
A partire dal secolo IV la Chiesa di Roma ha assunto nel ritmo della propria liturgia istanze derivanti dalle espressioni religiose dell'impero romano, e ha saputo accogliere nella mistagogia sacramentale riti e riferimenti pedagogici che riuscivano a innestare il sacramentalismo cristiano sulle esigenze più profonde dell'homo religiosus dell'epoca[2].
Si può affermare che in Occidente la liturgia, durante il periodo aureo della fissazione dei formulari e dei riti, è rimasta autenticamente popolare, capace quindi di integrare nel suo seno sentimenti e azioni rituali, come dimostra l'opera sapiente di Gregorio Magno, con il suo senso di pastoralità [3]. Rimane però emblematica la rottura, il nascere di un dualismo cultuale nel Medioevo, quando il popolo reagisce a una liturgia troppo clericale con la creazione di una liturgia "folklorica", popolare, a volte integrata nella liturgia ufficiale, a volte parallela a essa (la celebrazione di processioni e sacre rappresentazioni), a volte persino in contrasto polemico[4].
E' proprio a questa religiosità e alle sue manifestazioni, derivanti dal Medioevo e sviluppatesi nell'epoca moderna, in un tempo di fissismo liturgico, che si riferisce la problematica attuale dei rapporti fra la pietà del popolo e la liturgia della Chiesa. La riflessione teologica però individua anche settori nuovi della pietà popolare. Uno di essi è il dialogo con le culture religiose non cattoliche e non cristiane in vista di un adattamento rituale che attinga le radici religiose dei popoli. Il discorso è complesso e riguarda da una parte aree missionarie dell'Africa e dell'Asia, dove faticosamente si riesce a compiere un vero adattamento della liturgia; ma dovrebbe riguardare anche vaste zone indigene e popolari di paesi cristiani, come l'America Latina, dove la prima evangelizzazione non è riuscita a cancellare riti e tradizioni religiose preesistenti, che continuano a sussistere in un sincretismo più o meno velato, assieme e in concomitanza con le celebrazioni liturgiche cristiane.
C'è inoltre una zona meno chiara nella tipologia religiosa: quella delle masse della nostra civiltà industriale aventi una base popolare dalla quale sono state bruscamente strappate ma che ancora resiste nel più profondo; ci sono le nuove generazioni che esprimono la loro religiosità in forme moderne, più consone alla riforma liturgica, ma con istanza di partecipazione viva e vivace, di gesti nuovi, di nuovi riti che impegnino e insieme esprimano valori autenticamente cristiani: giustizia, solidarietà , non violenza, pace. Basti pensare al tema del pellegrinaggio che ha avuto un risveglio a partire dagli anni ottanta ed ha preso uno sviluppo notevole con motivo delle giornate mondiali della gioventù[5].
Non si può lasciare la religiosità popolare in balìa di se stessa; c'è il pericolo di esplosioni ataviche, di contrapposizioni alla liturgia ufficiale, di strumentalizzazioni politiche antiecclesiali, come purtroppo capita là dove questa religiosità non è evangelizzata ed eventualmente purificata con la parola, con la preghiera, con il senso pastorale che conduce verso il mistero di Cristo e l'edificazione del popolo di Dio; la religiosità popolare può anche decadere in forme di integrismo religioso, o in forme esotiche di "turismo religioso" a buon mercato. Potenziata, invece, e assunta nell'alveo della liturgia, la religiosità popolare offre l'humus celebrativo necessario per un culto fervente del popolo di Dio, ricupera tesori della tradizione cattolica degli ultimi secoli, sconfessa frettolose creatività liturgiche che sono soltanto frutto di personalismi, senza sfondo culturale e senza radici popolari nella Chiesa.
Si ha una feconda integrazione fra liturgia e pietà popolare quando tutto il senso religioso del popolo viene raggiunto e soddisfacentemente espresso dalle celebrazioni della Chiesa, o perchè il popolo stesso non sente il bisogno di altre forme extraliturgiche, trovando nelle celebrazioni ecclesiali della liturgia tutto quanto desidera in contenuto e in forme, o perchè una sapiente azione pastorale è riuscita a integrare riti, canti, gesti espressivi in una liturgia degna. E' questo il caso della primitiva liturgia della Chiesa, che ha saputo assumere e integrare di volta in volta, nella sua progressiva inculturazione, forme celebrative; è il caso della liturgia romana che ha assunto processioni, rogazioni e litanie come eventi liturgici; è, ancora, il caso della traduzione in categorie liturgiche di temi e forme devozionali che si erano sviluppati a partire dal Medioevo fino alla nostra epoca: forme di culto eucaristico, titoli devozionali entrati a far parte del calendario liturgico come feste del Signore e della Beata Vergine Maria ecc. In futuro questo potrebbe essere il caso dell'auspicata integrazione della nuova religiosità popolare dei «cristiani del Vaticano II» entro celebrazioni liturgiche vive e degne, ovviamente restando nei limiti fissati dalla Chiesa, ma con quel pizzico di intelligente creatività di cui può essere capace un'assemblea convinta e preparata. Sulla stessa linea si collocano i tentativi di adattamento culturale della liturgia nei paesi di missione, attuato a tenore delle norme della SC (nn. 37-39), onde venire incontro a una religiosità che, evangelizzata e purificata dalla liturgia della Chiesa, può trovare in essa una valida espressione, la quale, a sua volta, arricchisce la grande tradizione cattolica[6].
Non si può voler tradurre a tutti i costi la pietà popolare in categorie liturgiche. Difficilmente certe devozioni e pii esercizi possono essere integrati in uno schema liturgico senza creare formule ibride per contenuto e per forma. Pur auspicando che certe forme di pietà , quali sono i pii esercizi, «traggano in qualche modo ispirazione [dalla liturgia] e a essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano» (SC 13), è giusto che ci sia nella Chiesa una legittima varietà cultuale che possa soddisfare tutti i bisogni e che arricchisca le formule e le forme della preghiera antiche e nuove. Oggi si sente il vuoto lasciato da certe pratiche di pietà che aiutavano a celebrare meglio il mistero di Cristo, di Maria e dei santi lungo l'anno liturgico. Se è vero che l'eucaristia supplisce ampiamente tutte queste cose e che la liturgia delle ore può offrire una preghiera qualitativamente più ricca, è altrettanto vero che la varietà rituale di alcune celebrazioni extraliturgiche offriva una più ampia scelta di espressioni cultuali. Quello che si può e si deve fare, oltre che consentire la pacifica coesistenza, è evangelizzare queste forme di pietà e orientarle liturgicamente ad assumere la struttura di celebrazioni della parola e della preghiera.
La liturgia conserva il suo carattere di «fonte e culmine» di tutta l'azione della Chiesa e di tutte le esperienze della sua vita di fede e di carità , e quindi anche della religiosità popolare (SC 9-10). Perciò ogni espressione della religiosità popolare deve attingere dalla liturgia, come da sua sorgente, la fede e l'impegno di vita e modellarsi sull'"ortodossia" e sull'"ortoprassi" che scaturiscono dal mistero liturgico. Anche dal punto di vista pratico bisogna ricordare che il cristiano è chiamato alla pienezza della vita che gli viene donata nella liturgia ecclesiale, nè egli può accontentarsi solo di ciò che gli viene offerto da altre forme di religione e di devozione. L'evangelizzazione della religiosità popolare non può dunque dimenticare che scopo di quest'ultima è condurre i fedeli alla mensa della Parola e dell'eucaristia: riunirli «in assemblea [affinchè] lodino Dio nella Chiesa [e] prendano parte al sacrificio e alla cena del Signore» (SC 10). Non si può promuovere la religiosità popolare in un modo che mantenga i fedeli lontani dalle sorgenti della vita ecclesiale, come se fossero destinati a restare sempre una categoria di cristiani "da religiosità popolare".
Pii esercizi. Non esiste un concetto chiaro dei pii esercizi[7]. La SC 13, pur facendo riferimento a essi, ha evitato di darne una descrizione e tanto meno una definizione. Fra questi pii esercizi vanno senz'altro annoverati la Via crucis, la preghiera dell'Angelus Domini, le litanie della Madonna, il santo rosario, altre preghiere devozionali ed esercizi vari in onore dei santi.
Storicamente: i pii esercizi si sono sviluppati nella pietà occidentale del Medioevo e dell'epoca moderna per coltivare il senso della fede e della devozione verso il Signore, la Vergine, i santi, in un momento in cui il popolo era tenuto lontano dalle sorgenti della Bibbia e della liturgia o in cui, comunque, queste sorgenti rimanevano chiuse e non nutrivano la vita del popolo cristiano. In questo senso essi hanno svolto un ruolo in parte sostitutivo delle letture bibliche e delle celebrazioni liturgiche e hanno concentrato la fede e la pietà attorno ai misteri essenziali della redenzione: incarnazione, passione, risurrezione. Con il rinnovamento liturgico quale ritorno alle sorgenti della Bibbia e della celebrazione sacramentale dei misteri, queste forme di pietà hanno sperimentato una certa crisi; in alcuni momenti e in certi luoghi c'è stato un vero e proprio ostracismo. Il magistero della Chiesa ha sempre mantenuto verso di esse un atteggiamento equilibrato, ne ha lodato i pregi e ha aperto la strada al rinnovamento. E la via seguita ufficialmente da Pio XII nella Mediator Dei (1947) e poi dalla SC 13[8]. Paolo VI ha trattato ampiamente il tema nella MC 40-55, con riferimento specifico all'Angelus e al rosario mariano.
Questi pii esercizi sono, per lo più, espressioni di preghiera comunitaria o individuale; celebrano il mistero di Cristo, di Maria e dei santi generalmente con formule bibliche o liturgiche. Non sono considerati come "liturgia"; per questo si ricorre spesso alla terminologia di "extraliturgici" o "paraliturgici", per indicarne insieme la differenza e la somiglianza. Ufficialmente non sono considerati preghiera pubblica della Chiesa. E' significativo il giudizio dato da Paolo VI nella MC 48, a proposito del rosario. Dopo aver stabilito certe somiglianze tra esso e la preghiera liturgica (ad esempio tra l'anamnesi della liturgia e la memoria contemplativa del rosario, «che hanno per oggetto i medesimi eventi salvifici compiuti da Cristo»), afferma: «la prima [l'anamnesi della liturgia] rende presenti, sotto il velo dei segni e operanti in modo arcano, i più grandi misteri della nostra redenzione; la seconda [la memoria contemplativa del rosario], con il pio affetto della contemplazione, rievoca quegli stessi misteri alla mente dell'orante e ne stimola la volontà perchè da essi attinga norme di vita. Stabilita questa sostanziale differenza, non è difficile comprendere come il rosario sia un pio esercizio che dalla liturgia ha tratto motivo e, se praticato secondo l'ispirazione originaria, a essa naturalmente conduce, pur senza varcarne la soglia».
Secondo questa esposizione i pii esercizi appartengono alla memoria soggettiva dei misteri, alla contemplazione privata, anche se fatta comunitariamente; mancherebbe loro essenzialmente, affinchè possano essere autentici atti liturgici, il senso oggettivo della memoria (anamnesi) liturgica e il riconoscimento della Chiesa.
J. CASTELLANO
Dal Catechismo della Chiesa Cattolica
Oltre che della liturgia dei sacramenti e dei sacramentali, la catechesi deve tener conto delle forme della pietà dei fedeli e della religiosità popolare. Il senso religioso del popolo cristiano, in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà che accompagnano la vita sacramentale della Chiesa, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la « via crucis », le danze religiose, il Rosario, le medaglie, ecc. (CCC 1674)
Queste espressioni sono un prolungamento della vita liturgica della Chiesa, ma non la sostituiscono: « Bisogna che tali esercizi, tenuto conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, derivino in qualche modo da essa, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano ». (CCC 1675)
E' necessario un discernimento pastorale per sostenere e favorire la religiosità popolare e, all'occorrenza, per purificare e rettificare il senso religioso che sta alla base di tali devozioni e per far progredire nella conoscenza del mistero di Cristo. Il loro esercizio è sottomesso alla cura e al giudizio dei Vescovi e alle norme generali della Chiesa.
« La religiosità popolare, nell'essenziale, è un insieme di valori che, con saggezza cristiana, risponde ai grandi interrogativi dell'esistenza. Il buon senso popolare cattolico è fatto di capacità di sintesi per l'esistenza. E' così che esso unisce, in modo creativo, il divino e l'umano, Cristo e Maria, lo spirito e il corpo, la comunione e l'istituzione, la persona e la comunità , la fede e la patria, l'intelligenza e il sentimento. Questa saggezza è un umanesimo cristiano che afferma radicalmente la dignità di ogni essere in quanto figlio di Dio, instaura una fraternità fondamentale, insegna a porsi in armonia con la natura e anche a comprendere il lavoro, e offre motivazioni per vivere nella gioia e nella serenità , pur in mezzo alle traversie dell'esistenza. Questa saggezza è anche, per il popolo, un principio di discernimento, un istinto evangelico che gli fa spontaneamente percepire quando il Vangelo è al primo posto nella Chiesa, o quando esso è svuotato del suo contenuto e soffocato da altri interessi ». (CCC 1676)
[1] Cfr. il n. 48 dell'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI
[2] Rimane classico lo studio di L. Beirnaert, La dimensione mitica del sacramentalismo cristiano, in Esperienza cristiana e psicologia, Borla, Torino 1965, 270-297.
[3] Uno sguardo alla storia viene dato da E. Cattaneo, Proposta di uno schema sui rapporti fra liturgia e pietà popolare nella Chiesa occidentale, in Aa.Vv., Liturgia e religiosità popolare, 79-130.
[4] Cfr. i diversi contributi di j. A. Jungmann, Eredità liturgica e attualità pastorale, EP, Roma 1962.
[5] Cfr. J. Castellano, La peregrinacià³n: experiencia cristiana fundamental y valores espirituales, in Consejo pontificio para los laicos, Juntos por los caminos de Europa, Roma 1995, 108-123.
[6] J. Là³pez Gay, Liturgia y misià³n. Un decenio de estudios y experiencias, in EL 88, 1974, 221-231; P. Puthanangady, Adattamento della liturgia in India in RL 65, 1978, 130-143; C. Braga, Un problema fondamentale di pastorale liturgica: adattamento e incarnazione nelle varie culture, in EL 89, 1975, 5-39.
[7] E. Ruffini, Esercizi di pietà , in NDS, EP, Roma 1979, 509-521
[8] C. Koser, Pietà liturgica e «pia exercitia», in Aa.Vv., La sacra liturgia rinnovata dal Concilio, LDC, Torino 1964, 227-229.
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