TEMPO E LITURGIA


Nella liturgia terrena noi partecipiamo per anticipazione alla liturgia celeste che viene celebrata nella santa città  di Gerusalemme, verso la quale tendiamo come pellegrini, dove il Cristo siede alla destra di Dio quale ministro del santuario e del vero tabernacolo; insieme con tutte le schiere delle milizie celesti cantiamo al Signore l'inno di gloria; ricordando con venerazione i santi, speriamo di aver parte con essi; aspettiamo come Salvatore il Signore nostro Gesù Cristo, fino a quando egli comparirà , egli che è la nostra vita, e noi saremo manifestati con lui nella gloria. (SC 8)

 

Riflettendo su dati di fatto presenti nel­la società , anche chi non professa fede al­cuna si accorge che il fluire della propria esistenza è ritmato da giorni di lavoro e da giorni "festivi", alcuni dei quali traggono la loro origine da avvenimenti della storia civile, altri da fatti propri alla "storia reli­giosa". Anzi la maggior parte delle festività  ha una matrice "religiosa", come il ritmo ebdomadario della giornata di riposo (do­menica per i cristiani; sabato per gli ebrei; l'equivalente al nostro venerdì per i mu­sulmani ecc.), o l'annuo ritorno di feste (natale, epifania; pasqua; egira, ecc.).

Il tempo liturgico non è una nozione. Esso è vita; è dare spazio vitale allo Spirito di Cristo, presente nel vivere quotidiano del cristiano. Perciò lo si capisce meglio vi­vendolo che non parlandone. Se qui se ne parla, è per comprenderlo più completa­mente e quindi per viverlo esauriente­mente. Il tempo cosmico in cui si svolge e si sviluppa la storia dell'umanità, se lo si coglie nel suo senso genuino conferito­gli dal Creatore, è "tempo di Dio", come di Dio è lo spazio e ogni essere. Il tempo liturgico è il "tempo di Dio"; però: in Cri­sto Gesù. E solo in Cristo che l'uomo vi­ve, dato che lui, il Signore, è la struttura e l'orientamento interiore della storia stes­sa[1].

Storicamente parlando, abbiamo due grandi periodi, corrispondenti ai due Te­stamenti, ovvero ai patti di alleanza tra Dio e l'umanità , ma di fatto si tratta di una so­la realtà , in quanto l'AT è solo ombra del­la luce che è il NT. Orbene, l'interpreta­zione di cui parliamo considera il tempo come sviluppantesi da «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio» (Gv 1,1) a «In principio Dio creò» (Gn 1,1), fino al­la pienezzza del tempo (Gal 4,4). Come è attestato dalla sacra Scrittura, nella presente "oikonomìa", cioè nel concreto piano di salvezza, unico tra gli indefiniti piani a lui possibili, Dio escogita e attua liberamente, d'intesa con uomini che si presceglie, una serie di fatti che si dispiegano in determinati "momenti" o "eventi" (kairà³i). Tutti questi momenti nel loro insieme sono ordinati fra loro in vista della realizzazione di un piano divino. Ci sono momenti o eventi che, rispetto al vivere dell'umanità , appartengono al passato, al­tri che appartengono al presente o al fu­turo salvifico. Il tempo vero proviene dalla successione e dalla reciproca dipendenza gli uni dagli al­tri degli "eventi di salvezza" (kairà³i). Un nuovo evento non cancella il precedente, ma lo porta verso il suo completamento, fino al momento del kairà³s per. eccellenza: Gesù storico-Cristo metastorico, che, qua­le «pienezza del tempo», dà  senso com­piuto alla dimensione temporale, spaziale, creaturale.
L'interpretazione sacra della realtà  tem­po proveniente dalla rivelazione fa com­prendere al pensiero orientale antico che la storia non obbedisce alla legge di un "ri­torno ciclico" del "tempo cosmico" che tut­to divora e consuma inesorabilmente e ine­luttabilmente (si pensi alla divinità  Chronos), ma è orientata fondamentalmente dal disegno di Dio che si svolge e si ma­nifesta in essa. La storia è costellata di even­ti che hanno un carattere unico e non si ri­petono, ma che si depositano nella "memoria-anà mnesis" con la propria virtualità  ed efficacia salvifiche. Nelle concezioni re­ligiose pagane il tempo non ha sacralità , anche se con la ripetizione di atti, comandata dalle cosiddette religioni, si pensa che un fatto particolare riproduca la storia pri­mordiale della divinità  (o degli dèi), come avviene nei cicli ripetitivi della natura. Con la rivelazione dell'unico Dio, completata in e da Gesù Cristo in forza dello Spirito, il concetto e la realtà  di tempo sono radi­calmente nuovi. L'opera di Dio Uno-Trino si manifesta effettivamente in una storia sacra, con gli eventi di cui essa è intessuta e la cui "virtus" proviene dal fatto che es­si sono sempre eventi teandrici, divino-uma­ni. Perciò il tempo, in cui si inscrivono gli eventi di Dio verso l'uomo e con l'uomo, ha per sè valore sacro. Il tempo è sacro, quindi, non perchè ripete il tempo "pri­mordiale" in cui Dio ha creato, il Verbo si è fatto carne, il Cristo è morto in croce, lo Spirito è disceso sulla chiesa ecc. una volta per sempre, ma in quanto Dio vivifica le "virtutes" di questi eventi e l'umanità  (la cristianità  e chi ad essa è orientato) ne ce­lebra la "memoria" a mano a mano che le tappe del disegno di Dio si succedono, cia­scuna con il suo significato particolare, a bene di ogni fedele nella "ecclesia" e a glo­ria della Trinità .
Ciò che conferisce un senso a tutti que­sti "punti del tempo" (ovvero: eventi, kairà³i) non è la rete di fattori storici che vi si in­crociano, ma esclusivamente l'intenzione divina che li ha orientati verso Cristo «sa­tor temporum», «plenitudo temporum», al­fa e omega, principio e fine (cfr. Ap 1,8; 21,26; 22,13). Significativo, in questo con­testo, è il rito della preparazione del cero nella veglia pasquale, in cui si proclama so­lennemente: «Il Cristo ieri e oggi. Principio e fine. Alfa e omega. A lui appartengono il tempo e i secoli. A lui la gloria e il potere per tutti i secoli in eterno. Amen»[2].
Il tempo quindi viene superato per il fatto che è in rapporto a "qualcosa" che è fuori del tem­po e che gli conferisce significato. Il tem­po per i cristiani trova non "qualcosa", ben­sì "Qualcuno" che gli dona senso pieno: Cristo. Chi scandisce il tempo in ritmi gior­nalieri, ebdomadari, annuali ecc. è Cristo. Per cui il tempo appartiene ai cristiani per­chè esso è di Cristo. I secoli, l'anno, la set­timana, i giorni, le ore, gli istanti sono dei cristiani perchè appartengono a colui che vive «nei secoli dei secoli»[3]; a colui che dà  senso all'anno essendo posto al suo centro[4]; a colui che ritma le settimane con il giorno che è tanto suo da essere denominato domenica (dies Domini)[5]; a colui: che è l"oggi"[6] con il quale la chiesa cele­bra i sacramenti e la liturgia delle ore; a colui che riempie ogni battito ritmico del «cuore dei fedeli»[7]. Il tempo - in altre pa­role - appartiene al cristiano come il cri­stiano appartiene a Cristo. Per cui il cri­stiano prende coscienza che, nel tempo che Dio gli concede, ha tutto il tempo di fare quello che Dio desidera egli faccia. Perchè il cristiano ha il tempo che è Cristo. E Cri­sto, per il cristiano, è tutto.

L'incarnazione è "il miracolo dei miracoli" nel quale si compiono le opere meravigliose di Dio. La volontà  di Dio si incontra, in Maria, con quella dell'uma­nità . Nel grembo della Vergine Maria e at­traverso la sua maternità  verginale si com­pie il tempo della salvezza, poichè "in quel giorno" una donna diventò la madre di Dio.

La creazione del tempo è voluta da Dio perchè esso è destinato ad essere "tempo di salvezza" in cui nascerà  il Salvatore, che compirà  in sè il "mistero pasquale".
Dio crea il tempo e lo dona al mondo mediante il suo Verbo; lo dona come l'al­veo che deve ricevere colui chi del tempo è la pienezza: Cristo Gesù[8].
La venuta del Verbo incarnato è così l'avvenimento escatologico per eccellenza. Poi­chè l'eterno diviene presente nel tempo, i "primi tempi" sono chiusi, gli "ultimi tem­pi" sono inaugurati; l'alleanza è nuova ed eterna. In questo senso gli ultimi tempi so­no Gesù Cristo stesso in cui si compie il mistero totale della salvezza, poichè il «Sal­vatore del mondo» è lo stesso «ieri, oggi e nei secoli» (Eb 13,8). Così la salvezza è sto­ria piena, che passa attraverso l'umanità  di Cristo. Cristo è in se stesso tutto il miste­ro, in quanto nella sua umanità  il piano eterno di salvezza si attua totalmente per mezzo della presenza e dell'azione divina in lui. Il mistero di Cristo è il fine a cui ten­deva dall'inizio il piano di Dio; e insieme è il principio concreto di quella salvezza che Dio vuole comunicare agli uomini. Il mi­stero di Cristo è perciò il centro e il culmine della storia della salvezza che in lui soltanto trova la sua attuazione e la sua ragione.
Il vivere del fedele è "tempo di Cristo", per cui il tempo è per Cristo, e Cristo è il tutto. In Cristo non c'è più distanza tem­porale, c'è solo presenza intima. In lui non c'è più passato, ma sempre e solo presen­te. Con lui si è protesi al futuro. Non si è in una nostalgia del passato, ma del futu­ro. E' il "già ", ma "non ancora" svelatamente tale; è il "già " e "ancora"; è il "già ", ma "ancora di più". Nell'impatto dell'e­terno col tempo si sprigiona la presenza di Cristo nel tempo e si approfondisce l'u­nione con lui che s'insempra nell'eterno. Pa­radossalmente il tempo, da quando con Cristo sommo ed eterno sacerdote diven­ta tempo liturgico, trascende se stesso. D'al­tra parte il Pensiero del Padre, concretizzato e per noi attuato in Cristo (ci ha scel­ti in lui: Ef 1,4) in virtù dello Spirito san­to, è tale che egli non ci pensa fuori di Cri­sto. E noi non possiamo per ora essere fuo­ri del tempo, che è lui: il Signore.
Il tempo per la liturgia è l'attuazione crono-ontologica dell'unica legge: tutto in Cristo (cfr. Ef 1,10). La coordinata tipica in cui il fedele vive - cioè il tempo -, è in ma­no a Cristo, è di Cristo: si vive solo per lui, in lui e con lui.
Il tempo liturgico è un continuo memoriale del susseguirsi e dell'avvicendarsi di fatti storico-salvifici che si concretizzano in ripetuti incontri con Cristo, Signore del tempo e di tutto e di tutti[9] in forza dello Spirito. Il memoriale del futuro anticipato e del passato vissuto è reso efficace nel presente liturgico. Il tem­po liturgico offre ad ogni fedele la possi­bilità  di inserirsi in modo nuovo nell'av­venimento stesso che è il mistero di Cri­sto, e simultaneamente inserisce l'avveni­mento salvifico nella vita di ogni fedele. Il tempo liturgico diventa l'interiorizzazione ecclesiale del mistero convissuto con Cri­sto per quanto egli è ed opera nel tempo: interiorizzazione e perpetuazione di quan­to è stato realizzato in Cristo, da Cristo, per Cristo, con Cristo. E simultaneamente il tempo liturgico è spazio privilegiato per l'azione dello Spirito santo, che nella ce­lebrazione del ciclo liturgico rende attuale i misteri di Cristo, ed è l'agire-operare dello Spirito del Risorto che fa, opera in ­noi ciò che Cristo ha vissuto e vive nella chiesa.
Quello della liturgia è un tempo dell'oggi di grazia.
Dato che il mistero di Cri­sto rivive nel ciclo liturgico annuale, si po­trebbe asserire che il tempo liturgico è la somma cronologica dei misteri celebrati in un ciclo, in cui la presenza del mistero nel tempo ha abbattuto il velo di separazione tra un ieri e un domani, rendendo il tem­po un perenne oggi salvifico. Come la se­parazione tra Dio e l'umanità  è stata abo­lita in Cristo (incarnazione del Verbo), co­sì per mezzo di Cristo la vita divina ha in­vaso il tempo (intemporazione dell'eter­no), abolendo i parametri umani sia del passato salvifico che sempre è presente, sia del futuro salvifico che è già  anticipato. In­fatti Cristo è presente in ogni tempo litur­gico e simultaneamente sopra-esistente ad ogni ciclo liturgico, sicchè l'anno liturgico è uno nella pluralità  e nell'avvicendarsi ed è sempre lo stesso e misteriosamente di­verso.
Il tempo liturgico è il tempo per cui Cristo è il "tutto", mentre si continua (e si com­pleta e termina) quanto nel tempo Cristo ha compiuto e compie nelle sue membra.
La vita del fedele è così portata a modellarsi sulle manifestazioni dei singoli misteri celebrati, per giungere profondamente, anche se mai in modo adeguatamente perfetto, a trasformarsi in Cristo. Allora i misteri del Cri­sto diventano la vita della chiesa, e a sua volta la vita di ogni fedele inserito nella chiesa prolunga e completa il mistero di Cristo. Progressivamente il tempo liturgi­co, che appartiene a Cristo-chiesa, ricapi­tola l'intera storia della salvezza facendo rivivere nelle celebrazioni l'impatto dell'e­ternità  con il tempo e anticipare l'incontro parusiaco del tempo con l'eternità . In que­sto senso, per mezzo della liturgia, la chie­sa, "Christus totus", diventa rivelazione non scritta ma vivente del mistero del Ver­bo incarnato presente nel tempo.
A. M. TRIACCA

 

 

 


Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

« La santa Madre Chiesa considera suo dovere celebrare con sacra memoria, in determinati giorni nel corso dell'anno, l'opera salvifica del suo Sposo divino. Ogni settimana, nel giorno a cui ha dato il nome di domenica, fa memoria della risurrezione del Signore, che una volta all'anno, unitamente alla sua beata passione, celebra a Pasqua, la più grande delle solennità . Nel ciclo annuale poi presenta tutto il mistero di Cristo [...]. Ricordando in tal modo i misteri della redenzione, essa apre ai fedeli le ricchezze delle azioni salvifiche e dei meriti del suo Signore, così che siano resi in qualche modo presenti in ogni tempo, perchè i fedeli possano venirne a contatto ed essere ripieni della grazia della salvezza ». (CCC 1163)

Quando la Chiesa celebra il mistero di Cristo, una parola scandisce la sua preghiera: «Oggi!», come eco della preghiera che le ha insegnato il suo Signore e dell'invito dello Spirito Santo. Questo « oggi » del Dio vivente in cui l'uomo è chiamato ad entrare è l'« Ora » della pasqua di Gesù, che attraversa tutta la storia e ne è il cardine:
« La vita si è posata su tutti gli esseri e tutti sono investiti da una grande luce; l'Oriente degli orienti ha invaso l'universo, e colui che era prima della stella del mattino e prima degli astri, immortale e immenso, il grande Cristo, brilla su tutti gli esseri più del sole. Perciò, per noi che crediamo in lui, sorge un giorno di luce, lungo, eterno, che non si spegnerà  più: la Pasqua mistica ». (CCC 1165)

 

 

 


[1] Si inserirebbe qui la tematica scritturistica di Cristo che ricapitola ogni cosa (cfr. Ef 1,10), sviluppata all'epoca dei padri e testimoniata dal loro pensiero e dal l'arte sacra antica. Si veda C. Capizzi, «Pantokrator». Sag­gio d'esegesi letterario-iconografica, Roma 1964.

[2] Cfr. Messale Romano, Domenica di Pasqua «in Resurrec­tione Domini». Veglia pasquale nella notte santa. Parte prima: Solenne inizio della veglia o «lucernario». Preparazione del cero.

[3] E' quanto è rimarcato dalla "mediatio Christi" nella conclusione delle orazioni: «Per nostro Signore Gesù Cri­sto, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell'u­nità  dello Spirito santo, per tutti i secoli dei secoli»

[4] Il cristocentrismo è una dominante della catechesi dei pa­dri e delle tematiche dei-testi liturgici nell'antichità  cri­stiana. Cfr. A. M. Triacca, Cristologia nel sacramentario Ve­ronese. Saggio metodologico sull'"interscambio" fra catechesi pa­tristica e liturgia, in Cristologia e catechesi patristica (a cura di S. Felici) 1, Roma 1980, 165-195; Id., Cristologia nel «Li­ber Orationum psalmographus». Un saggio di catechesi patri­stica cristocentrica pregata in Cristologia e catechesi patristica (a cura di S. Felici) 2, Roma 1981, 123-172; Id., «Christo­prosopographie». Frontière entre la christologie et la christiano­logie selon des sources liturgiques occidentales (De la mèthode à  la thèologie liturgique) in Le Christ dans la liturgie (a cura di A. M. Triacca-A. Pistoia), Roma 1981, 262-303.

[5] Utile è la silloge dei documenti antichi sulla domenica di W. Ro­dorf, Sabato e domenica nella chiesa antica, Torino 1979

[6] Cristo è 1`oggi". Lo "ieri" e "i secoli futuri" gli appar­tengono in un perpetuo oggi. Per questo la liturgia può asserire: «Oggi sapete che il Signore viene a salvarci»; «Oggi la vera pace è scesa a noi dal cielo»; «Oggi su di noi splenderà  la luce perchè è nato per noi il Signore» (antif. d'ingresso delle messe di Natale). Per coestensio­ne la storia di salvezza si attua in un oggi perenne, co­sicchè la liturgia meritatamente può dire: «... o Maria: oggi sei stata assunta sopra i cori degli Angeli e trionfi con Cristo in eterno» (antifona d'ingresso della messa vespertina nella vigilia dell'Assunzione della B. V Maria).

[7] Si comprende l'espressione di uno degli inni di com­pieta della nuova liturgia delle ore: «Se i nostri occhi si chiudono al sonno, veglia in te il nostro cuore»

[8] E' quan­to emerge da una tesi dottorale da noi diretta e purtroppo ancora inedita: J. Esteban, El tema «Plenitudo temporis» (Gal 4,4) en la literatura cristiana ocidental hasta san Agustà­n. Apor­tacià³n a la teologia de la historia en los cuatro primeros siglos, Roma 1973, I, XI-904 pp. II, LXXXVIII-436 pp.

[9] Interessante è l'inizio di un'orazione salmica ispano-visigotica che prega: «Domine Jesu Coriste, quem omnium saeculorum et regem fatemur et Dominum»: cfr. J. Pinell, Liber orationum psalmographus. Colectas de salmos del antiguo rito hispà nico, Barcellona 1972, n. 355.

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