
La liturgia è considerata come l'esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo. In essa, la santificazione dell'uomo è significata per mezzo di segni sensibili e realizzata in modo proprio a ciascuno di essi; in essa il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra. Perciò ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza, e nessun'altra azione della Chiesa ne uguaglia l'efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado.
(SC 7)
Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia. Il lavoro apostolico, infatti, è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore.
(SC 10)
Il termine "liturgia" - Proveniente dal greco classico leitourgìa, in origine il termine indicava l'opera, l'azione o l'iniziativa assunta liberamente in proprio da un privato (individuo o famiglia) in favore del popolo o del quartiere o della città o dello Stato. Con l'andare del tempo la stessa opera, azione, iniziativa perdette, o per istituzionalizzazione o per imposizione, il suo carattere "libero" e così "liturgia" fu detto qualunque lavoro di "servizio" più o meno obbligatorio reso o allo Stato o alla divinità ("servizio religioso") o a un privato.
Nella traduzione greca dell'AT detta dei LXX, "liturgia" indica sempre, senza eccezione, il "servizio religioso" reso dai leviti a Yhwh, prima nella "tenda" e poi nel tempio di Gerusalemme. Era dunque termine tecnico che designava il culto pubblico e ufficiale a norma delle leggi cultuali levitiche, distinto dal culto "privato" al quale nella stessa traduzione dei LXX ci si riferisce principalmente con i termini "latria" o "dulia".
Nel NT (vangeli e scritti apostolici) "liturgia" non compare mai come sinonimo di "culto del NT" (eccezion fatta per At 13,2), evidentemente perchè in quei primi tempi il termine era troppo legato al "culto del sacerdozio levitico", che non trovava più posto nel NT. Presto però il termine riappare negli scritti extra-biblici di origine giudeo-cristiana, come per es. in Didachè 14, dove chiaramente si riferisce alla celebrazione dell'eucaristia, e nella I lettera di papa Clemente (passim), che esemplarizza il culto cristiano su quello ebraico. Ed è probabilmente per questa via di esemplarismo esteriore che il termine "liturgia", spogliato ormai del suo specifico senso cultuale levitico, prende cittadinanza nella chiesa primitiva. Di essa designa il culto, che se totalmente nuovo nel contenuto perchè avviene nella realtà nuova del sacerdozio di Cristo, nella forma resterà per molti aspetti legato alla sua origine ebraica, dalla quale la chiesa apostolica fu notevolmente influenzata.
Ma anche così purificato il termine non ha avuto uguale fortuna nelle diverse parti della chiesa. Mentre nella chiesa orientale di lingua greca "liturgia" sta ad indicare sia il culto cristiano in genere, sia, in specie, la celebrazione dell'eucaristia, nella chiesa latina la parola è praticamente sconosciuta. E' avvenuto, infatti, che mentre molti altri termini biblici neotestamentari - come: angelo, profeta, apostolo, episcopo (vescovo), presbitero; diacono ecc. - dal testo greco sono passati di peso nella sua traduzione latina per semplice traslitterazione, per "liturgia" ciò non avviene mai (leitourgàa fin dall'inizio è stata tradotta con officium, ministerium, munus...), e così resterà un termine estraneo al linguaggio liturgico latino.
Quando "liturgia" riapparirà nel mondo occidentale, non sarà nell'uso liturgico. Al principio (a partire dal sec. XVI) appare in ambito scientifico, ma per indicare o i libri rituali antichi («Liturgica»: Cassander, 1558; Pamelius, 1571) o in genere tutto quello che riguarda il culto della chiesa, anche al presente (cfr. card. Bona, Rerum liturgicarum libri duo, 1671). In questo senso con Mabillon si comincia a parlare di "liturgia" come di un complesso rituale determinato (De liturgia gallicana libri tres,1685), cui farà eco L. A. Muratori con la sua Liturgia romana vetus (1748), nella quale pubblicava in raccolta gli antichi "sacramentari" romani fino ad allora scoperti. Purtroppo questo legittimo uso del termine, che permetteva di parlare di "liturgia" orientale, occidentale, latina, gallicana, ispanica, ambrosiana ecc. e voleva indicare i diversi modi nei quali il culto cristiano si era espresso lungo i secoli nelle diverse chiese, fu male inteso da alcuni e si coniò l'equivalenza «liturgia = ritualità cerimoniale e rubricale» (cfr. D. Giorgi, Liturgia romani pontificis in celebratione missarum sollemni, 1731-44). Tale equivalenza è rimasta stabile praticamente fino al Vat. II, non solo nell'uso comune, ma nella stessa organizzazione degli studi ecclesiastici, nell'ambito dei quali lo studio della liturgia notoriamente non andava oltre la conoscenza delle rubriche che regolano l'esercizio esterno del culto; solo in tempi più vicini a noi vi si aggiunse la conoscenza di alcune notizie storiche, soprattutto per quel tanto che servivano a spiegare ed eventualmente a giustificare, sul piano della tradizione, l'uso di certi riti.
Definizioni di "liturgia" anteriori al Vat. II - Per molti e in genere per tutti coloro che non si occupavano specificamente di liturgia, questa appariva semplicemente come la parte esterna e sensibile del culto cristiano, mirante a rivestire il culto stesso di forme esteriori che allo stesso tempo fossero capaci di esaltarne il contenuto di fede per renderlo più facilmente percettibile ed esteticamente godibile. Per coloro invece che erano più attenti alla liturgia in se stessa, ossia in quanto celebrazione, la liturgia era la somma delle norme con le quali l'autorità della chiesa regolava la celebrazione del culto. Dunque una definizione vedeva la liturgia tutta sul piano esteriore ed estetico; l'altra la considerava in un'ottica puramente giuridica: infatti la liturgia era ritenuta parte del Diritto canonico.
Una definizione brevissima, ma a modo suo completa, fu quella fornita e spiegata da L. Beauduin (1873-1960): «La liturgia è il culto della chiesa». Tutta la forza innovatrice di questa semplice definizione sta nella parola "chiesa", che specifica in senso formalmente cristiano il "culto". Questo infatti assume dalla "chiesa" il proprio carattere "pubblico" e "comunitario", non però in un senso che assimilerebbe il culto cristiano a un culto qualsiasi. emanante da una qualsiasi "società " che lo stabilisce per legge, bensì nel senso che la "chiesa", essendo nel mondo la continuazione di Cristo, esercita quel culto del tutto speciale e perfetto che Cristo diede al Padre nella sua vita terrena. Il culto della chiesa è dunque prima di tutto culto cristiano in senso eminente, perchè continuazione di quello di Cristo; è poi culto comunitario e pubblico perchè in esso si esprime la natura propria della chiesa, che è comunità visibilmente adunata intorno a Cristo[1].
Senza misconoscere il valore obiettivamente teologico della definizione del Beauduin, il benedettino tedesco O. Casel di Maria Laach (18861948) ritiene che la liturgia, oltre che attraverso un processo logico evolventesi dal "genere" (culto) alla "differenza specifica" (chiesa), possa e debba essere conosciuta in se stessa e cioè studiandola quale essa è e si manifesta: come celebrazione. Partendo dal fatto che la "celebrazione" liturgica è costantemente chiamata «mistero» sia nel linguaggio liturgico che in quello patristico e prendendo questa parola nel senso in cui ricorre nell'ambito cultuale della cosiddetta «religione dei misteri»[2], Casel scopre che le componenti essenziali della celebrazione o "mistero", in quanto termine tecnico cultuale, sono: 1. l'esistenza di un avvenimento primordiale di salvezza; 2. la presenza dello stesso avvenimento per mezzo di un rito; 3. grazie alla sua presenza rituale ogni uomo di ogni tempo attua come proprio il primordiale evento di salvezza. Con questi dati in mano Casel ritiene che la liturgia, per il fatto stesso di presentarsi come "mistero", si autodefinisce come «il mistero di Cristo e della chiesa»[3], o più chiaramente: «La liturgia è l'azione rituale dell'opera salvifica di Cristo, ossia è la presenza, sotto il velo di simboli, dell'opera divina della redenzione»[4].
E' chiaro che questa concezione di liturgia ribalta dalle fondamenta l'idea stessa di "culto". Questo infatti nella visuale misterica non è prima di tutto l'azione dell'uomo che cerca un contatto con Dio attraverso l'offerta del suo omaggio e della sua adorazione; al contrario, è un momento dell'azione salvifica di Dio sull'uomo di modo che questi, una volta assunto nel mistero di Cristo reso presente nel rito, possa lodare e adorare Dio «in spirito e verità ».
Per l'enciclica Mediator Dei (20 novembre 1947) del papa Pio XII la liturgia, vista nel suo contenuto, è «la continuazione dell'ufficio sacerdotale di Cristo»[5], o addirittura «l'esercizio del sacerdozio di Cristo»[6]; vista poi nella realtà completa della celebrazione, è definita come «il culto pubblico che il nostro Redentore, capo della chiesa, presta al Padre e che la comunità dei fedeli presta al suo fondatore e, per mezzo di lui, al Padre; oppure più brevemente: la liturgia è il culto pubblico totale del corpo mistico di Cristo, capo e membra»[7].
Nella liturgia si attua quindi il culto personale di Cristo, che per partecipazione diventa il culto della Chiesa. La liturgia, per sua intima natura, è sacramentale, essendo sempre segno di una effettiva presenza di Cristo.
La liturgia nel Vat. II - La SC, come prima cosa, inserisce in modo diretto nell'opera di Cristo consumata attraverso il mistero pasquale - ossia nell'ordine cultuale dell'incarnazione - il mistero della chiesa: «Quest'opera della redenzione... e della... glorificazione di Dio... è stata compiuta da Cristo Signore specialmente per mezzo del mistero pasquale..., col quale "morendo ha distrutto la nostra morte e risorgendo ha ridonato a noi la vita" (Missale Romanum, Praefatio paschalis). Infatti dal costato di Cristo dormiente sulla croce è scaturito "il mirabile sacramento di tutta la chiesa" (Sacramentario Gelasiano 432)» (SC 5). Poi prosegue dimostrando che questo medesimo mistero pasquale adesso è attuato nella chiesa secondo dimensioni storiche che esso già possedeva: tramite il ministero profetico della chiesa che «annuncia» il mistero, e tramite l'attuazione liturgica di quest'ultimo (SC 6). Infine così conclude: «Giustamente perciò la liturgia è ritenuta come l'esercizio del sacerdozio di Gesù Cristo; in essa, per mezzo di segni sensibili, viene significata e... realizzata la santificazione dell'uomo, e viene esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal capo e dalle sue membra, il culto pubblico integrale» (SC 7).
Con questa definizione la liturgia è posta sulla stessa linea del mistero integrale dell'incarnazione di Cristo in quanto mistero della redenzione degli uomini e della glorificazione di Dio: anzi viene presentata come continuazione («esercizio») o attuazione ultima e permanente di esso. Dunque la liturgia è il momento ultimo, cioè escatologico, dell'incarnazione sotto la sua modalità di mistero pasquale.
La definizione di "Liturgia" emergente dal Vat. II - Seguendo l'intenzione e l'espressione del concilio, finalmente possiamo in qualche modo definire la liturgia. Essa «è un'azione sacra attraverso la quale, con un rito, nella chiesa e mediante la chiesa, viene esercitata e continuata l'opera sacerdotale di Cristo, cioè la santificazione degli uomini e la glorificazione di Dio». Soffermiamoci sui singoli passaggi.
- Azione sacra: un'azione di culto. Azione dunque non in senso esterno, ma nel senso contenuto nelle parole di Cristo: «Ho compiuto l'opera che tu [Padre] mi hai dato da fare». Infatti nella liturgia «si attua [exercetur] l'opera della nostra redenzione» (SC 2).
- Attraverso la quale: l'espressione indica la natura strumentale della liturgia, la quale è coestensivamente un medium quo ed un medium alicuius. Essa non è un'azione sacra generica, con cui si fa qualche cosa in ordine a Dio; è invece un'azione che deriva la sua virtù dal fatto di essere il mezzo attraverso il quale Cristo stesso si fa presente come agente principale. Infatti la liturgia è un'azione partecipata da Cristo, attraverso la quale la chiesa compie quanto Cristo stesso ha compiuto.
- Con un rito: il rito è il segno sacro che significa una realtà e la realizza. Questa natura rituale della liturgia non va vista anzitutto, come troppo spesso si fa, sulla linea antropologica in quanto l'uomo ha bisogno di segni esterni. Non si nega affatto ciò, ma il rito come "segno" indica relazione con Cristo, perchè serve a significare e ad attuare la memoria e la presenza di Cristo, e come Cristo realizzò un'opera divina nella sua umanità unita al Verbo di Dio, così il rito liturgico apporta nella sua materialità il significato e la potenza del Verbo di Dio, e in tal modo esso è come una longa manus di Cristo che ci fa toccare la stessa divina potenza dell'umanità di lui.
- Nella chiesa: la chiesa è intesa come il corpo vivo e reale di Cristo, nel quale lo stesso Cristo capo è presente e coagente. Si dice «nella chiesa» perchè essa è il primo soggetto passivo della liturgia. Infatti l'opera sacerdotale di Cristo tende a fare degli uomini la chiesa. Ponendo la parte per il tutto - cioè l'eucaristia per la liturgia -, insieme con gli antichi possiamo dire: «l'eucaristia fa la chiesa», perchè attraverso l'azione liturgica è realizzata la chiesa, «essendo stati eletti e chiamati (= «fatti chiesa») affinchè siamo a lode di Dio» (cfr. Ef 1);
- Mediante la chiesa: dunque Cristo adesso non opera più il proprio mistero direttamente e da solo, ma mediante la chiesa. Infatti l'opera sacerdotale di Cristo diventa per partecipazione l'opera sacerdotale della chiesa in quanto corpo di Cristo, e quindi la liturgia appartiene alla chiesa come sua realtà peculiare. La liturgia è la modalità particolare del culto nella quale, mediante la chiesa, adesso avviene nel mondo ciò che un tempo fu compiuto da Cristo nel suo mistero (Cristo ha come proprio il suo mistero; la chiesa ha come propria la liturgia, che è quel certo modo di attuare tale mistero attraverso i riti). Poichè la chiesa è «associata» a Cristo nell'esecuzione di quest'opera sacerdotale, ottimamente si dice che adesso quest'opera si compie e si attua nel mondo «mediante la chiesa».
- Esercitata e continuata: «viene esercitata», cioè viene posta in esercizio, diventa attuale; «continuata», cioè si attua di seguito, perennemente, senza interruzione. L'opera sacerdotale di Cristo, che è la salvezza del mondo, non costituisce in Cristo solo un grande merito in forza del quale gli altri uomini sono "ritenuti" santificati perchè quanto ha fatto Cristo è considerato come fatto per loro; al contrario: quanto Cristo ha fatto è considerato come fatto da tutti gli uomini. Ora, quello che de iure è stato fatto in Cristo dalla natura umana di tutti, adesso de facto viene esercitato attraverso la liturgia dalle singole persone composte nell'unità del corpo della chiesa.
- L'opera sacerdotale di Cristo: è l'opera totale dell'incarnazione che Cristo ha compiuto in modo sacerdotale, cioè come mediatore che unisce Dio agli uomini e gli uomini a Dio: tutto ciò mediante il suo sacrificio. E' l'opera ch'egli ha compiuto nel suo mistero pasquale, attraverso la quale egli stesso, ricevendo nella verità le promesse di Dio, ha liberato tutti gli uomini e li ha costituiti come «nazione santa, popolo d'acquisto, stirpe eletta, sacerdozio regale» (1Pt 2,9);
- Santificazione e glorificazione: quella di Cristo fu opera di glorificazione di Dio attraverso la santificazione degli uomini. Cristo infatti rese culto a Dio nel senso che in se stesso egli ricondusse a Dio gli uomini purificati e santificati e riconciliati. Ora questa medesima opera viene attuata nella liturgia: ivi l'uomo viene santificato ed in tale modo può dare gloria al Padre. In realtà gli adoratori in spirito e verità esistono solo quando gli uomini, sottomettendosi totalmente a Dio, lo riconoscono come loro creatore e redentore.
S. MARSILI - D. SARTORE

Dal Codice di Diritto Canonico
Can. 837 - §1. Le azioni liturgiche non sono azioni private, ma celebrazioni della Chiesa stessa, che è "sacramento di unità ", cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei Vescovi; perciò appartengono all'intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi di esso vi sono coinvolti in diverso modo, secondo la diversità degli ordini, delle funzioni e dell'attuale partecipazione.
§2. Le azioni liturgiche, per il fatto che comportano per loro natura una celebrazione comunitaria, vengano celebrate, dove ciò è possibile, con la presenza e la partecipazione attiva dei fedeli.
Can. 838 - §1. Regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall'autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano.
§2. E' di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici e autorizzarne le versioni nelle lingue correnti, nonchè vigilare perchè le norme liturgiche siano osservate fedelmente ovunque.
§3. Spetta alle Conferenze Episcopali preparare le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, dopo averle adattate convenientemente entro i limiti definiti negli stessi libri liturgici, e pubblicarle, previa autorizzazione della Santa Sede.
§4. Al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti.

Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
Il giorno di pentecoste, con l'effusione dello Spirito Santo, la Chiesa viene manifestata al mondo. Il dono dello Spirito inaugura un tempo nuovo nella « dispensazione del mistero »: il tempo della Chiesa, nel quale Cristo manifesta, rende presente e comunica la sua opera di salvezza per mezzo della liturgia della sua Chiesa, « finchè egli venga » (1 Cor 11,26). In questo tempo della Chiesa, Cristo vive e agisce ormai nella sua Chiesa e con essa in una maniera nuova, propria di questo tempo nuovo. Egli agisce per mezzo dei sacramenti; è ciò che la tradizione comune dell'Oriente e dell'Occidente chiama « l'economia sacramentale »; questa consiste nella comunicazione (o «dispensazione») dei frutti del mistero pasquale di Cristo nella celebrazione della liturgia « sacramentale » della Chiesa. (CCC 1076)
« Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità , predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà . E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto » (Ef 1,3-6). (CCC 1077)
Benedire è un'azione divina che dà la vita e di cui il Padre è la sorgente. La sua benedizione è insieme parola e dono (bene-dictio, ,eu-logia). Riferito all'uomo, questo termine significherà l'adorazione e la consegna di sè al proprio Creatore nell'azione di grazie.(CCC 1078)
Dall'inizio alla fine dei tempi, tutta l'opera di Dio è benedizione. Dal poema liturgico della prima creazione ai cantici della Gerusalemme celeste, gli autori ispirati annunziano il disegno della salvezza come una immensa benedizione divina. (CCC 1079)
In principio, Dio benedice gli esseri viventi, specialmente l'uomo e la donna. L'alleanza con Noè e con tutti gli esseri animati rinnova questa benedizione di fecondità , nonostante il peccato dell'uomo, a causa del quale il suolo è « maledetto ». Ma è a partire da Abramo che la benedizione divina penetra la storia degli uomini, che andava verso la morte, per farla ritornare alla vita, alla sua sorgente: grazie alla fede del « padre dei credenti » che accoglie la benedizione, si inaugura la storia della salvezza. (CCC 1080)
Le benedizioni divine si manifestano in eventi mirabili e salvifici: la nascita di Isacco, l'uscita dall'Egitto (Pasqua ed Esodo), il dono della Terra promessa, l'elezione di Davide, la presenza di Dio nel Tempio, l'esilio purificatore e il ritorno del « piccolo resto ». La Legge, i profeti e i salmi, che tessono la liturgia del popolo eletto, ricordano queste benedizioni divine e nello stesso tempo rispondono ad esse con le benedizioni di lode e di rendimento di grazie. (CCC 1081)
Nella liturgia della Chiesa, la benedizione divina è pienamente rivelata e comunicata: il Padre è riconosciuto e adorato come la sorgente e il termine di tutte le benedizioni della creazione e della salvezza; nel suo Verbo, incarnato, morto e risorto per noi, egli ci colma delle sue benedizioni, e per suo mezzo effonde nei nostri cuori il dono che racchiude tutti i doni: lo Spirito Santo. (CCC 1082)
Si comprende allora la duplice dimensione della liturgia cristiana come risposta di fede e di amore alle « benedizioni spirituali » di cui il Padre ci fa dono. Da una parte, la Chiesa, unita al suo Signore e sotto l'azione dello Spirito Santo, benedice il Padre per il « suo ineffabile dono » (2 Cor 9,15) con l'adorazione, la lode e l'azione di grazie. Dall'altra, e fino al pieno compimento del disegno di Dio, la Chiesa non cessa di presentare al Padre « l'offerta dei propri doni » e d'implorare che mandi lo Spirito Santo sull'offerta, su se stessa, sui fedeli e sul mondo intero, affinchè, per la comunione alla morte e alla risurrezione di Cristo Sacerdote e per la potenza dello Spirito, queste benedizioni divine portino frutti di vita « a lode e gloria della sua grazia » (Ef 1,6). (CCC 1083)
«Assiso alla destra del Padre» da dove effonde lo Spirito Santo nel suo corpo che è la Chiesa, Cristo agisce ora attraverso i sacramenti, da lui istituiti per comunicare la sua grazia. I sacramenti sono segni sensibili (parole e azioni), accessibili alla nostra attuale umanità . Essi realizzano in modo efficace la grazia che significano, mediante l'azione di Cristo e la potenza dello Spirito Santo. (CCC 1084)
Nella liturgia della Chiesa Cristo significa e realizza principalmente il suo mistero pasquale. Durante la sua vita terrena, Gesù annunziava con l'insegnamento e anticipava con le azioni il suo mistero pasquale. Venuta la sua Ora, egli vive l'unico avvenimento della storia che non passa: Gesù muore, è sepolto, risuscita dai morti e siede alla destra del Padre « una volta per tutte » (Rm 6,10; Eb 7,27; 9,12). E' un evento reale, accaduto nella nostra storia, ma è unico: tutti gli altri avvenimenti della storia accadono una volta, poi passano, inghiottiti dal passato. Il mistero pasquale di Cristo, invece, non può rimanere soltanto nel passato, dal momento che con la sua morte egli ha distrutto la morte, e tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa dell'eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi e in essi è reso presente. L'evento della croce e della risurrezione rimane e attira tutto verso la vita. (CCC 1085)
«Come Cristo fu inviato dal Padre, così anch'egli ha inviato gli Apostoli, ripieni di Spirito Santo, non solo perchè, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, annunziassero che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e trasferiti nel regno del Padre, ma anche perchè attuassero, per mezzo del sacrificio e dei sacramenti, sui quali s'impernia tutta la vita liturgica, l'opera della salvezza che annunziavano». (CCC 1086)
Pertanto, donando lo Spirito Santo agli Apostoli, Cristo risorto conferisce loro il proprio potere di santificazione:20 diventano segni sacramentali di Cristo. Per la potenza dello stesso Spirito Santo, essi conferiscono tale potere ai loro successori. Questa « successione apostolica » struttura tutta la vita liturgica della Chiesa; essa stessa è sacramentale, trasmessa attraverso il sacramento dell'Ordine. (CCC 1087)
« Per realizzare un'opera così grande [la dispensazione o comunicazione della sua opera di salvezza] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. E' presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, "egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti", sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. E' presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. E' presente nella sua Parola, giacchè è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. E' presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro" (Mt 18,20) ». (CCC 1088)
« In quest'opera così grande, con la quale viene resa a Dio una gloria perfetta e gli uomini vengono santificati, Cristo associa sempre a sè la Chiesa, sua Sposa amatissima, la quale prega il suo Signore e per mezzo di lui rende il culto all'Eterno Padre ». (CCC 1089)
« Nella liturgia terrena noi partecipiamo, pregustandola, a quella celeste, che viene celebrata nella santa Città di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro dei santi e del vero tabernacolo; con tutte le schiere della milizia celeste cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di ottenere un qualche posto con essi; aspettiamo, quale Salvatore, il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà , nostra vita, e noi appariremo con lui nella gloria ». (CCC 1090)
Nella liturgia lo Spirito Santo è il pedagogo della fede del popolo di Dio, l'artefice di quei « capolavori di Dio » che sono i sacramenti del Nuovo Testamento. Il desiderio e l'opera dello Spirito nel cuore della Chiesa è che noi viviamo della vita di Cristo risorto. Quando egli incontra in noi la risposta di fede da lui suscitata, si realizza una vera cooperazione. Grazie ad essa, la liturgia diventa opera comune dello Spirito Santo e della Chiesa. (CCC 1091)
In questa comunicazione sacramentale del mistero di Cristo, lo Spirito Santo agisce allo stesso modo che negli altri tempi dell'Economia della salvezza: egli prepara la Chiesa ad incontrare il suo Signore; ricorda e manifesta Cristo alla fede dell'assemblea; rende presente e attualizza il mistero di Cristo per mezzo della sua potenza trasformatrice; infine, lo Spirito di comunione unisce la Chiesa alla vita e alla missione di Cristo. (CCC 1092)
Nell'economia sacramentale lo Spirito Santo dà compimento alle figure dell'Antica Alleanza. Poichè la Chiesa di Cristo era « mirabilmente preparata nella storia del popolo d'Israele e nell'Antica Alleanza », la liturgia della Chiesa conserva come parte integrante e insostituibile, facendoli propri, alcuni elementi del culto dell'Antica Alleanza:
"” in modo particolare la lettura dell'Antico Testamento;
"” la preghiera dei salmi;
"” e, soprattutto, il memoriale degli eventi salvifici e delle realtà prefigurative che hanno trovato il loro compimento nel mistero di Cristo (la Promessa e l'Alleanza, l'Esodo e la Pasqua, il Regno e il Tempio, l'Esilio e il Ritorno). (CCC 1093)
Proprio su questa armonia dei due Testamenti si articola la catechesi pasquale del Signore e in seguito quella degli Apostoli e dei Padri della Chiesa. Tale catechesi svela ciò che rimaneva nascosto sotto la lettera dell'Antico Testamento: il mistero di Cristo. Essa è chiamata « tipologica » in quanto rivela la novità di Cristo a partire dalle «figure» che lo annunziavano nei fatti, nelle parole e nei simboli della prima Alleanza. Attraverso questa rilettura nello Spirito di verità a partire da Cristo, le figure vengono svelate. Così, il diluvio e l'arca di Noè prefiguravano la salvezza per mezzo del Battesimo, come pure la nube e la traversata del Mar Rosso; l'acqua dalla roccia era figura dei doni spirituali di Cristo; la manna nel deserto prefigurava l'Eucaristia, « il vero pane dal cielo » (Gv 6,32). (CCC 1094)
Per questo la Chiesa, specialmente nei tempi di Avvento, di Quaresima e soprattutto nella notte di Pasqua, rilegge e rivive tutti questi grandi eventi della storia della salvezza nell'« oggi » della sua liturgia. Ma questo esige pure che la catechesi aiuti i fedeli ad aprirsi a tale intelligenza « spirituale » dell'Economia della salvezza, come la liturgia della Chiesa la manifesta e ce la fa vivere. (CCC 1095)
Liturgia ebraica e liturgia cristiana. Una migliore conoscenza della fede e della vita religiosa del popolo ebraico, quali sono professate e vissute ancora al presente, può aiutare a comprendere meglio certi aspetti della liturgia cristiana. Per gli ebrei e per i cristiani la Sacra Scrittura è una parte essenziale delle loro liturgie: per la proclamazione della Parola di Dio, la risposta a questa Parola, la preghiera di lode e di intercessione per i vivi e per i morti, il ricorso alla misericordia divina. La liturgia della Parola, nella sua specifica struttura, ha la sua origine nella preghiera ebraica. La preghiera delle Ore e altri testi e formulari liturgici hanno in essa i loro corrispettivi, come pure le stesse formule delle nostre preghiere più degne di venerazione, tra le quali il « Padre nostro ». Anche le preghiere eucaristiche si ispirano a modelli della tradizione ebraica. Il rapporto tra la liturgia ebraica e quella cristiana, ma anche le differenze tra i loro contenuti, sono particolarmente visibili nelle grandi feste dell'anno liturgico, come la Pasqua. Cristiani ed ebrei celebrano la Pasqua: Pasqua della storia, tesa verso il futuro, presso gli ebrei; presso i cristiani, Pasqua compiuta nella morte e nella risurrezione di Cristo, anche se ancora in attesa della definitiva consumazione. (CCC 1096)
Nella liturgia della Nuova Alleanza, ogni azione liturgica, specialmente la celebrazione dell'Eucaristia e dei sacramenti, è un incontro tra Cristo e la Chiesa. L'assemblea liturgica riceve la propria unità dalla « comunione dello Spirito Santo » che riunisce i figli di Dio nell'unico corpo di Cristo. Essa supera le affinità umane, razziali, culturali e sociali. (CCC 1097)
L'assemblea deve prepararsi ad incontrare il suo Signore, essere un popolo ben disposto. Questa preparazione dei cuori è opera comune dello Spirito Santo e dell'assemblea, in particolare dei suoi ministri. La grazia dello Spirito Santo cerca di risvegliare la fede, la conversione del cuore e l'adesione alla volontà del Padre. Queste disposizioni sono il presupposto per l'accoglienza delle altre grazie offerte nella celebrazione stessa e per i frutti di vita nuova che essa è destinata a produrre in seguito. (CCC 1098)
Lo Spirito e la Chiesa cooperano per manifestare Cristo e la sua opera di salvezza nella liturgia. Specialmente nell'Eucaristia, e in modo analogo negli altri sacramenti, la liturgia è Memoriale del mistero della salvezza. Lo Spirito Santo è la memoria viva della Chiesa. (CCC 1099)
La Parola di Dio. Lo Spirito Santo ricorda in primo luogo all'assemblea liturgica il senso dell'evento della salvezza vivificando la Parola di Dio che viene annunziata per essere accolta e vissuta:
« Massima è l'importanza della Sacra Scrittura nel celebrare la liturgia. Da essa infatti vengono tratte le letture da spiegare nell'omelia e i salmi da cantare; del suo afflato e del suo spirito sono permeate le preci, le orazioni e gli inni liturgici, e da essa prendono significato le azioni e i segni ». (CCC 1100)
E' lo Spirito Santo che dona ai lettori e agli uditori, secondo le disposizioni dei loro cuori, l'intelligenza spirituale della Parola di Dio. Attraverso le parole, le azioni e i simboli che costituiscono la trama di una celebrazione, egli mette i fedeli e i ministri in relazione viva con Cristo, Parola e Immagine del Padre, affinchè possano trasfondere nella loro vita il significato di ciò che ascoltano, contemplano e compiono nella celebrazione. (CCC 1101)
« In virtù della parola salvatrice la fede [...] si alimenta nel cuore dei credenti, e con la fede ha inizio e cresce la comunità dei credenti ». L'annunzio della Parola di Dio non si limita ad un insegnamento: essa sollecita la risposta della fede, come adesione e impegno, in vista dell'Alleanza tra Dio e il suo popolo. E' ancora lo Spirito Santo che elargisce la grazia della fede, la fortifica e la fa crescere nella comunità . L'assemblea liturgica è prima di tutto comunione nella fede. (CCC 1102)
1103 L'anamnesi. La celebrazione liturgica si riferisce sempre agli interventi salvifici di Dio nella storia. « L'economia della rivelazione avviene con eventi e parole intimamente connessi tra loro [...]. Le parole dichiarano le opere e chiariscono il mistero in esse contenuto ». Nella liturgia della Parola lo Spirito Santo « ricorda » all'assemblea tutto ciò che Cristo ha fatto per noi. Secondo la natura delle azioni liturgiche e le tradizioni rituali delle Chiese, una celebrazione « fa memoria » delle meraviglie di Dio attraverso una anamnesi più o meno sviluppata. Lo Spirito Santo, che in tal modo risveglia la memoria della Chiesa, suscita di conseguenza l'azione di grazie e la lode (Dossologia). (CCC 1103)
La liturgia cristiana non soltanto ricorda gli eventi che hanno operato la nostra salvezza; essa li attualizza, li rende presenti. Il mistero pasquale di Cristo viene celebrato, non ripetuto; sono le celebrazioni che si ripetono; in ciascuna di esse ha luogo l'effusione dello Spirito Santo che attualizza l'unico mistero. (CCC 1104)
L'epiclesi (« invocazione-su ») è l'intercessione con la quale il sacerdote supplica il Padre di inviare lo Spirito Santificatore affinchè le offerte diventino il Corpo e il Sangue di Cristo e i fedeli, ricevendole, divengano essi pure un'offerta viva a Dio. (CCC 1105)
Insieme con l'anamnesi, l'epiclesi è il cuore di ogni celebrazione sacramentale, in modo particolare dell'Eucaristia:
« Tu chiedi in che modo il pane diventa Corpo di Cristo e il vino [...] Sangue di Cristo? Te lo dico io: lo Spirito Santo discende e realizza ciò che supera ogni parola e ogni pensiero. [...] Ti basti sapere che questo avviene per opera dello Spirito Santo, allo stesso modo che dalla santa Vergine e per mezzo dello Spirito Santo il Signore, da se stesso e in se stesso, assunse la carne ». (CCC 1106)
La forza trasformatrice dello Spirito Santo nella liturgia affretta la venuta del Regno e la consumazione del mistero della salvezza. Nell'attesa e nella speranza egli ci fa realmente anticipare la piena comunione della Santissima Trinità . Mandato dal Padre che esaudisce l'epiclesi della Chiesa, lo Spirito dona la vita a coloro che l'accolgono, e costituisce per essi, fin d'ora, « la caparra » della loro eredità . (CCC 1107)
Il fine della missione dello Spirito Santo in ogni azione liturgica è quello di mettere in comunione con Cristo per formare il suo corpo. Lo Spirito Santo è come la linfa della vite del Padre che porta il suo frutto nei tralci. Nella liturgia si attua la più stretta cooperazione tra lo Spirito Santo e la Chiesa. Egli, lo Spirito di comunione, rimane nella Chiesa in modo indefettibile, e per questo la Chiesa è il grande sacramento della comunione divina che riunisce i figli di Dio dispersi. Il frutto dello Spirito nella liturgia è inseparabilmente comunione con la Santissima Trinità e comunione fraterna. (CCC 1108)
L'epiclesi è anche preghiera per la piena realizzazione della comunione dell'assemblea al mistero di Cristo. « La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo » (2 Cor 13,13) devono rimanere sempre con noi e portare frutti al di là della celebrazione eucaristica. La Chiesa prega dunque il Padre di inviare lo Spirito Santo, perchè faccia della vita dei fedeli un'offerta viva a Dio attraverso la trasformazione spirituale a immagine di Cristo, la sollecitudine per l'unità della Chiesa e la partecipazione alla sua missione per mezzo della testimonianza e del servizio della carità . (CCC 1109)
Per un maggiore approfondimento suggeriamo i seguenti articoli della rivista di Formazione e Spiritualità liturgica "Culmine e Fonte"
[1] L. Beauduin, La piètè de l'èglise, Lovanio 1914, rist. In Mèlanges liturgiques, Lovanio 1954; Id., Essai de manuel de liturgie, ibidem.
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