RELIGIOSITA' POPOLARE
  

   Lo
studio dei rapporti fra liturgia e religiosità  popolare ha una data di nascita piuttosto recente: riguarda infatti un problema che si è affacciato alla riflessione teologico-li­turgica e pastorale dopo il Vat. II, in con­nessione con l'attuazione della riforma post-conciliare. Esso è emerso nella co­scienza ecclesiale recentemente con la va­lorizzazione del fenomeno della religiosità  popolare da parte del magistero della Chie­
sa[1], con il risveglio religioso che caratte­rizza il decennio 1970-1980 e per la posi­zione talvolta polemica o alternativa con la quale la religiosità  popolare viene posta a confronto con la liturgia, specie quella ufficiale postconciliare, che, secondo un parere diffuso, non avrebbe soddisfatto le esigenze celebrative del popolo, suscitan­do così un "riflusso" verso forme di pietà  di stampo antico. Anche se questo giudi­zio è frettoloso e parziale, bisogna dire che negli ultimi decenni i teologi e i pastoralisti liturgisti hanno sentito il bisogno di ri­flettere sul fenomeno della religiosità  po­polare nei suoi rapporti con la liturgia uf­ficiale, consapevoli di trovarsi di fronte a un problema che era opportuno ap­profondire e che in parte rimane insoluto a livello pratico. Oggi, in apertura del ter­zo millennio, sono tante le ragioni che ren­dono quanto mai urgente una sana inte­grazione fra liturgia e pietà  popolare: l'at­tuale pullulare delle sette e le tante forme di ricerca del sacro, o delle vie ascetiche e meditative delle grandi religioni orientali, o della comunicazione con l'aldilà , che ab­bondano anche in ceti colti cattolici, come pure il riaffermarsi di tendenze di caratte­re religioso, quali il ritorno di un certo devozionalismo molto attento a fatti mira­colosi come visioni e rivelazioni.

A partire dal secolo IV la Chiesa di Ro­ma ha assunto nel ritmo della propria li­turgia istanze derivanti dalle espressioni re­ligiose dell'impero romano, e ha saputo ac­cogliere nella mistagogia sacramentale riti e riferimenti pedagogici che riuscivano a innestare il sacramentalismo cristiano sul­le esigenze più profonde dell'homo religiosus dell'epoca[2].

Si può affermare che in Occidente la li­turgia, durante il periodo aureo della fis­sazione dei formulari e dei riti, è rimasta autenticamente popolare, capace quindi di integrare nel suo seno sentimenti e azioni rituali, come dimostra l'opera sapiente di Gregorio Magno, con il suo senso di pa­storalità [3]. Rimane però emblematica la rottura, il nascere di un dualismo cultuale nel Medioevo, quando il popolo reagisce a una liturgia troppo clericale con la creazione di una liturgia "folklorica", popolare, a volte integrata nella liturgia ufficiale, a volte parallela a essa (la celebrazione di processioni e sacre rappresentazioni), a vol­te persino in contrasto polemico[4].

E' proprio a questa religiosità  e alle sue manifestazioni, derivanti dal Medioevo e sviluppatesi nell'epoca moderna, in un tem­po di fissismo liturgico, che si riferisce la problematica attuale dei rapporti fra la pietà  del popolo e la liturgia della Chiesa. La riflessione teologica però individua an­che settori nuovi della pietà  popolare. Uno di essi è il dialogo con le culture religiose non cattoliche e non cristiane in vista di un adattamento rituale che attinga le ra­dici religiose dei popoli. Il discorso è com­plesso e riguarda da una parte aree mis­sionarie dell'Africa e dell'Asia, dove fati­cosamente si riesce a compiere un vero adattamento della liturgia; ma dovrebbe ri­guardare anche vaste zone indigene e po­polari di paesi cristiani, come l'America La­tina, dove la prima evangelizzazione non è riuscita a cancellare riti e tradizioni reli­giose preesistenti, che continuano a sussi­stere in un sincretismo più o meno velato, assieme e in concomitanza con le cele­brazioni liturgiche cristiane.

C'è inoltre una zona meno chiara nella tipologia religiosa: quella delle masse della nostra civiltà  in­dustriale aventi una base popolare dalla quale sono state bruscamente strappate ma che ancora resiste nel più profondo; ci sono le nuove generazioni che esprimono la loro religiosità  in forme moderne, più consone alla riforma liturgica, ma con istanza di partecipazione viva e vivace, di gesti nuovi, di nuovi riti che impegnino e insieme esprimano valori autenticamente cristiani: giustizia, solidarietà , non violen­za, pace. Basti pensare al tema del pelle­grinaggio che ha avuto un risveglio a par­tire dagli anni ottanta ed ha preso uno svi­luppo notevole con motivo delle giornate mondiali della gioventù[5].

Non si può lasciare la religiosità  popolare in balìa di se stessa; c'è il pericolo di esplosioni ataviche, di contrapposizioni alla liturgia uf­ficiale, di strumentalizzazioni politiche antiecclesiali, come purtroppo capita là  dove questa religiosità  non è evangelizzata ed eventualmente purificata con la parola, con la preghiera, con il senso pastorale che con­duce verso il mistero di Cristo e l'edifica­zione del popolo di Dio; la religiosità  po­polare può anche decadere in forme di integrismo religioso, o in forme esotiche di "turismo religioso" a buon mercato. Po­tenziata, invece, e assunta nell'alveo della liturgia, la religiosità  popolare offre l'humus celebrativo necessario per un culto ferven­te del popolo di Dio, ricupera tesori della tradizione cattolica degli ultimi secoli, scon­fessa frettolose creatività  liturgiche che so­no soltanto frutto di personalismi, senza sfondo culturale e senza radici popolari nel­la Chiesa.

Si ha una feconda integrazione fra liturgia e pietà  popolare quando tutto il senso religioso del popolo viene raggiunto e soddisfacentemente espresso dalle celebrazioni della Chiesa, o perchè il popolo stesso non sente il biso­gno di altre forme extraliturgiche, trovan­do nelle celebrazioni ecclesiali della litur­gia tutto quanto desidera in contenuto e in forme, o perchè una sapiente azione pa­storale è riuscita a integrare riti, canti, ge­sti espressivi in una liturgia degna. E' que­sto il caso della primitiva liturgia della Chie­sa, che ha saputo assumere e integrare di volta in volta, nella sua progressiva inculturazione, forme celebrative; è il caso del­la liturgia romana che ha assunto processioni, rogazioni e litanie come eventi li­turgici; è, ancora, il caso della traduzione in categorie liturgiche di temi e forme devozionali che si erano sviluppati a partire dal Medioevo fino alla nostra epoca: for­me di culto eucaristico, titoli devozionali entrati a far parte del calendario liturgico come feste del Signore e della Beata Ver­gine Maria ecc. In futuro questo potrebbe essere il caso dell'auspicata integrazione della nuova religiosità  popolare dei «cri­stiani del Vaticano II» entro celebrazioni li­turgiche vive e degne, ovviamente restan­do nei limiti fissati dalla Chiesa, ma con quel pizzico di intelligente creatività  di cui può essere capace un'assemblea convinta e preparata. Sulla stessa linea si collocano i tentativi di adattamento culturale della li­turgia nei paesi di missione, attuato a te­nore delle norme della SC (nn. 37-39), on­de venire incontro a una religiosità  che, evangelizzata e purificata dalla liturgia del­la Chiesa, può trovare in essa una valida espressione, la quale, a sua volta, arricchi­sce la grande tradizione cattolica[6].

Non si può voler tradurre a tutti i costi la pietà  popolare in categorie liturgiche. Difficilmente certe de­vozioni e pii esercizi possono essere inte­grati in uno schema liturgico senza creare formule ibride per contenuto e per forma. Pur auspicando che certe forme di pietà , quali sono i pii esercizi, «traggano in qual­che modo ispirazione [dalla liturgia] e a es­sa, data la sua natura di gran lunga supe­riore, conducano il popolo cristiano» (SC 13), è giusto che ci sia nella Chiesa una le­gittima varietà  cultuale che possa soddi­sfare tutti i bisogni e che arricchisca le for­mule e le forme della preghiera antiche e nuove. Oggi si sente il vuoto lasciato da certe pratiche di pietà  che aiutavano a ce­lebrare meglio il mistero di Cristo, di Ma­ria e dei santi lungo l'anno liturgico. Se è vero che l'eucaristia supplisce ampiamen­te tutte queste cose e che la liturgia delle ore può offrire una preghiera qualitativa­mente più ricca, è altrettanto vero che la varietà  rituale di alcune celebrazioni extraliturgiche offriva una più ampia scelta di espressioni cultuali. Quello che si può e si deve fare, oltre che consentire la pacifi­ca coesistenza, è evangelizzare queste for­me di pietà  e orientarle liturgicamente ad assumere la struttura di celebrazioni della parola e della preghiera.

La liturgia conserva il suo carattere di «fonte e culmine» di tutta l'azione della Chiesa e di tutte le esperienze della sua vita di fede e di carità , e quindi anche della religiosità  popolare (SC 9-10). Perciò ogni espressione del­la religiosità  popolare deve attingere dalla liturgia, come da sua sorgente, la fede e l'im­pegno di vita e modellarsi sull'"ortodossia" e sull'"ortoprassi" che scaturiscono dal mi­stero liturgico. Anche dal punto di vista pra­tico bisogna ricordare che il cristiano è chia­mato alla pienezza della vita che gli viene donata nella liturgia ecclesiale, nè egli può accontentarsi solo di ciò che gli viene of­ferto da altre forme di religione e di devo­zione. L'evangelizzazione della religiosità  popolare non può dunque dimenticare che scopo di quest'ultima è condurre i fedeli al­la mensa della Parola e dell'eucaristia: riu­nirli «in assemblea [affinchè] lodino Dio nella Chiesa [e] prendano parte al sacrifi­cio e alla cena del Signore» (SC 10). Non si può promuovere la religiosità  popolare in un modo che mantenga i fedeli lontani dalle sorgenti della vita ecclesiale, come se fossero destinati a restare sempre una ca­tegoria di cristiani "da religiosità  popolare".

Pii esercizi. Non esiste un concetto chiaro dei pii esercizi[7]. La SC 13, pur facendo riferimento a essi, ha evitato di darne una descrizione e tanto meno una definizione. Fra questi pii esercizi vanno senz'altro annoverati la Via crucis, la preghiera dell'Angelus Domini, le litanie della Madonna, il santo rosario, altre preghiere devozionali ed esercizi vari in onore dei santi.

Storicamente: i pii esercizi si sono svilup­pati nella pietà  occidentale del Medioevo e dell'epoca moderna per coltivare il sen­so della fede e della devozione verso il Si­gnore, la Vergine, i santi, in un momento in cui il popolo era tenuto lontano dalle sorgenti della Bibbia e della liturgia o in cui, comunque, queste sorgenti rimaneva­no chiuse e non nutrivano la vita del po­polo cristiano. In questo senso essi hanno svolto un ruolo in parte sostitutivo delle letture bibliche e delle celebrazioni liturgi­che e hanno concentrato la fede e la pietà  attorno ai misteri essenziali della redenzione: incarnazione, passione, risurrezio­ne. Con il rinnovamento liturgico quale ri­torno alle sorgenti della Bibbia e della ce­lebrazione sacramentale dei misteri, que­ste forme di pietà  hanno sperimentato una certa crisi; in alcuni momenti e in certi luo­ghi c'è stato un vero e proprio ostracismo. Il magistero della Chiesa ha sempre man­tenuto verso di esse un atteggiamento equi­librato, ne ha lodato i pregi e ha aperto la strada al rinnovamento. E la via seguita uf­ficialmente da Pio XII nella Mediator Dei (1947) e poi dalla SC 13[8]. Paolo VI ha trat­tato ampiamente il tema nella MC 40-55, con riferimento specifico all'Angelus e al ro­sario mariano.

Questi pii esercizi sono, per lo più, espressioni di preghiera comunitaria o in­dividuale; celebrano il mistero di Cristo, di Maria e dei santi generalmente con formule bibliche o liturgiche. Non sono considera­ti come "liturgia"; per questo si ricorre spes­so alla terminologia di "extraliturgici" o "paraliturgici", per indicarne insieme la dif­ferenza e la somiglianza. Ufficialmente non sono considerati preghiera pubblica della Chiesa. E' significativo il giudizio dato da Paolo VI nella MC 48, a proposito del ro­sario. Dopo aver stabilito certe somiglian­ze tra esso e la preghiera liturgica (ad esem­pio tra l'anamnesi della liturgia e la me­moria contemplativa del rosario, «che han­no per oggetto i medesimi eventi salvifici compiuti da Cristo»), afferma: «la prima [l'anamnesi della liturgia] rende presenti, sot­to il velo dei segni e operanti in modo ar­cano, i più grandi misteri della nostra re­denzione; la seconda [la memoria con­templativa del rosario], con il pio affetto della contemplazione, rievoca quegli stessi misteri alla mente dell'orante e ne stimo­la la volontà  perchè da essi attinga norme di vita. Stabilita questa sostanziale diffe­renza, non è difficile comprendere come il rosario sia un pio esercizio che dalla litur­gia ha tratto motivo e, se praticato secon­do l'ispirazione originaria, a essa natural­mente conduce, pur senza varcarne la soglia».

Secondo questa esposizione i pii esercizi appartengono alla memoria soggettiva dei misteri, alla contemplazione privata, an­che se fatta comunitariamente; manche­rebbe loro essenzialmente, affinchè possa­no essere autentici atti liturgici, il senso oggettivo della memoria (anamnesi) liturgica e il riconoscimento della Chiesa.

J. CASTELLANO

 


Dal Catechismo della Chiesa Cattolica


Oltre che della liturgia dei sacramenti e dei sacramentali, la catechesi deve tener conto delle forme della pietà  dei fedeli e della religiosità  popolare. Il senso religioso del popolo cristiano, in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà  che accompagnano la vita sacramentale della Chiesa, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la « via crucis », le danze religiose, il Rosario, le medaglie, ecc. (CCC 1674)

Queste espressioni sono un prolungamento della vita liturgica della Chiesa, ma non la sostituiscono: « Bisogna che tali esercizi, tenuto conto dei tempi liturgici, siano ordinati in modo da essere in armonia con la sacra liturgia, derivino in qualche modo da essa, e ad essa, data la sua natura di gran lunga superiore, conducano il popolo cristiano ». (CCC 1675)

E' necessario un discernimento pastorale per sostenere e favorire la religiosità  popolare e, all'occorrenza, per purificare e rettificare il senso religioso che sta alla base di tali devozioni e per far progredire nella conoscenza del mistero di Cristo. Il loro esercizio è sottomesso alla cura e al giudizio dei Vescovi e alle norme generali della Chiesa.

« La religiosità  popolare, nell'essenziale, è un insieme di valori che, con saggezza cristiana, risponde ai grandi interrogativi dell'esistenza. Il buon senso popolare cattolico è fatto di capacità  di sintesi per l'esistenza. E' così che esso unisce, in modo creativo, il divino e l'umano, Cristo e Maria, lo spirito e il corpo, la comunione e l'istituzione, la persona e la comunità , la fede e la patria, l'intelligenza e il sentimento. Questa saggezza è un umanesimo cristiano che afferma radicalmente la dignità  di ogni essere in quanto figlio di Dio, instaura una fraternità  fondamentale, insegna a porsi in armonia con la natura e anche a comprendere il lavoro, e offre motivazioni per vivere nella gioia e nella serenità , pur in mezzo alle traversie dell'esistenza. Questa saggezza è anche, per il popolo, un principio di discernimento, un istinto evangelico che gli fa spontaneamente percepire quando il Vangelo è al primo posto nella Chiesa, o quando esso è svuotato del suo contenuto e soffocato da altri interessi ». (CCC 1676)


[1] Cfr. il n. 48 dell'esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI

[2] Rimane classico lo studio di L. Beirnaert, La dimensione mitica del sacramentalismo cri­stiano, in Esperienza cristiana e psicologia, Borla, Torino 1965, 270-297.

[3] Uno sguardo alla storia viene dato da E. Cat­taneo, Proposta di uno schema sui rapporti fra liturgia e pietà  popolare nella Chiesa occidentale, in Aa.Vv., Liturgia e religio­sità  popolare, 79-130.

[4] Cfr. i diversi contributi di j. A. Jungmann, Eredità  liturgica e attualità  pastorale, EP, Ro­ma 1962.

[5] Cfr. J. Castellano, La peregrinacià³n: experiencia cristiana fundamental y valores espirituales, in Consejo pon­tificio para los laicos, Juntos por los caminos de Europa, Ro­ma 1995, 108-123.

[6] J. Là³pez Gay, Liturgia y misià³n. Un decenio de estudios y experiencias, in EL 88, 1974, 221-231; P. Puthanangady, Adattamento della liturgia in India in RL 65, 1978, 130-143; C. Braga, Un problema fondamentale di pastorale liturgica: adattamento e incarnazione nelle varie cultu­re, in EL 89, 1975, 5-39.

[7] E. Ruffini, Esercizi di pietà , in NDS, EP, Roma 1979, 509-521

[8] C. Koser, Pietà  liturgica e «pia exercitia», in Aa.Vv., La sacra liturgia rinnovata dal Concilio, LDC, To­rino 1964, 227-229.

 

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