Cristo si è rivolto anche ai peccatori, quanto più si prenderà cura di chi è giusto per il sangue di Cristo e lo salverà mediante la sua stessa vita. Non solo i credenti hanno ottenuto fin d’ora la riconciliazione, ma questo rapporto nuovo con Dio è divenuto la gioia e l’orgoglio della loro stessa vita. In definitiva, per i cristiani che hanno sperimentato il prodigio dell’amore di Dio non vi è dubbio che lo stesso amore li condurrà alla perfezione.

3. La lettura evangelica, che presenta un brano tratto dal discorso eucaristico tenuto da Gesù nella sinagoga di Cafarnao, contiene la solenne attestazione di Gesù che è volontà del Padre che chiunque crede nel Figlio abbia la vita eterna e sia da lui risuscitato nell’ultimo giorno. Da un lato c’è la fragilità dell’essere umano, che può perdersi nel peccato e nella morte; dall’altro lato c’è l’amore di Cristo che, su mandato del Padre, va alla ricerca di ciò che è mortale, perduto e peccatore e lo riporta a Dio, conducendolo dalla morte alla vita e alla risurrezione. L’espressione «non lo caccerò fuori» del v. 37 è usata in senso escatologico in Mt 8,12 e 25,30, e indica la perdizione eterna, mentre il v. 38 costituisce la parte centrale della pericope evangelica, nella quale viene espressa con parole simboliche (disceso dal cielo) l’incarnazione e che ha come scopo quello di portare a compimento la volontà salvifica del Padre. La negazione della volontà di Gesù fa pensare al contesto storico del Getsemani (cfr. in Mt 26,39 e nei paralleli) e allo stesso pensiero di Giovanni (cfr. Gv 5,30), dove pure si trova in questa stessa formulazione positiva e negativa in relazione alla ricerca della volontà. Nella volontà di Dio, alla perdizione escatologica è contrapposta la risurrezione finale. Infatti, il piano di Dio è un piano di salvezza e il Padre, affidandolo al Figlio, proclama che gli uomini si salvano in Gesù, senza che nessuno si perda. Anzi, addirittura, egli vuole che li risusciti nell’ultimo giorno. Questa espressione ha un significato preciso in Giovanni: è il giorno in cui termina la creazione dell’uomo e si compie la morte di Gesù; l’ultimo giorno per eccellenza, quando si celebra il trionfo finale del Figlio sulla morte. Allora Gesù porterà a compimento la sua missione tramite la risurrezione e donerà la vita definitiva, che ha il suo inizio qui nella fede e il suo compimento nella risurrezione alla fine dei tempi. Coloro che crederanno in Gesù, Figlio di Dio, non sperimenteranno la morte, ma gusteranno una vita di risurrezione.

4. Celebriamo oggi la Commemorazione dei fedeli defunti, di tutti coloro che si sono addormentati con la speranza di essere accolti fra le braccia misericordiose del Padre, che come il padre della parabola attende il figlio che ritorna nella sua casa ed è pronto a corrergli incontro e a rivestirlo di gloria per far festa per lui. Quella della morte è la più universale e democratica delle esperienze… poveri e ricchi, giovani e vecchi, uomini e donne… tutti si confrontano e si interrogano su questo mistero… tutti si sono chiesti e si chiedono che cosa ci sia oltre la vita. Gesù ha dato la risposta: la morte non è la fine di tutto ma l’inizio di una vita nuova, una vita eterna, senza fine di comunione con il Padre e il Figlio nello Spirito Santo. La morte assume un volto nuovo, dopo la resurrezione: la paura è vinta da una luce folgorante e da una speranza nuova. Gesù non elimina il dolore e la sofferenza, legati alla morte. Il suo pianto angoscioso nel Getsemani, il grido di dolore sulla croce e il senso di abbandono anche da parte di Dio, che anche lui ha vissuto e sperimentato come uomo, dicono che il trapasso è doloroso, così come drammatico è il distacco dalla vita di chi muore. L’afflizione delle donne, lo strazio di Maria, il pianto inconsolabile della Maddalena, testimoniano tutto l’attaccamento dell’uomo alla sua vita e agli affetti terreni. Ma il dolore passa, la sofferenza è vinta, gli affetti vengono ritrovati e acquistano un valore nuovo alla luce della Pasqua. Gesù mostra che esiste un ponte fra le due realtà, quella terrena e quella celeste: questo ponte invisibile che lega la terra al cielo è l’amore, l’amore donato fino al sacrificio di sé. La carità è l’unica virtù che oltrepassa i confini, che apre le porte del cielo, che lega i vivi e i morti; è l’amore di Cristo donato sulla croce che ha spalancato le porte del cielo a tutti i credenti che vorranno e che sapranno seguire il suo esempio. E l’amore del Padre si fa misericordia che cancella i peccati e le infedeltà di coloro che hanno percorso il cammino terreno con difficoltà, ma dopo ogni caduta si sono saputi rialzare per riprendere il cammino con speranza. A costoro il Padre corre incontro e li prende per mano per accoglierli nel suo abbraccio d’amore. È questo stesso amore che diventa comunione in Cristo, una comunione che unisce i vivi e i morti. La Chiesa terrena e quella celeste che nella liturgia cantano insieme la gloria del Padre. La Chiesa, dopo avere ieri glorificato quanti già godono in cielo la visione di Dio, prega oggi per tutti i fedeli che, morti in Cristo, aspettano di partecipare pienamente alla gloria degli eletti. Nel secolo X, soprattutto nei monasteri benedettini, invalse l’uso di celebrare una memoria di tutti i benefattori o amici defunti. Quest’uso trovò largo seguito a poco a poco nei rituali diocesani finché non divenne rito universale della chiesa latina. È la fede della comunione dei santi che ci fa ricordare a Dio quei fratelli non ancora assurti alla gloria del cielo, ma che ci hanno preceduto nel segno della fede e che ora dormono il sonno della pace. Per essi imploriamo, per il carattere pasquale della morte cristiana e in virtù del sacrificio eucaristico, la luce e la pace. Ciò è possibile, così come ci ha ricordato Giovanni nel Vangelo, per l’iniziativa di amore del Padre, operata attraverso l’incarnazione del Figlio. Infatti, chiunque vede il Figlio e crede in Lui ha la vita eterna, dice Gesù oggi nel vangelo. La paura è dunque illuminata; il distacco è ricco di speranza e la morte fisica è sconfitta e superata. Il cristiano non ignora il peso del suo essere mortale, sa che ogni passo della vita è un passo verso la morte, tuttavia è certo che Dio non lascerà cadere nel nulla il credente che spera in Lui e che già fin da ora è in comunione d’amore.

 

DOMENICA XXXII DEL TEMPO ORDINARIO
6 Novembre 2016

2Mac 7,1-2.9-14; 2Ts 2,16 – 3,5; Lc 20,27-38

1. La prima lettura ci fa sentire la prima chiara affermazione presente nella Bibbia sulla risurrezione, per bocca dei martiri Maccabei nella persecuzione di Antioco IV Epifane, re di Siria, (verso il 169 a.C.), che voleva imporre la cultura greca al popolo ebraico, benché contraria alla legge mosaica. Non si tratta solamente di immortalità dell’anima, come si svilupperà nel Libro della Sapienza (cfr. Sap 3,1-5. 16), ma di vera e propria risurrezione dei corpi. Il fatto è noto come il caso dei sette fratelli, martirizzati uno alla volta e per numero d’ordine per essersi rifiutati di cibarsi di carni proibite dalla Legge mosaica, proposto come esempio di fedeltà e di fermezza. Il testo ci mostra, in azione, la fedeltà di questi martiri alla Legge di Dio e la loro fermezza dinanzi ai supplizi sotto gli occhi della loro madre che li incoraggia con la sua presenza e con le sue esortazioni. Quello che divide la madre i sette fratelli dal re è una concezione opposta della vita. Per il re la vita viene dalla cultura e dalla ragione, per la madre e i fratelli la vita è un dono di Dio, perciò nessuna forza umana può veramente toglierla.

2. Nella seconda lettura Paolo insegna che la salvezza è un dono della fedeltà di Dio e il cristiano la raggiunge compiendo ogni opera di bene con l’aiuto di Dio. Alla Comunità di Tessalonica, evangelizzata da Paolo in pochissimo tempo e fervorosa per molti aspetti, l’Apostolo richiama alcuni temi della fede tramandata per rettificare alcuni loro malintesi, soprattutto in vista della parusia finale che alcuni ritenevano imminente assumendo per questo atteggiamenti di pigrizia e di disordine. L’energia vitale per riprendersi e rettificare Paolo dice che viene da Dio Padre che ci ha amati in Gesù Cristo e che ci ha dato in lui una speranza che non potrà essere delusa. Questa costanza nel bene, ricevuta da Cristo e praticata sul suo esempio, sarà un effetto dell’amore di Dio nei nostri cuori. Paolo conosce le tribolazioni procurategli da coloro che si rifiutano di aderire alla vera fede e che egli chiama «uomini corrotti e malvagi». Soltanto la preghiera potrà proteggerlo dagli ostacoli frapposti continuamente al suo ministero. Per tale motivo, egli ha bisogno della preghiera dei fedeli di Tessalonica e della certezza della loro fedeltà, per non cadere nello scoraggiamento (3,1-4). Ciò che Paolo desidera più di ogni altra corsa, e che qui viene espresso con un’immagine sportiva tanto cara all’Apostolo (cfr. Rm 9,16; 1Cor 9,24-26; Gal 2,2; 5,17; Fil 2,16; 3,12), è che la Parola di Dio, predicata dai ministri del vangelo, possa proseguire la sua corsa vittoriosa nel mondo.

3. Il brano evangelico presenta Gesù il quale afferma che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe è il Dio dei vivi perché dona la vita. Vi sarà la risurrezione dei morti, che significa non morire più (v. 35). Questa vita indefettibile è già un germe nel cristiano, che è perciò figlio della risurrezione (v. 36).  Dopo avere risposto alle domande insidiose dei farisei, Gesù è ora avvicinato dai Sadducei, appartenenti alla classe aristocratica fra cui si trovavano alti funzionari del Tempio, che gli pongono un  problema sulla risurrezione dei morti, alla quale essi non credono. Gesù risponde che il loro modo di concepire la risurrezione è erroneo e non corrisponde alla verità. Coloro che sono morti e risuscitati, gli eletti introdotti nella vita eterna, non dovranno preoccuparsi delle cose terrene, non sono legati da vincoli che caratterizzano la vita materiale, né hanno come fine quello di trasmettere la vita. Perciò nell’aldilà non vi saranno più relazioni sessuali: i figli di Dio glorificati condurranno una vita angelica. Essi vivono una vita da figli della risurrezione, cioè da risorti in quanto figli di Dio. Questo fatto fonda la risurrezione: la vita che essi possiedono mediante la risurrezione è una vita che non viene da generazione carnale e il loro corpo è spiritualizzato. Per fare comprendere la sua risposta, Gesù cita un passo dell’Antico Testamento (Es 3,6.216) dove è detto che Dio si rivela a Mosè come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Un modo di presentare i Patriarchi come viventi. La loro vita viene da Dio, perché tutti vivono per lui (v. 38b), quindi non può finire con la morte. Solo Luca, tra gli evangelisti, conclude la risposta di Gesù con questa frase, esplicitando il pensiero di Cristo sulla morte dei giusti.

4. In queste ultime domeniche dell’Anno liturgico e proprio in questo inizio del mese di Novembre, la Chiesa ci pone innanzi il grande tema del ritorno glorioso di Gesù nel mondo, insieme all’evento della risurrezione finale di tutta l’umanità. In particolare, il tema delle letture bibliche di questa domenica illumina sul mistero della morte. Alla luce della parola di Dio, che oggi è risuonata per noi, possiamo rispondere alla domanda se dopo la morte vi è il nulla o il tutto. Oggi Dio ci dice che anche il nostro corpo, esposto alle malattie, ai tomenti fisici e alla morte è destinato alla risurrezione gloriosa finale. Non è quindi il sepolcro l’ultima meta: il sepolcro è solo un passaggio. Come per il chicco di grano seminato nella terra, il corpo risorgerà per l’eternità. Tutte e tre le letture odierne confermano questa verità fondamentale. La prima lettura ci presenta le chiare affermazioni dei fratelli Maccabei: tutti risorgeranno, sia i martiri, sia i persecutori; i buoni e i cattivi. Tuttavia, mentre i primi risorgeranno per la glorificazione del proprio corpo, docile strumento dell’anima nel bene, i secondi risorgeranno a castigo del loro corpo, strumento di male. Anche l’Apostolo Paolo, nella seconda lettura, presenta il motivo della risurrezione. Cristo, infatti, è risuscitato come primizia, come primo frutto della raccolta, perciò anche noi, dopo di Lui, risorgeremo con Lui. Gesù risorto ci dà quindi una consolazione eterna e una speranza felice: risorgeremo per sempre e saremo partecipi della sua gloria. Questo deve consolare i nostri cuori e consolidarli in ogni opera e parola di bene. La prima e la seconda lettura ci presentano una comunità giudaica e una piccola comunità cristiana che vivono in diaspora, in un mondo ostile alla fede della Torah (Maccabei) e del Vangelo (Tessalonicesi). La madre dei sette fratelli e Paolo, che della comunità di Tessalonica si sente padre (cfr. 1Ts 2,11), ci indicano la strada da percorrere per trasmettere la fede alla prossima generazione di figli, che già oggi nella società odierna, così liquida e a volte spersonalizzata, vivono come in diaspora, come una minoranza spesso segnata a dito. In particolare, l’Apostolo Paolo, che ha avuto la grazia di incontrare il Cristo Risorto in tutto il suo fulgore, rassicura i credenti di Tessalonica che Cristo li custodirà dal maligno (3,2-3). Anche Gesù nel Vangelo ripete la stessa lezione. I figli di Dio sono i figli della risurrezione, perché Dio è Dio dei vivi e non dei morti. La risurrezione ci renderà come Angeli di Dio, senza le esigenze materiali del corpo terreno. La morte, dunque, è l’indispensabile premessa al nostro incontro con Dio e alla risurrezione finale … è l’inizio di tutto e non la fine in un nulla! Che cristianesimo sarebbe quello che esaurisse la sua missione e la sua carica in un mondo migliore sulla terra? Le ali della fede ci portano in alto, laddove tutte le realtà credute e sperate trovano in Dio compimento e pienezza. L’Aldilà è l’approdo perfetto ed eterno degli slanci dell’anima per il Dio-Amore.


DOMENICA XXXIII DEL TEMPO ORDINARIO
13 Novembre 2016

Ml 3,19-20a; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19

1. La pericope di Malachia, che costituisce il testo della prima lettura di oggi, presenta l’annunzio del Signore, quale risposta al lamento di alcuni israeliti. Viene affermato che per tutti i superbi e tutti coloro che commettono ingiustizia nel giorno di Jahweh, che corrisponde con l’inizio del tempo escatologico, ci sarà la condanna, mentre per i giusti che hanno timore di Dio sorgerà il sole di giustizia. Malachia, presentando l’immagine del giorno che brucia come una fornace, descrive la distruzione riservata agli empi: una rovina totale, come totale è l’azione del fuoco. Le immagini della radice e del germoglio, di cui non resterà traccia, sono introdotte per specificare e confermare che degli empi non potrà salvarsi neppure un resto. Infatti, se di una pianta si salva la radice, c’è sempre la speranza che ricresca, ma se anche la radice muore nulla può più rinascere. Anche la condizione dei buoni è decritta con due immagini: quella del sole che sorgerà benefico, e che chiude a metà il versetto finale della nostra pericope (v. 20a), e quella di giovanile letizia che sarà presente nella seconda parte del verso finale, omesso dal nostro testo (v. 20b). La bellissima immagine del sole di giustizia, unica citazione in tutto l’Antico Testamento, simboleggia il dono della salvezza che Dio assicura a coloro che lo temono. L’espressione si ispira a un simbolo molto comune ai popoli dell’Antico Vicino Oriente, i quali pensavano che il sole, una degli delle divinità più importanti, fosse datore di calore e di vita, di luce e di legge. È chiaro che Malachia usa lo stesso simbolismo ma, spogliandolo di ogni tinta mitologica, identifica la divinità con l’unico Dio, Jahweh (cfr. Sal 19,4-11).

2. Nella seconda lettura, l’Apostolo Paolo insegna, con il suo esempio presentato in forma negativa («non siamo rimasti oziosi … né abbiamo mangiato gratuitamente») e positiva («abbiamo lavorato duramente»), a quei cristiani di Tessalonica che col pretesto dell’imminente giudizio finale vivevano nell’ozio e nell’agitazione, che il cristiano non mangia oziosamente il pane, non vive senza fare nulla, ma cerca di rendersi utile agli altri e di guadagnarsi il pane lavorando in pace. Il tema dell’imitazione di Paolo si trova anche in Fil 3,17 dove l’Apostolo si propone in modo molto chiaro come paradigma di vita per i componenti della sua comunità. Tuttavia, non c’è alcuna esaltazione fanatica in Paolo, ma una ferma esortazione: pur nella viva attesa della parusia, i cristiani debbono concentrarsi completamente nell’assolvere i loro impegni quotidiani. I fedeli di Tessalonica, invece, vivono nel disordine, trascurando il lavoro e mettendo in subbuglio anche la vita degli altri. Ad essi Paolo, «esortandoli nel Signore», ordina di procurarsi da sé il loro sostentamento! La bellezza di questo passaggio sta nel fatto che Paolo unisce in modo ammirevole autorità e tenerezza: ecco perché ordina e allo stesso tempo supplica.

3. Nel brano del Vangelo di oggi, articolato in tre momenti, Luca presenta una riflessione di Gesù a proposito degli ultimi avvenimenti, della fine di Gerusalemme e del mondo stesso. Prende le mosse da una osservazione sulle pietre del tempio e sui doni votivi che impressionano, per grandezza e ricchezza, i discepoli di Gesù (vv. 5-7). Prosegue con le parole di Gesù che mette in guardia dai falsi messia, che si presenteranno nel suo nome e che cercheranno di indicare nelle guerre e negli sconvolgimenti della storia la fine del mondo (vv. 8-9). Si conclude, all’interno di una chiara cornice cosmica (vv. 10-11), con la profezia sul tempo delle persecuzioni e sulla testimonianza resa alla Parola di Dio nella vita dei discepoli, che persevereranno sino alla fine (vv. 12-19). L’intento di Luca è quello di mostrare che si sta andando non verso la fine, ma verso il fine! Non si tratta della fine di ogni cosa, realizzata con dolore e disperazione, nella tragedia di sconvolgimenti terrestri, ma del compimento di tutto, della vita e della storia dell’umanità, che tuttavia interessa già la vita presente. Ciò che conta non è tanto lo svolgersi degli eventi finali, ma il rapporto che lega l’attesa di quegli eventi alla vita presente e alla condizione nella quale si trova il discepolo di Gesù. Nella storia attuale, con le sue contraddizioni e le sue atrocità, Dio porta avanti il suo disegno di salvezza. Quando avverrà tutto questo … e quale sarà il segno? Sono le domande di sempre! Quelle che continuamente affliggono l’umanità paurosa, incerta e dubbia del suo destino! Sono le domande che nascono da un desiderio di sicurezza, di certezza, di soddisfazione … Gesù non appaga il desiderio di curiosità circa il futuro, non rivela giorno, mese e anno di un evento, non esaudisce la richiesta di segni manifesti e chiari di eventi temuti! Il Maestro mette di fronte alla realtà concreta del presente: l’unica che dà il vero senso della vita, la sola che può illuminare le scelte quotidiane e disporre saggiamente il credente alla perseveranza per “salvare” la propria anima (v. 19). L’universo finirà … e finirà anche male, perché non accetta il suo fine! Non riconosce nell’oggi della storia i segni della risurrezione di Cristo, che danno la piena speranza e la rassicurante fiducia nell’amore misericordioso del Padre. Né i falsi messia, né le catastrofi cosmiche dovranno trarre in inganno … né tanto meno le persecuzioni della Chiesa potranno intaccare la fede del credente! Niente e nessuno deve turbare il cuore del vero discepolo: falsi profeti, catastrofi, tragedie e guerre saranno sempre presenti nella storia dell’umanità, così come già presente e definitivamente operante è la salvezza donata da Dio in Cristo Gesù. Quindi, nessuno scoraggiamento e nessuna paura! Niente spazio per tragici pessimismi, per terrificanti scenari, per facili millenarismi pseudoreligiosi! Non ansia e allarmismo sulla fine del mondo, ma una vita presente che si lascia guidare con fiducia alla sequela del Maestro, il Cristo morto e risorto! Un sereno ottimismo e una fondata speranza deve guidare il cammino del credente, ancorato alla croce di Cristo e sospinto dalla gioia della sua Risurrezione.

4. L’Anno Liturgico, che si avvia al termine domenica prossima con la Solennità di Cristo Re, invita ogni cristiano a guardare al momento in cui avrà fine il mondo e, per ciascuno, al termine dell’esistenza terrena. È in questa prospettiva che siamo invitati a riflettere sulla Parola di Dio proposta in questa Domenica. Oggi il Signore ci rivela il termine della storia umana, che avrà una conclusione, una fine non scritta dall’uomo, ma da Dio Signore della storia, che la dirige fino al suo traguardo finale. Un traguardo segnato dal giorno del Signore, che punirà tutti i superbi e gli operatori di iniquità, mentre darà la salvezza a quelli che hanno temuto il suo nome e hanno operato la giustizia (prima lettura). Gesù è ancora più esplicito (Vangelo): la fine di Gerusalemme e del Tempio è vista come il segno della manifestazione della giustizia divina, che avverrà appunto alla fine del mondo e che sarà preceduta da segni quali guerre, persecuzioni, carestie, pestilenze … Tuttavia la vittoria sarà di Dio e di quelli che sono con lui e che saranno salvati per la loro perseveranza. Di fronte a questa rivelazione, il cristiano deve rigettare l’atteggiamento ozioso di chi non fa  nulla e non attende ai propri doveri; al contrario deve impegnarsi nel quotidiano e nell’esercizio della sua vita con operosità e in perfetta tranquillità (seconda lettura). Tutta la Parola di Dio di oggi invita, dunque, ad avere fiducia nel Signore e a rigettare ogni timore, ansia, dubbio sul futuro, giacché quest’ultimo è nelle mani di Dio e nella sua provvidenza e che non permetterà che «nemmeno un capello del capo andrà perduto». Il credente deve, perciò, impegnarsi nel presente, deve compiere il proprio dovere, deve vivere con serenità e sicurezza e, responsabilmente, dedicarsi alla preghiera, alla propria famiglia, al proprio lavoro, facendo tutto nell’amore e nella pace secondo la volontà di Dio. Solo così preparerà bene l’incontro con il Signore giusto giudice alla fine della sua vita e della storia dell’umanità.


NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
20 Novembre 2016

2Sm 5,1-3; Col 1,12-20; Lc 23,35-43

1. La prima lettura della liturgia della Parola di questa domenica presenta un brano tratto dal secondo libro di Samuele. Si tratta dei primi tre versetti del quinto capitolo, che descrive la consacrazione di Davide a re d’Israele. Per la prima volta nella storia d’Israele, le dodici tribù si trovano sotto un unico re e costituiscono un regno unico e unito. Questo avviene a Ebron, culla e tomba dei Patriarchi, alla presenza dell’unico Dio Jahweh. Sono solo tre versetti, ma raccontano la decisione delle tribù Israele, fino a questo momento restie nei confronti di Davide, di volere per loro come unico re proprio Davide (vv. 1-2). Questa volontà si è manifestata chiaramente anche da parte di Dio: «Il Signore ti ha detto: Tu pascerai il mio popolo Israele, tu sarai capo d’Israele (v. 2b.). Come conseguenza di questa scelta, invocata anche attraverso la parola di Dio, tutti gli anziani d’Israele si recano a Ebron e consacrano Davide re d’Israele (v. 3). Si tratta della terza consacrazione di Davide a re, dopo quella per mano di Samuele (1Sam 16,13) e quella per iniziativa dei capi di Giuda (2Sam 2,4), che lo avevano in precedenza già accettato come re. Dopo la consacrazione per scelta profetica, quindi ora Davide diventa re anche per la chiara scelta delle varie tribù di Giuda prima e d’Israele dopo, tutte concordi nel volerlo come unico re. Con l’espressione «tue ossa e tua carne», tanto comune nel linguaggio biblico antico testamentario (cfr. Gn 2,23; 29,14; 2Sam 19,13-14; Gdc 9,2), l’Autore intende sottolineare sia la parentela, sia l’identità di origine tra il popolo delle dodici tribù e lo stesso Davide. Con la metafora del pastore, spesso applicata ai re nell’antichità, viene messo in evidenza il compito di governare, guidare e condurre il popolo. Da questo momento Davide inizia la più rapida ascesa al sommo della potenza, inaugurando il periodo più felice e brillante della sua vita.

2. Nella seconda lettura, San Paolo riconosce che l’iniziativa della salvezza è del Padre ed eleva un inno ricco di slancio e di entusiasmo al primato assoluto di Cristo su tutto il creato. Il brano si può dividere in tre parti: nella prima parte (vv. 12-14) viene presentata un’esortazione a ringraziare Dio sviluppando la tematica del regno della luce, nel quale il Figlio ha trasferito i credenti operando la redenzione e il perdono dei peccati; nella seconda parte (vv. 15-18a) è illustrata la peculiarità di Cristo re della creazione; nella terza parte (vv. 18b-20) è messa in evidenza la rigenerazione spirituale operata da Cristo, attraverso la sua morte in croce e il suo sangue versato, per riconciliare a se tutte le cose. Il versetto 15a («Egli è immagine del Dio invisibile …») e il versetto 18a («Egli è il principio, primogenito …») si corrispondono e indicano sempre un nuovo inizio. La seconda e la terza parte hanno, inoltre, un contenuto affine: nella seconda Cristo è mediatore della creazione; nella terza è mediatore della redenzione. Anzi, la redenzione è attuabile proprio perché redentore e creatore coincidono nella persona del Cristo. In tal modo, l’Apostolo, ricordando ai Colossesi che devono a Dio la grazia della conversione, del battesimo e della vita nella chiesa, presenta Gesù, il Figlio del Padre, glorioso e indica i titoli della sua regalità. Egli è il creatore dell’universo; a lui apparteniamo e in lui esistiamo e viviamo; è lui che dà la vita, la conserva e la sostiene nell’essere e nell’agire. È glorioso perché è redentore e salvatore, che ha dato il suo sangue per rendere ogni credente figlio di Dio, membro della Chiesa di cui lui è il capo, erede del regno celeste. È questo un primato che spetta al Cristo di diritto: nella Chiesa di cui è il capo, nell’universo di cui è il punto di convergenza. L’inno ha una grande importanza sia come documento della liturgia primitiva, sia come concisa sintesi cristologica (cfr. Fil 2,6-11).

3. I nove versetti (vv. 35-43) che costituiscono il brano del Vangelo odierno fanno parte di una sezione del capitolo 23 del testo lucano, che inizia al v. 33, si chiude al v. 38 e descrive gli eventi e le parole collegate con la crocifissione di Gesù. Il testo, che mette come centro Gesù crocifisso e la sua regalità, si può dividere in due parti: la prima (vv. 35-39), nella quale la regalità di Gesù è oggetto di ironia e di dileggio; la seconda (vv. 40-43), nella quale Gesù come re («… entrerai nel tuo regno») è riconosciuto, con fede confidente e prontamente ricompensata, da uno dei due malfattori. Il brano si apre col silenzio del popolo (v. 35a), che guarda e tace, avendo smesso quasi l’ostilità nei confronti di Gesù. Ostilità che divampa, con evidente atteggiamento di derisione, nelle parole e nei gesti dei capi, dei soldati e di uno dei malfattori. In tutte e tre le derisioni, Gesù viene sfidato a «salvare se stesso» (vv. 35.37.39). Iniziano i capi, provocando Gesù e chiedendo di compiere un prodigioso miracolo per provare di essere «il Cristo di Dio, l’eletto»: di avere, insomma, il titolo regale (Cristo = Unto di Dio) e quello messianico (Eletto di Dio). Seguono gli insulti dei soldati che, mettendo in evidenza il titolo «re dei Giudei», intendono quasi deridere uno che voglia prendere il posto del monarca effettivo, offrendogli come coppieri l’aceto. Chiude la serie di insulti, l’intervento del primo malfattore, che non fa altro che ripetere con parole simili quanto detto dai capi e dai soldati e chiedendo ironicamente una salvezza che ritiene impossibile. A questo punto, Luca – unico tra gli evangelisti – inserisce il dialogo tra Gesù e un secondo malfattore che, redarguendo il suo compagno di crocifissione, nel momento in cui tutto sembra crollare ammette la colpa delle proprie azioni, dichiara l’innocenza di Gesù, riconosce in Gesù il Messia salvatore e lo prega di ricordarsi di lui quando entrerà nel suo regno messianico. È evidente che, dal suo punto di vista, niente termina con la morte di Gesù: né per Gesù, né per la prospettiva di salvezza, né per lui stesso! A differenza di Matteo e di Marco, che presentano i due ladroni ostili e insultanti sino alla fine nei confronti di Gesù, Luca vede già nella crocifissione di Gesù la speranza attuata della salvezza, mettendo in rilievo la forza del pentimento, anche in extremis, accostata alla ricchezza e immediatezza della misericordia di Gesù verso i peccatori (« ... oggi con me sarai in paradiso»). È proprio con questa risposta, solenne e immediata, che si chiude la scena della crocifissione e si avvia, dal verso seguente, il racconto della morte di Gesù (vv. 44-49). La salvezza che il malfattore si attendeva alla fine dei tempi, con la risurrezione dei giusti, gli viene offerta immediatamente da Gesù nell’oggi della morte. È una salvezza che consiste nell’essere con Gesù («… con me …») e l’essere con Gesù è già possedere oggi il paradiso, inteso non più in senso fisico e materiale ma come esperienza relazionale con il Signore. In tal modo, oltre che una profonda valenza cristologica, l’episodio assume per Luca anche un importante significato esortativo: non è mai troppo tardi per pentirsi e ritornare al Signore!

4. Celebriamo la festa di Cristo Re dell’Universo, conclusione dell’Anno Liturgico, prefigurazione della fine della vita terrena e dell’ultimo giorno, quando ci presenteremo davanti a Dio a raccogliere i frutti dei semi di amore che avremmo saputo piantare, ad attendere con speranza il perdono da Dio  per entrare nel suo Regno, per sedere attorno alla sua mensa mentre egli passerà a servirci, così come noi abbiamo servito Lui nei nostri fratelli. La regalità di Cristo contraddice la logica umana, concepisce il potere come servizio, spinge l’amore fino al dono di sé. Il popolo non capisce la scelta di Dio e chiede i segni della divinità di Cristo, della sua messianicità e lo deride, lo insulta lo invita a scendere da quel trono di sofferenze e di martirio e a rivestirsi di gloria. Ma Dio sceglie l’umiltà: dalla scelta di Davide come re d’Israele nell’Antico Testamento (prima lettura) invita a guardare oltre le apparenze nelle profondità del cuore e, solo chi riesce ad andare oltre ciò che l’occhio umano vede saprà riconoscere con fede, al di là dell’umanità sofferente e umiliata nel Cristo creatore e redentore (seconda lettura), l’amore donato fino in fondo per la salvezza dell’umanità. Cristo, infatti, ha scelto come trono la croce e come corona quella di spine per sfuggire all’esaltazione e all’incoronazione di una folla volubile ed emotivamente condizionabile. Per questo motivo entra a Gerusalemme cavalcando un asino, si schernisce davanti agli osanna ma non si sottrae ai crocifiggilo, consapevole che la gloria deve necessariamente attraversare la croce perché sia fonte di salvezza e gioia vera e duratura. Cristo, re dell’universo, mostra ancora oggi ai potenti della terra, dilaniata dalla sete di potere, di successo, di denaro, mascherata da conflitti religiosi e ideologici, la via per raggiungere la vera pace  e l’armonia fra i popoli: il servizio fino al dono di sé, l’apertura verso l’altro e la ricerca del dialogo incessante per superare le barriere  e gli integralismi, il ripudio della violenza e della guerra per risolvere le controversie. Purtroppo, sembra che il mondo non abbia ancora compreso il suo insegnamento! Solo quando la logica di Dio conquisterà l’uomo, allora tutti insieme i popoli entreranno nella casa del Signore e, come unica famiglia, canteranno senza fine le sue lodi.

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