CANTO E MUSICA



La tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrante della liturgia solenne. Il canto sacro è stato lodato sia dalla sacra Scrittura, sia dai Padri, sia dai romani Pontefici; costoro recentemente, a cominciare da S. Pio X, hanno sottolineato con insistenza il compito ministeriale della musica sacra nel culto divino. Perciò la musica sacra sarà  tanto più santa quanto più strettamente sarà  unita all'azione liturgica, sia dando alla preghiera un'espressione più soave e favorendo l'unanimità , sia arricchendo di maggior solennità  i riti sacri. La Chiesa poi approva e ammette nel culto divino tutte le forme della vera arte, purchè dotate delle qualità  necessarie. (SC 112)

La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità  di condizioni, gli si riservi il posto principale. Gli altri generi di musica sacra, e specialmente la polifonia, non si escludono affatto dalla celebrazione dei divini uffici, purchè rispondano allo spirito dell'azione liturgica, a norma dell'art. 30. (SC 116)

Si promuova con impegno il canto religioso popolare in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme stabilite dalle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli. (SC 118)

Nella Chiesa latina si abbia in grande onore l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti. Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e con il consenso della competente autorità  ecclesiastica territoriale, a norma degli articoli 22-2, 37 e 40, purchè siano adatti all'uso sacro o vi si possano adattare, convengano alla dignità  del tempio e favoriscano veramente l'edificazione dei fedeli. (SC 120)

 

 

 

L'espressione vocale nella liturgia primitiva e dell'epoca patristica - Quello degli inizi è il momento più difficile da studiare, ma anche il più suggestivo per le ricchezze che lascia trasparire. Dalla vigilanza pastorale derivano il timore di rimandi culturali-cultuali e la prudenza inculturatrice. In particolare, le­gata a certi momenti e a certe aree geo­grafiche, è la messa in guardia contro fe­nomeni fortemente connotati, quali gli aspetti ritmico-metrici della poesia, o la timbrica degli strumenti legati a pratiche religiose o ad usi sociali. Tuttavia, all'interno delle assemblee locali, sembra vive­re una ricca gestualità  vocale, ispirata a que­gli usi tradizionali che sono conciliabili con la professione della fede e più vicina alle pratiche comunicazionali del vivere co­mune; esse permettono il coinvolgimento dei fedeli nelle celebrazioni, sia che si trat­ti di proclamare la Scrittura, oppure di ren­dere grazie, di acclamare, di lamentare, di supplicare, di meditare. Si possono dare dei casi di un celebrare un poco "carismatico" e, comunque, non ancora cosìfor­malizzato da escludere atteggiamenti quo­tidiani e familiari.
I testi probabilmente o cer­tamente destinati al canto, che ci sono ri­masti, sono abbastanza numerosi (cantici evangelici, versetti delle lettere apostoliche, inni dell'Apocalisse, odi di Salomone...), come numerose sono le testimonianze sul­la pratica del canto: celebri i passi di Plinio (anno 112) a Traiano (Lettera X, 36), della Lettera agli Efesini di s. Ignazio di Antiochia, del Pedagogo di Clemente Alessan­drino e del De anima di Tertulliano. Nes­suna melodia invece ci è giunta, se non l'èpainos alla Trinità  del papiro di Ossirinco (che non sembra di destinazione liturgica), risalente al sec. III; e poi l'inno mattutino antichissimo, ma non precisamente data­bile, detto Laus magna Angelorum, da cui proverrà  il Gloria della messa.

a. La riflessione sulla musica - L'interesse assai vivo nella società  per le pratiche mu­sicali (feste, banchetti, culti, riti funebri...) spinge i padri della Chiesa ad un confronto, ad un approfondimento speculativo e spirituale, ad una vigilanza a volte pro­mozionale e a volte polemica. La preoccupazione celebrativa ed etica orienta preva­lentemente il discorso patristico al versan­te della musica "pratica", cioè verso quell'usus non altrettanto apprezzato dai dot­ti, per i quali la musica era scientia ovvero "speculazione" filosofico-matematica. Sol­tanto s. Agostino è portatore di una visio­ne completa ed articolata, che si muove tra preoccupazioni psicologico-spirituali nelle Confessiones, pastorali nelle Enarrationes e "scientifiche" nel De musica. Tra i pastori testimoni più qualificati del discorso litur­gico-musicale - spesso in dimensione mistagogica - sono da ricordare, almeno, s. Ambrogio, s. Basilio, Clemente di Ales­sandria, Eusebio di Cesarea, i ss. Gregorio Nazianzeno e Gregorio Nisseno, s. Giro­lamo, s. Giovanni Crisostomo, Niceta di Ramesiana, Origene, Teodoreto di Ciro, Tertulliano.

La pratica liturgica del canto è inserita in una visione misterico-sacramentale, tanto che testi che ne parlano sono del genere catechetico-omiletico e non del trattato.

b. Sviluppo di forme musicali - Segno di una liturgia in vitale espansione, celebrata con linguaggi usuali, non ancora riservata ad addetti di estrazione levitica, è anche lo sviluppo di forme musicali variamente fun­zionali e coinvolgenti. Cosìsalmodia ed innodia, rinvigorite e rilanciate nei circuiti celebrativi, testimo­niano di assemblee in cui l'unità  non è fat­ta di uniformità .
La documentazione circa il ministero di cantori e di salmisti è pre­cisa. Nella celebrazione, che sappiamo ben inserita nei ritmi dell'esistenza e nel tes­suto esperienziale delle comunità , posso­no risuonare (soltanto Roma non si avva­le pienamente dell'apertura degli inni), ol­tre alla parola biblica, parole liturgiche che la cultura viva, espressa in vena poetica o creatività  eucologica, forgia come origina­le risposta ecclesiale. Alcune ipotesi (con testimonianze archeologiche) fanno risali­re già  ai secc. IV-V la fondazione delle scho­lae cantorum, documentate in qualche lo­calità . La creazione di tale istituto in un contesto liturgico ricco di apporti parteci­pativi potrebbe denotare un massimo di ar­ricchimento nella strutturazione ministe­riale delle assemblee. Sappiamo tuttavia che ben presto le scholae saranno coinvol­te, almeno come concause, in un processo di sfaldamento e di declino celebrativo, rit­mato dal contrastante ma vincente cam­mino ascensionale dell'arte.

Panoramica di liturgie e di pratiche di canto
- Dall'epoca patristica ogni à mbito ecclesiale, in Oriente e in Occi­dente, crea e stabilizza un proprio mondo celebrativo, in connessione con la cultura locale e con il genio etnico particolare, pur sempre aperti ed inseriti in un reticolo com­plesso di scambi ed influssi i più dispara­ti: ogni liturgia locale si esprime con corrispondenti abitudini musicali. E' il trionfo del pluralismo liturgico-musicale, accetta­to ed ancora rispettato dalla stessa chiesa di Roma, non soltanto per le aree geogra­ficamente e culturalmente distanti ma an­che per le stesse chiese delle province italiane.

Eppure, nonostante tanto lavoro creati­vo o di assestamento, una tendenza nega­tiva già  si profila. Vengono progressiva­mente meno degli elementi portanti della celebrazione: quello di una corale parteci­pazione, quello di un agevole coinvolgi­mento assembleare. E' il prezzo pagato per la specializzazione teologico-biblica dei compilatori di testi, per la gestualità  sce­nografica dei ministri, per l'affinamento canoro dei cantori gerarchizzati entro le scholae: alla maggioranza dei componenti del popolo spetteranno soltanto le bricio­le. L'ascolto può essere certamente un "mo­do di partecipazione", ma non esaurisce l'impegno del servizio sacerdotale spettante a tutti i battezzati riuniti in assemblea. E tra di essi i più fervorosi cercheranno dei surrogati di pietà , dei modi espressivi - coin­volgenti ed identificanti - anche attraverso delle forme di pratica musicale, loro impedita durante i riti pubblici. Una cultura elitaria ed un far musica specialistico, più che ministeriale, tendono ad invadere lo spazio liturgico; la ritualità  ricerca piutto­sto movenze pontificali e regali, lontane dall'esperienza ordinaria. La celebrazione tende a configurarsi come splendido opus cui assistere; ai suoi protagonisti si tributa ammirazione e si riconoscono poteri misteriosi. Il progresso musi­cale, da parte sua, può rappresentare la componente istituzionale di una liturgia prevalentemente offerta all'ammirazione, seppur portatrice di ideali e di valori; esso non è del tutto innocente - accanto ad altri elementi - nei confronti del distacco tra celebrato e vissuto. La musica si avvia a di­ventare, come il latino, una "lingua" colta: la lingua di una porzione di chiesa che coin­cide di fatto con il clero e con i dotti.

 

Le epoche romano-franca e romano-germanica della liturgia - I secoli che scorrono tra Gregorio Magno
(604) e Gregorio VII (1085) recano le tracce e celano il segreto di intricatissime vicende liturgico-musicali: il canto vi gioca un ruo­lo tutt'altro che secondario. A Roma la li­turgia matura un assestamento e raggiun­ge una fondamentale codificazione per quanto riguarda testi, riti e abitudini di can­to. L'efficienza della schola cantorum è assi­curata da maestri altamente specializzati e da allievi formati all'arte fin dalla tenera età . Lo scambio di maestri di canto tra Roma, la Gallia, la Ger­mania, la Britannia, la Svizzera (come del resto la migrazione dei libri liturgici) si ac­compagna alla progressiva "romanizzazione" (con effetto di ibridazione) delle anti­che liturgie locali. Il processo è sostenuto (con un impegno "devoto" che fa da co­pertura alla strategia politica) prima da Pi­pino e poi da Carlo Magno. Per quanto concerne il canto gioca, in modo determi­nante, il prestigio che deriva dalla sua mi­tizzazione, ovvero dalla sua attribuzione al grande pontefice Gregorio I.

Tuttavia all'interno di questo travaglio si situa anche il fenomeno della feconda­zione e del felice parto di un'arte melica di prima qualità : il cosiddetto "canto gre­goriano". Le ipotesi degli studiosi sull'ori­gine di questa perfezionatissima prassi, si possono ricondurre so­stanzialmente a due principali: 1) Il "gregoriano" sarebbe lo stesso canto dell'Urbe, ma già  rielaborato in ambito romano e cosìesportato nel Nord con la diffusione dei testi dell'antifonario; 2) Il "gregoriano" è fiorito nelle Gallie, tra il Reno e la Senna, soprattutto accanto alle cat­tedrali e nei centri monastici, dotati di scholae e di scriptoria dai quali usciranno i co­dici con notazione.

La qualificazione dei riti e la specializzazione del canto spingono la liturgia, in modo definitivo e per secoli ir­reversibile, su un binario che potrà  essere controllato e fruttuosamente gestito sol­tanto da addetti ai lavori, cioè dal mondo clericale e monastico.

 

dal canto per una certa liturgia, alla liturgia per la musica - Da varia e vasta documentazione emer­gono dati di una ritualità  ognora più vo­tata (sotto l'aspetto segnico-comunicazionale, ma anche etico) ad esiti decadenti, dei quali, in precedenza, si avvertivano soltanto i germi: dovere più che vocazione ec­clesiale, repertorio da eseguire più che spi­ritualità  da esprimere, insieme di cose sa­cre da trattare più che autenticità  di com­portamento di fede, movimento di rap­presentanza e di coreografia per una pur giusta istituzionalizzazione ministeriale del culto ma a scapito di una più coinvolgen­te azione corale di tutto un popolo, preoc­cupazione di drammaturgia esibita più che di mistero partecipato, sopravvalutazione di una ascesa religiosa-cultuale più che ac­coglimento di un Dio che dialoga e che si dona in una vera logica di incarnazione. Dopo la stagione della monodia liturgica, la fioritura della polifonia (con i suoi aspetti formali, linguistici e grammaticali rivo­luzionari e le sue ognora più ardite speri­mentazioni, frutto delle spinte di una vi­vace temperie culturale) può attecchire sui primi detriti del decadimento celebrativo.
Si è giunti all'appiattimento delle forme e all'oscura­mento delle funzioni rituali; e perciò sono possibili la riduzione a segnale festivo del­le smisurate e talora bizzarre composizioni, la contrapposizione dei musici agli stes­si officianti, l'imposizione di modelli commisurati al genio o alla cultura dei deten­tori del monopolio canoro-strumentale. La concezione prevalentemente esteriore del­la festa e talora la riduzione teologica del senso della solennità  liturgica producono i propri surrogati: un tipo di partecipazione ridotto a percezione globale del sacro; una affettività  ed emotività  magari intensa ma orientata dagli aspetti descrittivi e narrati­vi del rito; delle risonanze psicologiche at­tive ma favorite fondamentalmente dagli apporti audiovisivi del programma; un in­cantamento sollecitato dalla gestualità  mu­sicale sposata alla corposità  un po' sensuale della timbrica, al fascino delle armonie can­gianti, alle caleidoscopiche evoluzioni del ritmo.
La stessa liturgia ufficiale, ormai, non potrà  più fare a meno della nuova musica: ma il vortice musicale diventerà, all'inter­no della celebrazione, qualcosa come la proverbiale serpe in seno. Nel 1324-25 appare la costituzione Docta sanctorum Patrum auctoritas di Giovanni XXII: è il primo grande testo pontificio sul­la musica liturgica. Viene fatto il punto sul­la situazione, per rettificarne la rotta. Il da­to emergente dal quadro è la denuncia di corruzione del canto gregoriano, ormai in contrasto con precedenti età  (dell'oro?).
Mentre prende posizione chiara contro le innova­zioni ritmiche ed il dissolvimento del te­sto liturgico, il pontefice si mostra più pos­sibilista nei confronti delle nuove abitudi­ni armoniche, almeno quelle recepite scontate.
Una tale politica di contenimento cade però su una realtà  che ha già  debordato da­gli alvei indicati come lecitamente percorribili. La polifonia non è più in gestazione ma in espansione, alla stessa corte pontificia. E' aperta a fantasiose ed insieme calcolate sperimentazioni compositive.
Nella celebrazione della messa l'antica Schola cede il posto alla Cappella. Accanto all'altare e attorno ad un grande leggìo, un gruppo di cantori (e strumentisti se oc­corre) tratta alcune parti del Proprium (Gra­duali e Alleluia) e poi sempre più l'Ordinarium della messa quali architetture so­nore (le rimanenti parti del "proprio" si eseguiranno, per lo più, in gregoriano, fin­chè non appariranno dei cicli specifici in polifonia o le libertà  di sostituzioni "mot­tettistiche"), mentre il celebrante si con­centra nell'atto personale e quasi tutto pri­vato dell'offerta del sacrificio, ed il pub­blico è intrattenuto ad libitum da svariati poli di attenzione. Il modello liturgico di base è quello di un ambiente principesco, con tutta la logica di etichetta, di potere, e di mercato connesso; si trasformerà  - nel­le epoche successive - in paradigma regale, poi angelico, poi misterico-arcaico. Ciò si riferisce alla liturgia solenne, equivalente a cantata, delle chiese importanti; quella ru­rale resterà  una pallida e maldestra imita­zione. Invece la liturgia letta, o feriale, non sarà  che una coesistenza di privati devo­zionalismi.
Allo stesso concilio di Trento è attivata la disputa dei pro e dei contro nei confronti della musica polifonica. Già  è nata una nuova musica ed un nuovo modo di sentire, come sono cambiati la società  ed i costumi. Si è affaccia­to un mondo musicale di cui alcuni aspet­ti erano in incubazione ("nuova pratica" monteverdiana, stile concertante, basso continuo, esplosione dell'alleanza musica-­retorica, poetica degli affetti...); è la carta vincente del tempo, e coglie i suoi trionfi anche nella drammaturgia dei templi. Non passeranno due secoli e la trattatistica ceciliana la valuterà  tanto severamente, co­me svolta corrotta e corruttrice. Effettivamente la distanza che separa musica da chiesa e musica "profana" (da camera, da intrattenimento, da teatro), per quanto teo­rizzata, rimane alquanto insignificante sot­to l'aspetto stilistico formale (assolo, aria, intermezzi, cori...); gli effettivi programmi compositivi arrivano a far apparire la sa­cra Scrittura come un puro supporto e il rito della messa come un quadro tempo­rale (cfr. Decreto della Congregazione dei riti sotto Urbano VIII, 1643).
Alessandro VII, poi, con la costituzione Piae sollicitudinis studio (1657) prende posizione per estir­pare dalla città  di Roma, che ha una voca­zione all'esemplarità , la licenza invalsa di usare testi liturgici non approvati, addirit­tura in volgare, come aveva già  fatto l'ere­sia protestante. Nelle chiese, capocoro e orga­nista potranno e dovranno pontificare, de­stando a tratti maggior interesse del presi­dente; l'organo sarà  davvero un personag­gio regale ed anche un monumentale emu­lo dell'altare.
L' intervento di Benedetto XIV con la dottissima lettera Annus qui (1749) alla dio­cesi di Roma è una vera siglatura della si­tuazione di fatto, davanti alla quale il me­todo della valutazione ponderata si ipo­tizza, almeno in teoria, come più valido che il comminare ai trasgressori una serie di pene. L'enciclica si presenta come una tavola rotonda di ampia consultazione; le stesse misure disciplinari sono calcolate partendo da orizzonti più ampi per colpi­re obiettivi più ristretti. Si affacciano poi i noti episodi, con coraggiose prese di posi­zione, di un Illuminismo cattolico: ma le proposte sono contrastate e gli effetti, sal­vo episodi locali, assai limitati.
Nell'800 romantico e storicistico pre­varrà , negli esteti, la nostalgia di paradisi perduti e poi, nei militanti, l'accanimento esplicito (alimentato dai cecilianesimi) con­tro la musica profana e lo stile teatrale. Non si avvertiva ancora (nemmeno lo avvertì- salvo alcune personalità  su cui caddero le condanne - l'insieme ste­so degli orientamenti liturgici, prevalentemente restaurativi) che il vero guasto sta­va nella condizione atrofizzata e nella con­duzione clericale dei riti, intesi come obblighi cultuali ma non illuminati da una vi­sione teologica e pastorale del culto.
Per il cattolicesimo ottocentesco e combattivo in altri settori, ciò che avrebbe dovuto essere davvero scan­daloso (cioè il rito anacronistico nella lin­gua, nei simboli, nella gestione) restava in­vece realtà  gelosamente tutelala e posses­so pacifico,, fregiato di nobiltà , sacralità , intangibilità .
Gregoriano e polifonia (romana) vennero elevati al grado di musica liturgica archetipa, fonte di garantita ispirazione, unico patrimonio cui attingere genuinamente ricchezza. Il motu proprio di Pio X Inter pastoralis officii sollicitudines (del 1903) è largamente tributario, dal punto di vista dello statuto musicale, di tale visione. Avallandola nel­la sostanza con tono autoritario - da «co­dice giuridico della musica sacra» - produsse alcuni immediati indubbi vantaggi, ma an­che un congelamento. I vantaggi furono: un avvio provvidenziale di "disgelo litur­gico"; l'estirpazione di macroscopici abu­si; la valorizzazione di uno stagionale ag­giornamento stilistico coincidente, di fat­to, con il modello perosiano; l'offerta alla cristianità  di un canto gregoriano in cam­mino di restituzione critica, più conforme alle fonti originali, e pertanto col crisma della "scientificità ". D'altro lato l'assolutizzazione del dettato del documento, in un clima di difesa apologetica, provocò an­che un arresto di pensiero, una titubanza davanti ai nuovi linguaggi, e, sostanzial­mente una fissità  di prassi nel settore del­la musica rituale. Da Pio X al Vat. II, infatti, la ripetitività  concettuale caratterizzò i documenti sulla musica nella liturgia, mentre una imita­zione standardizzata contrassegnò i reper­tori di nuova fattura.
Sintesi delle prospettive liturgico-­musicali del Vat. II - Anche se i docu­menti del Vat. II e della riforma liturgica rivelano l'esistenza di due anime, presenti nella formulazione dei testi che esplicita­mente si riferiscono al tema musicale nel­la celebrazione (l'attaccamento ad una concezione e ad una terminologia invalsa nei documenti pontifici si giustappone infatti ad istanze e princà¬pi che, muovendo dalla teologia liturgica e della celebrazione vista in chiave pastorale, sono in grado di libe­rare la problematica da antiche pastoie e la prassi da un binario morto), c'è tuttavia, all'interno del globale dettato conci­liare, il segno d'una avvenuta maturazione e la volontà  di una svolta qualitativa, sia nel prospettare gli ideali e gli obiettivi del rinnovamento liturgico sia nel fondare una rinnovata visione di chiesa e dei suoi rap­porti con le culture e la storia. La proget­tualità  è chiara, come lo sono i fonda­mentali programmi di riforma. La quale però, dati i precedenti storici, ha davanti un percorso contrastato e non agevole. Per­tanto non deve far meraviglia se una pro­babilmente affrettata "pars destruens" ha prevalso, scatenando passioni e conflit­tualità , senza che abbia potuto emergere la testimonianza compiuta della novità  che deve maturare.
L'impegno per un provvidenziale rin­novamento nella pratica della musica li­turgica può essere sinteticamente espresso nei seguenti sei punti fermi: 1) Dal mo­mento che la liturgia è mistero pasquale, celebrato dal popolo di Dio, come eserci­zio del sacerdozio ministeriale e regale in armonia di posizioni in Cristo e nello Spi­rito, nel rito cristiano l'agire delle persone (tutte), in pienezza ed "autenticità , è valo­re primario. 2) Canto e musica sono un ge­sto vivo, prima di essere un'opera codifi­cata da eseguire; sono un comportamento simbolico attuale, prima e più di un re­pertorio (storico o moderno) cui adeguar­si; sono un'offerta vivente di se stessi, pri­ma della formalizzazione di atteggiamen­ti e di modalità  espressive legalmente "sa­cre". 3) Canto e musica partecipano della dimensione sacramentale della liturgia; so­no elementi simbolici di realtà  essenziali e non ornato esteriore; sono incarnazione in strutture comunicative, della Parola e delle parole del dialogo salvifico e non in­gredienti vagamente mistico-estetici di un culto religioso. 4) Canto e musica non han­no autonomia nei confronti della ritualità  liturgica, che tuttavia, ben articolata com'è, offre loro spazi e richiede da loro impe­gnativi compiti (relativi a forme-funzioni-­attori); canto e musica non sono nè privi­legio-possesso di alcune persone che li pro­ducono o eseguono, nè diletto estetico di chi ne fruisce; ma patrimonio celebrativo di tutti, anche quando l'azione è di uno solo. 5) Canto e musica devono essere do­tati di verità  espressiva ed autenticità  di coinvolgimento a partire da basi antropo­logiche e dagli universi culturali dei credenti. La bontà  delle forme è doverosa, ma non è misurabile unicamente a partire da canoni estetici o giuridici precostituiti. 6) I repertori del passato e le opere nuove non sono beni culturali da sfoderare per dare prestigio all'istituzione o per solennizzare vacuamente il rito, ma possibilità  simboli­che da attualizzare con il loro inserimen­to accorto in contesti significativi ed in insiemi partecipativi (ben studiati da una regia e sorretti dall'animazione).

 

F. RAINOLDI

 

 

Rito-cultura-musica - Si è usciti da un lun­go, secolare periodo in cui, nella musica li­turgica, si è data la prevalenza all'ascolta­re sul fare, a un'atmosfera globalmente per­cepita come "sacra" su un'azione rituale specifica, agli operatori musicali capaci di produrre musica d'ascolto (e perciò ai pro­blemi di una certa qualità  compositiva-esecutiva) su una gestione invece più assem­bleare, coinvolgente, popolare, del celebrare in musica, passando ora a progetti meglio caratterizzati sotto il profilo del rito, o a un'attenzione più lucida verso le peculia­rità  delle culture locali, o ancora a un tipo di intervento musicale meglio saldato ai due poli precedenti. Occorre dunque mo­dulare progetti, programmi e regie opera­tive secondo una visione più dialettica, più possibilista e più aperta a soluzioni diver­sificate.
Ogni celebrazione ha un inizio e ha un termine: si deve dunque condurre l'as­semblea dentro il rito, imprimendole un avvio non formale ma partecipato e, alla fine, riaccompagnarla verso il vivere quo­tidiano, non in rottura ma in continuità  con il rito celebrato. Ogni celebrazione, poi, ha sempre un grande momento di ascolto-risposta: una liturgia della Parola di Dio e della parola dell'assemblea. Le forme comprendono ele­menti e accenti diversi: da una prevalenza della proclamazione biblica (il modello più ampio è quello della veglia, come quella pasquale) a una maggiore importanza da­ta alla meditazione sapienziale (come ad es. nella salmodia delle ore); ma dall'ascolto nasce sempre una preghiera di supplica L'intervento musicale si può collocare sia nella proposta che nella risposta: la proclamazione dei testi scritturistici può venir rafforzata e - secondo i vari generi letterari - resa più lirica o più impressiva dall'impiego eventuale di recitativi, cantillazioni, letture su fondo sonoro ecc. Sul versante della risposta sono plausibili varie acclamazioni (Alleluia! Lode a te, o Cristo!) o diverse forme di salmodia: responsoriale breve o lunga, alternata, diretta. La stes­sa professione di fede può essere valoriz­zata da un recitativo collettivo o da con­cise affermazioni cantate. I grandi gesti sacramentali, nell'atto del­la loro celebrazione, sono i tempi forti del culto cristiano: rinnovano l'alleanza fra Dio e il suo popolo, preparano cioè un popo­lo nuovo, capace di essere fermento nel mondo. I modelli rituali di cui oggi dispo­niamo sono sostanzialmente di due tipi: quello della grande preghiera di benedi­zione (eucaristia, ordinazioni e consacra­zioni) e quello del dialogo breve, che si in­tegra in un gesto determinato (battesimo, matrimonio ecc.). Canto e musica sono a diverso titolo impiegati nell'una e nell'al­tro: il recitativo può dare maggiore corpo e solennità  alla parola del ministro; l'acclamazione può coagulare con più forza l'adesione, se non del singolo, certo di tutta l'assemblea che lo circonda.
Infine la liturgia tende a manifestare il valore nascosto dello scorrere del tempo, dispiegandovi la ricchezza del mistero cri­stiano, facendo dell'anno una sequenza ri­tuale, insieme memoria e presenza e pro­fezia. Nell'alternarsi di feriale e di festivo, nel comporsi del ciclo dei misteri di Cristo e dei suoi santi, il tempo viene strut­turato e caratterizzato da peculiari cele­brazioni. Uno dei segni della festa è, per universale esperienza, quello del canto e della musica. Le strutture abituali dei riti neces­sitino di una regà¬a sonora più generosa nei giorni e periodi di festa, e quanto un sobrio utilizzo di alcuni mezzi musicali (for­me di recitativo, certi tipi di strumenti) possano invece colorare il feriale, fino all'uso intenzionale del silenzio, dell'assenza di ogni sonorizzazione, per contrasto.
E. COSTA

 


Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

« La tradizione musicale di tutta la Chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell'arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della liturgia solenne ». La composizione e il canto dei salmi ispirati, frequentemente accompagnati da strumenti musicali, sono già  strettamente legati alle celebrazioni liturgiche dell'Antica Alleanza. La Chiesa continua e sviluppa questa tradizione: «Intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore» (Ef 5,19). Chi canta prega due volte. (CCC 1156)

 

Il canto e la musica svolgono la loro funzione di segni in una maniera tanto più significativa « quanto più sono strettamente uniti all'azione liturgica », secondo tre criteri principali: la bellezza espressiva della preghiera, l'unanime partecipazione dell'assemblea nei momenti previsti e il carattere solenne della celebrazione. In questo modo essi partecipano alla finalità  delle parole e delle azioni liturgiche: la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli:
« Quante lacrime versate ascoltando gli accenti dei tuoi inni e cantici, che risuonavano dolcemente nella tua Chiesa! Una commozione violenta: quegli accenti fluivano nelle mie orecchie e distillavano nel mio cuore la verità , eccitandovi un caldo sentimento di pietà . Le lacrime che scorrevano mi facevano bene ». (CCC 1157)
L'armonia dei segni (canto, musica, parole e azioni) è qui tanto più significativa e feconda quanto più si esprime nella ricchezza culturale propria del popolo di Dio che celebra. Per questo « si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, e nelle stesse azioni liturgiche », secondo le norme della Chiesa, « possano risonare le voci dei fedeli ». Tuttavia, « i testi destinati al canto sacro siano conformi alla dottrina cattolica, anzi siano presi di preferenza dalla Sacra Scrittura e dalle fonti liturgiche». (CCC 1158)